Non è il mondo che deve dirci chi siamo

Di seguito alcune considerazioni pubblicate da Enrico Macioci sul suo profilo Facebook e che mi ha permesso di condividere qui.

Mi stupisce sempre l’interrogativo: chi non guadagna abbastanza coi suoi libri può definirsi scrittore? Mi stupisce perché sottintende che lo scrittore, prima di dirsi tale, debba ottenere il permesso dal mondo sotto forma di “successo”, un concetto subalterno a molteplici e variabili fattori, e non per forza probante di certe qualità.

Se credere di essere un genio quando (o perché) le case editrici ti rifiutano, o credere di non vincere premi o di non vendere molto perché non allineati al “sistema” può sconfinare nel delirio, credere che la propria identità dipenda da un riconoscimento esterno (economico, critico, eccetera) è altrettanto delirante. Guido Morselli non era uno scrittore, dunque; e nemmeno Franz Kafka o Emily Dickinson. E Van Gogh non era un pittore. E Wittgenstein, ritiratosi a insegnare in una scuola elementare austriaca, non era un filosofo.

E il punto non è nemmeno che di Kafka o Dickinson o Van Gogh ce ne sono pochissimi; anche se ci fossero, sarebbero ugualmente soggetti a quest’idea (non saprei come altro definirla) realistico/capitalista – e non è detto che non lo furono.

Esistono delle passioni e delle abilità. Quando abilità e passione convergono si ha un talento; quando questo talento viene coltivato si ottengono dei risultati; quando si hanno abbastanza autocoscienza e abbastanza onestà, la valutazione di questi risultati sarà abbastanza veritiera (il vero nella sua essenza estetica è un numero periodico) da scongiurare deragliamenti nell’ipertrofia dell’ego o nella depressione.

Io ho pubblicato, in poco più d’un decennio, con case editrici di pressoché tutte le grandezze, ma ciò non ha mai mutato la mia percezione di me. Scrivo perché mi viene facile, e perché quando mi viene difficile so – sento – che comunque ne vale la pena; scrivo perché ne ho bisogno, e ne ho bisogno perché ne traggo piacere e un tipo di dolore funzionale alla mia crescita. Ciò che scrivo è stato ed è, al momento, ritenuto degno di pubblicazione; dunque mi definisco uno scrittore. Non posso sapere cosa direi se non fossi stato pubblicato, ma non posso escludere che se avessi percepito il medesimo senso di centratura, di trovarmi al posto giusto, mi sarei comunque definito uno scrittore – ove per definizione intendo, quasi alla lettera, l’individuazione di ciò che siamo nel profondo, laddove finiamo o crediamo di finire.

Il fatto che i miei guadagni letterari non bastino alla mia sussistenza, e che affianchi alla scrittura attività più o meno remunerative, non cambia di una virgola la sostanza delle cose: io, per me, sono uno scrittore anche mentre falcio l’erba del prato (non ho un prato, ancora). Se mi domandano: chi sei?, la prima risposta che mi viene in mente è: uno scrittore. La possibilità di definizione/accettazione sociale di un’opera solo dietro compenso è l’ennesima menzogna di una società così materialista da ritenere più probante una cifra che un’esistenza – e d’altronde stiamo diventando meri flussi di dati ovvero, secondo il modello del credito cinese, meri possessori di un determinato life time value.

Ciò non significa che io sottovaluti la drammatica condizione economica della stragrande maggioranza degli scrittori; credo sia ingiusto trattare gli scrittori come dei fannulloni, o come dei sognatori, o come dei bambini troppo cresciuti; credo che gli scrittori svolgano un’attività essenziale per tutti – incluso chi non legge – e che dovrebbero percepire un compenso adeguato per i loro sforzi. Non credo sia lecito stilare classifiche di talento, ma credo sia doveroso ripensare un sistema al collasso e inventarne uno nuovo, capace di accompagnare e sostenere le persone che scelgono questa via ardua, incerta e malintesa – o che ne sono scelte.

Prima o poi verrà un tempo in cui non si lavorerà più per guadagnare, bensì solo per stare meglio (nove volte su dieci, oggi, il lavoro ci fa stare peggio, e non è un caso). Nell’attesa, possiamo disidentificarci dal nostro lavoro inteso quale ruolo/maschera e identificarci con ciò che emerge al culmine della meditazione, in risposta alla domanda, sempre da reiterare: chi sono io?

Enrico Macioci è autore di racconti e romanzi tra i quali Breve storia del talento (Mondadori), Lettera d’amore allo yeti (Mondadori), Tommaso e l’algebra del destino (SEM) e Sfondate la porta ed entrate nella stanza buia (TerraRossa Edizioni).

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3 thoughts on “Non è il mondo che deve dirci chi siamo

  1. marcello comitini ha detto:

    Chissà perché queste riflessioni le fanno solo coloro che hanno successo! Nessuno degli autori nominati ha mai fatto simili riflessioni. Forse perché da vivi non sono stati circondati dal successo?

  2. Amanda ha detto:

    “Scrivo perché mi viene facile, e perché quando mi viene difficile so – sento – che comunque ne vale la pena; scrivo perché ne ho bisogno, e ne ho bisogno perché ne traggo piacere e un tipo di dolore funzionale alla mia crescita.”
    Vale anche per me

  3. Sabrina Pintus ha detto:

    Grazie, ottime riflessioni, semplici ed elaborate allo stesso tempo.

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