Editoria e letteratura in alcuni brani di Martin Amis

The novelist Martin Amis

Oltre che critico letterario, Martin Amis è anche un prolifico narratore: L’informazione, romanzo tradotto da Gaspare Bona per Einaudi, è una storia di amicizia e rivalità tra due scrittori in cui l’autore inglese dimostra tutta la sua ironia e inventiva, oscillando continuamente tra virtuosismo e verbosità.
Paolo Zardi ha affermato: “Ho letto L’informazione nell’estate del 2009 e ne sono rimasto folgorato. Qualche anno dopo ho letto Money, e poi London Fields, e poi tutti gli altri suoi romanzi. Se potessi scegliere quale autore essere, direi senza dubbio lui. Ha uno stile che io trovo irresistibile – la scelta degli aggettivi, le metafore, le iperboli, la costruzione dei paragrafi… È un autore poco conosciuto, in Italia, dove gode di una considerazione tutto sommato modesta; di lui spesso si dice che scrive storie troppo lunghe, che è prolisso, barocco, politicamente scorretto. Io invece dico che ogni volta che mi avvicino alle ultime pagine di un suo libro sento la malinconia profonda che accompagna la fine delle cose belle”.
Qui di seguito riporto alcuni brani de L’informazione sul mondo letterario ed editoriale.

Il terzo romanzo non fu pubblicato da nessuna parte. E così il quarto. E il quinto. In queste tre brevi frasette lasciamo intravedere un intero Mahabharata di sofferenza. Richard ricevette un bel po’ di offerte per il sesto romanzo, perché ormai, durante un periodo di rincretinimento da sogno e bisogno, aveva cominciato a rispondere agli annunci che molto prosaicamente dicevano: PUBBLICHIAMO IL TUO LIBRO, oppure EDITORE LONDINESE CERCA (o era NECESSITA?) AUTORI. Naturalmente questi editori, che ululavano in cerca di parole da stampare come cani in calore sotto una luna struggente, non erano editori normali. Per esempio, dovevi pagarli. E, cosa forse ancora più grave, nessuno ti leggeva mai. Richard perseverò e fini da un certo Mr Cohen in Marylebone High Street. Ne uscì con il suo sesto romanzo ancora da piazzare ma con un nuovo lavoro, quello di Direttore Speciale della Tantalus Press. Vi andava circa un giorno alla settimana, adescando e taglieggiando romanzi di analfabeti, autobiografie a svisceramento totale in cui mai nessuno si muoveva o faceva qualcosa, raccolte di poesie primitive, prolissi lamenti in morte di un parente (o di un cagnolino, o di una pianta), trattati scientifici demenziali e, sempre più spesso, così almeno gli sembrava, monologhi drammatici «trovati per caso» sulla psicosi maniaco-depressiva e la schizofrenia. Continua a leggere

L’AVVENTURA DI SCRIVERE ROMANZI, Javier Cercas intervistato da Bruno Arpaia

Javier Cercas

L’avventura di scrivere romanzi è una lunga intervista fatta da Bruno Arpaia a Javier Cercas e pubblicata da Guanda nel 2013: oltre che un confronto sull’idea di letteratura dello scrittore spagnolo, ne viene fuori una guida alla comprensione delle sue opere che precedono L’impostore. Qui di seguito riporto alcune considerazioni di Cercas di carattere generale.

La tradizione di uno scrittore è doppia, deve guidare un carro con due redini: una è la tradizione universale, l’altra è quella nella propria lingua, perché è il suo strumento.

[…] la missione della letteratura è esplorare tutte le infinite possibilità dell’umano, incluse naturalmente le più mostruose.

La storia non ha senso, è un caos. Quello che fa l’arte, e il romanzo in particolare, e manipolare quella realtà per darle una forma e un senso.

[…] la verità della storia è una verità che cerca di fissare quanto è avvenuto a determinate persone in un determinato momento e luogo; al contrario, la verità della letteratura è una verità che cerca di fissare ciò che avviene a tutti gli uomini in qualsiasi luogo e momento. Continua a leggere

Javier Marías, leggere per comprendere se stessi e il mondo

Javier MaríasIl brano qui riportato è tratto dal discorso che lo scrittore spagnolo Javier Marías ha pronunciato nel 1995 a Caracas durante la cerimonia per la consegna del Premio Rómulo Gallegos; chi volesse leggere il testo integrale, può trovarlo al termine del romanzo Domani nella battaglia pensa a me, tradotto da Glauco Felici nell’edizione Einaudi Super ET. Dello stesso autore, Einaudi ha da poco pubblicato Così ha inizio il male.

