2666 di Roberto Bolaño, opera immensa

Roberto BolañoEra da parecchio tempo che leggendo non sentivo di trovarmi al cospetto di qualcosa di realmente nuovo, che destabilizzasse la mia concezione di letteratura – la prima volta credo mi sia capitato con L’urlo e il furore di William Faulkner, per intenderci. Ebbene è successo di nuovo con 2666 di Roberto Bolaño, tradotto per Adelphi Edizioni da Ilide Carmignani con grande perizia: la scrittura è ipnotica e suadente, pur nella varietà dei registri stilistici e dei generi letterari con cui l’autore latinoamericano si confronta. 2666 si compone infatti di cinque distinti romanzi la cui successione è idealmente intercambiabile e che si intersecano variamente, attraversando diverse tematiche tra le quali la passione letteraria, il reiterarsi della violenza, il mistero irriducibile di ogni vita; due invece i filoni narrativi prevalenti che giungono anch’essi, sorprendentemente, a convergere: la produzione e la biografia di un singolare scrittore tedesco nato nel 1920, dunque testimone e partecipe degli eventi che hanno sconvolto l’Europa nella prima metà del ’900, e il susseguirsi di sevizie e omicidi che coinvolgono giovani donne in una cittadina messicana contemporanea, nella sostanziale indifferenza – talvolta connivente – delle istituzioni. Roberto Bolaño è morto nel 2003, prima di poter revisionare l’opera e le interpretazioni, già solo per l’enigmatico titolo, sono innumerevoli e fallaci; del resto la forza di 2666 è quella di suggerire molteplici chiavi di lettura, ma soprattutto di ribadire costantemente che la realtà non è esplorabile né definibile esclusivamente in termini razionali.
Riporto qui di seguito un lungo brano in cui un personaggio secondario parla di letteratura con l’ironia e la sagacia adottate dall’autore nelle sue interviste (molto bella quella pubblicata su minima&moralia, in cui tra l’altro Bolaño afferma: “la verità è che non do molta importanza ai miei libri. Sono molto più interessato ai libri degli altri”).

2666 di Roberto Bolaño_Adelphi«Ero uno scrittore, uno scrittore, ma il mio indolente cervello vorace mi mangiava le viscere. […] un giorno mi resi conto che potevo pubblicare eccellenti articoli su riviste e giornali, e addirittura libri che non sprecavano la carta su cui erano stampati. Ma capii anche che non sarei mai riuscito ad avvicinarmi o ad addentrarmi in quello che chiamiamo un capolavoro. Lei mi dirà che la letteratura non è fatta unicamente di capolavori ma è piena di opere cosiddette minori. Anch’io lo credevo. La letteratura è un grande bosco e i capolavori sono i laghi, gli alberi immensi o stranissimi, gli splendidi fiori eloquenti o le grotte nascoste, ma un bosco è fatto anche di alberi normalissimi, di ciuffi d’erba, di pozze d’acqua, di piante parassite, di funghi e fiorellini selvatici. Ebbene, sbagliavo. Le opere minori, in realtà non esistono. Voglio dire: l’autore di un’opera minore non si chiama Tizio o Caio. Tizio o Caio esistono, non c’è dubbio, e soffrono e lavorano e pubblicano su giornali e riviste e di tanto in tanto pubblicano addirittura un libro che non spreca la carta su cui è stampato, ma quei libri e quegli articoli, se lei fa ben attenzione, non sono scritti da loro.
«[…] In realtà a scrivere quell’opera minore è uno scrittore segreto che accetta soltanto i dettami di un capolavoro.
«Il nostro buon artigiano scrive. È assorto in quello che va plasmando bene o male sulla carta. […] Se però la moglie avesse una vista a raggi X si renderebbe conto che non assiste propriamente a un esercizio di creazione letteraria ma piuttosto a una seduta di ipnotismo. Dentro l’uomo seduto a scrivere non c’è nulla. Nulla che sia lui, voglio dire. Quanto farebbe meglio quel pover’uomo a dedicarsi alla lettura. La lettura è piacere e gioia di essere vivo o tristezza di essere vivo e soprattutto è conoscenza e domande. La scrittura, invece, di solito è vuoto. […] Scrive sotto dettatura. Il suo romanzo o la sua raccolta di poesie, decenti, più o meno decenti, nascono non per un esercizio di stile o di volontà, come pensa quel povero disgraziato, ma grazie a un esercizio di occultamento. È necessario che ci siano molti libri, molti bei pini, per schermare agli sguardi torvi il libro che è davvero importante, la maledetta grotta della nostra disgrazia, il fiore magico dell’inverno!
«[…] Ogni opera che non sia un capolavoro è, come dire, un pezzo di un vasto camuffamento. Lei è stato soldato, immagino, e sa a cosa mi riferisco. Ogni libro che non sia un capolavoro è carne da cannone, valorosa fanteria, un pezzo sacrificabile dato che ripete, in vari modi, lo schema del capolavoro.»

2666, tuttavia, un capolavoro lo è davvero e confrontarmi con opere di un migliaio di pagine è stata la mia strategia per dare un senso a questo tempo sospeso e mi interrogo ora se la normalità alla quale eravamo abituati non ci privasse realmente di qualcosa: da quanti anni rimandavo questa lettura, o quella di Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo, perché sapevo che non avrei avuto la possibilità di dedicarmici con la continuità e la dedizione che avrebbero richiesto? Ed è giusto che oggi chi scrive e chi pubblica si autoimponga ad esempio dei limiti di lunghezza? Certo che no, ma come si conciliano allora letteratura, commerciabilità e tempi di lettura? Quanti di noi hanno sperperato sui social network buona parte del surplus di ore libere che la reclusione ci ha insieme concesso e imposto? Sono domande alle quali non sono in grado rispondere, ma so che leggerò presto anche I detective selvaggi di Bolaño, senza farmi intimorire dalle sue 700 pagine.

6 thoughts on “2666 di Roberto Bolaño, opera immensa

  1. Celia ha detto:

    Promette meraviglie.

  2. mirella ha detto:

    non sempre un’opera grande è un capolavoro

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