Un romanzo non soltanto racconta, ma ci permette di assistere a una storia o ad alcuni eventi o a un pensiero, e nell’assistervi ci permette di comprendere.
Sapere tutto ciò – credere di saperlo, più esattamente – a volte non risulta sufficiente per lo scrittore, mentre scrive. Vi sono momenti in cui alzo lo sguardo dalla macchina da scrivere e mi estranio dal mondo da cui sto emergendo, e mi domando come, nella mia età adulta, possa dedicare tante ore e tanta fatica a qualcosa di cui il mondo, me compreso, potrebbe fare tranquillamente a meno; come possa impegnarmi a riferire una storia che io stesso vado scoprendo man mano che la costruisco, come possa trascorrere parte della mia vita calato nella finzione, a far succedere cose che non succedono, con la stravagante e presuntuosa idea che tutto questo possa un giorno interessare qualcuno. Come, secondo la definizione dell’attività  letteraria data dal romanziere e saggista e poeta Robert Louis Stevenson, possa starmene «a giocare in casa, come un bambino, con della carta». Continua a leggere

La teoria e la pratica del racconto per Ferruccio Parazzoli

inventare il mondo, parazzoli, bannerInventare il mondo – Teoria e pratica del racconto (Garzanti) è un breve trattato sulla scrittura, con innumerevoli suggerimenti di lettura; il suo autore, Ferruccio Parazzoli, oltre che romanziere e saggista, è stato editor e direttore di collana della Mondadori. Qui di seguito si riportano alcuni brani del suo testo.

Lo scrittore è il medium attorno al quale si vengono ammucchiando caterve di materiali, per attrazione, per magnetismo, all’atto stesso in cui la linea verticale dell’arte – il narrare – entra a contatto con la linea orizzontale della molteplicità. Lo scrittore trasceglie, ammucchia, costruisce assemblando. Identifica, cataloga il mondo delle apparenze, ne dispone i reperti in un gioco di rimandi, di specchi, di moltiplicazione o riduzione.

Il personaggio, anche quando è protagonista, non può mai essere presente come totalmente emerso, ma solo con una maggiore o minore parte di sé; c’è sempre una parte che, seppure presente, resta sommersa: è quanto si usa definire «spessore» del personaggio.

Poiché stiamo parlando della trama, se sia sempre necessaria, se potrebbe essere una gabbia o una rete di sicurezza, sempre più per chi scrive, viene intesa come una gabbia. Per chi legge è ancora percepita come una rete che mi conduce, mi porta, mi rimanda dalla sera prima alla sera dopo, quando riprenderò a leggere: ha una funzione pratica.

Se non sentiamo una voce dentro di noi che precede il fatto di esprimere, non riusciremo a scrivere. Se non volontaristicamente: invece di scrivere si compila. Un articolo posso anche compilarlo, ma un racconto, un romanzo non lo si compila, nascerebbe morto. Continua a leggere

Una lezione di scrittura di Dostoevskij

l'idiota_dostoevskij_copertinaAlcune considerazioni sui personaggi letterari tratte dall’Idiota di Fëdor Dostoevskij (Einaudi, traduzione di Alfredo Polledro)

La maggior parte degli scrittori cercano, nei loro romanzi e nelle loro novelle, di scegliere dei tipi umani e di presentarli in modo pittoresco e artistico: tipi che ben di rado s’incontrano bell’e compiuti nella realtà e che nondimeno sono quasi più reali della realtà stessa. […]
Ciò nonostante, una questione ci si affaccia pur sempre: che ha da fare il romanziere con le persone assolutamente ordinarie, “comuni”, e come deve presentarle al lettore per renderle in qualche modo interessanti? Trascurarle del tutto nel racconto è impossibile, perché le persone ordinarie sono in ogni momento e nella loro maggioranza un anello indispensabile nella concatenazione degli avvenimenti quotidiani; trascurandole dunque si verrebbe meno alla verosimiglianza. Riempire i romanzi di soli tipi, anzi, per destare interesse, semplicemente di persone strane ed inesistenti sarebbe inverosimile, e magari anche privo di interesse. Secondo noi, lo scrittore deve ingegnarsi a scoprire sfumature interessanti e istruttive pur fra le figure ordinarie.
[…] Non dobbiamo dimenticare che i motivi delle azioni umane sono di solito infinitamente più complessi e più vari di come noi li spieghiamo sempre, e di rado si delineano in modo preciso. A volte la cosa migliore per il narratore è limitarsi alla semplice esposizione degli avvenimenti.

Jerzy Kosinski e il mostro

Jerzy KosinskiAlcune considerazioni di Cosimo Argentina su Jerzy Kosinski e sull’editoria, a partire dall’Uccello dipinto

Ho finto di leggere L’uccello dipinto di Jerzy Kosinski. Era stato pubblicato nel 1965 e in Italia nel ’76. Ora torna sugli scaffali per minimum fax, tradotto da Vincenzo Mantovani. Dopo aver letto le diavolerie di Jerzy il matto mi viene da chiedermi dove cazzo sono finiti gli editor e i direttori editoriali coraggiosi. E soprattutto che fine hanno fatto gli autori veri, quelli che rischiavano il linciaggio per di scrivere quello che volevano. Dov’è finita la letteratura autentica? Plastica su l'uccello dipinto_Jerzy Kosinski _copertinafogli stampati, questo è rimasto. Un libro come L’uccello dipinto oggi non lo pubblicheremmo. L’autore riceverebbe un’e-mail scandalizzata da parte di una casa editrice su cui c’è scritto: “Egregio Autore, lei ha sprecato un’occasione perché ha esagerato, è andato oltre, da una buona storia ha tirato fuori qualcosa di mostruoso e ingannevole. I nostri lettori vogliono positività, amore, sentimenti, pace, lieto fine”. Continua a leggere

Il manuale del perfetto Scrittore di Aldo Busi, NUDO DI MADRE

Nudo di Madre, Aldo BusiNudo di madre, pubblicato prima da Bompiani e poi da Mondadori, ha per sottotitolo Manuale del perfetto Scrittore. In realtà è sia una sorta di autobiografia di Aldo Busi e un attraversamento della sua poetica, sia una riflessione illuminante sui rapporti tra scrittura e potere, editoria, pubblico, vita, denaro. Come sempre bisogna accogliere la sua sfida stilistica e accettare la commistione di consapevolezza e autocelebrazione, ma Busi è senza dubbio uno Scrittore e i brani riportati qui di seguito credo ne indichino la levatura.

Non vi è alcun rapporto simpatetico o materiale fra cultura e arte del sapere scrivere un romanzo.

Mentre il letterato si serve solo della sua cultura e del suo mestiere, lo Scrittore si serve del suo essere uomo […].

[…] la lingua dell’arte è originale, nasce solo dall’intelligenza dell’osservazione, e nessuna operazione retorica è più colta e più intellettuale per uno Scrittore di riuscire a dimenticarsi di ciò che sa per esprimere ciò che riesce a sentire facendo leva là dove si producono le grandiose e non catalogate onomatopee dell’umano: dal brusio della strada e della sua pancia.

[…] mentre uno Scrittore pensa e parla e scrive una lingua, i comuni mortali sono pensati e parlati e scritti da essa senza neppure mai accorgersene.

Lo scrittore che non ha la visionarietà di essere la sintesi di tutti gli uomini e di tutte le donne di ogni tempo passato e presente e futuro e al contempo di essere quel poco che è non è Scrittore.

[…] lo Scrittore dice del proprio essere uomo ciò che ogni uomo trova conveniente tacere per dire solo ciò che è convenuto si possa dire, cioè niente di quanto non sia già stato detto e ripetuto e codificato e non sia sconveniente.

[…] la grande letteratura, non prendendo alla lettera le apparenze dei ruoli assegnati alle persone – ai sessi… – dalla società e dai condizionamenti dell’educazione, aspetta la gente al varco della loro più intima verità e a ciascuna persona assegna il personaggio corrispondente che ne ribalti la facciata ufficiale.
E se la Letteratura non esalta gli esseri sociali incondizionatamente per la faccia che mostrano, neppure condanna gli esseri umani eccessivamente per l’altra che sono costretti prima o poi a rivelare.

La Letteratura richiede come leggio lo spartito dell’intero mondo, la musica solo la letteratura di se stessa […].

Amare e scrivere, cose che richiedono un atto di forza per abbandonarvisi, non possono darsi per debolezza, disperazione, compromesso, tendenza all’ozio o voglia di concludere andando a letto o facendo finire una storia cominciata solo per vedere come va a finire. Continua a leggere