Scrivere un romanzo: un resoconto dall’aldiquà del testo

Isabel Emrich_immersioneUna riflessione di Eduardo De Cunto sulle conseguenze della scrittura di un romanzo

Ricordo distintamente cosa pensai nel momento esatto in cui terminai la prima stesura del mio primo romanzo. Non “ah, finalmente, ho scritto un romanzo”, e nemmeno “chissà come è venuto”.

Mi dicono che sono più bravo coi racconti brevi. Beh, sono due discipline diverse. Il racconto è un’immersione profonda e rapida: si prende un’idea, o un ricordo, lo si lega intorno al collo come un masso, ci si fa trascinare nelle profondità marine e presto si taglia la corda e si riemergere a riprendere fiato. Il romanzo, invece, è un percorso che le idee te le cambia, è un lavoro complicato d’equilibrio e coerenza, un appuntamento fisso con te stesso che ti obbliga a ritagliare spazi di riflessione su di un medesimo tema. Anche nel romanzo ti capita di fare immersioni profonde, ma è richiesta anche una massiccia dose di ragione ordinatrice. Se il racconto può farsi ed esaurirsi nei fondali marini, il romanzo esige anche la terraferma. Continua a leggere

Il mutamento relazionale in atto e la difficoltà di leggere

Poesia d'estate_De ChiricoEnrico Prevedello ragiona sulla difficoltà con cui ci si approccia alla letteratura durante la quarantena e sulla portata sociale e relazionale del mutamento in atto

Fin dal primo giorno di isolamento forzato ho avuto difficoltà a leggere e a scrivere. Per più di un mese ho pensato fosse un problema solo mio, ma ultimamente ho letto varie interviste in cui scrittori che ammiro hanno manifestato lo stesso sintomo, in particolare mi è stato utile l’intervento di Cristò, Zardi e Macioci: Scrivere nella pandemia. Ho pensato: se questa difficoltà a entrare in relazione con le storie è condivisa, si potrebbe cercarne la motivazione nel modo in cui comprendiamo e costruiamo il mondo delle narrazioni. Allora ho ripreso in mano la tesi di laurea del 2010 con tema “narrativa e neuroscienze” e l’11 settembre come evento criptico da decifrare attraverso l’analisi di tre romanzi americani (L’uomo che cade di Don DeLillo, Follie di Brooklyn di Paul Auster, La strada di Cormac McCarthy). In poche parole, il romanzo viene inteso come strumento cognitivo utile a comprendere la realtà perché attiva gli stessi processi neurologici con cui comprendiamo e costruiamo il mondo che chiamiamo reale. Alcuni passaggi mi sono stati utili a tentare l’interpretazione che segue. Continua a leggere

LA STRADA di Cormac McCarthy e le parole che portano il fuoco

the-road_filmUna riflessione di Emma Cannavale che parte dalla Strada (Einaudi) di Cormac McCarthy per ragionare sull’importanza delle parole e della scrittura

Poco prima che il mondo cambiasse all’improvviso, poco prima che ci trovassimo a fare i conti con una realtà delle cose assai poco reale e assolutamente inedita, poco prima di vivere una condizione esistenziale anomala della quale sfugge il senso, non solo di quanto sta accadendo ma anche di come lo si sta raccontando, avevo proposto di leggere La strada di Cormac McCarthy al gruppo di lettura che si tiene mensilmente da tre anni alla Libreria Campus di Bari.
Il romanzo di McCarthy è un’apocalisse desolata; un paesaggio di cenere, fame e solitudine nel quale un padre e un figlio spingono un carrello della spesa in un mondo di pioggia nera, alberi scheletrici e rovine fumanti. Un silenzio cattivo in cui si aggirano branchi di individui resi bruti dall’istinto di sopravvivenza fine a se stesso, dal freddo e dalla paura; nutrono se stessi di una violenza cannibale, si aggirano in un mondo senza scampo. Continua a leggere

La bestia e la parola (parte seconda)

Caspar_David_Friedrich_-_Der_Mönch_am_Meer_Se vi siete persi la prima parte delle considerazioni di Antonio Lillo, vi suggerisco vivamente di rimediare; qui, ecco la prosecuzione che, partendo da questo periodo di quarantena e dai possibili scenari a cui può condurre, intreccia letteratura, cinema e fede

Continuo a parlare di forze etiche ed epidemia globale, lì dove l’epidemia è solo una parte del problema. Le misure di contenimento messe in atto in questi giorni, misure da “tempo di guerra” che restringono fortemente le libertà personali e limitano lo spazio dell’individualità in nome di un principio più alto di comunità a cui partecipiamo a freddo, senza vederci o toccarci, asetticamente attraverso uno schermo, mi hanno fatto pensare a un romanzo solo relativamente legato all’idea di epidemia, ma che affronta a più ampio raggio una riflessione sulla società che potremmo essere a breve. Continua a leggere

La bestia e la parola (parte prima)

Hieronymus Bosch_or_follower_001 (particolare)Alcune considerazioni di Antonio Lillo che si interroga su quanto della nostra “bestialità” stia emergendo in questi giorni, spaziando da Murder Most Foul di Bob Dylan e i social network alla Pelle di Malaparte, per giungere a Epidemia di Bordini

È trascorso appena un mese da che è cominciato tutto questo e già mi arrivano, in quanto editore, opere incentrate sulla vita durante l’epidemia, troppo descrittive e calate nei disagi quotidiani per riuscire a far breccia, ma evidentemente prove generali di qualcosa che sta covando, che si produrrà di qui a breve, appena la giusta distanza temporale ci permetterà di fare sintesi.
Ad oggi, a mio avviso, l’unico a essere riuscito a proporre un’opera degna a commento del periodo è stato Bob Dylan con Murder Most Foul, canzone lunghissima scritta molto prima dell’epidemia e calata dall’alto, come il monolite di Kubrick sulla terra, da una zona fuori dal tempo a raccontarci qualcosa del nostro presente. Il brano, costruito come un collage postmoderno di citazioni a rima baciata, rievoca il giorno dell’omicidio di Kennedy, ma più che di quello parla del rifiuto della comunità americana di elaborare il lutto – morte del padre – e di passare così dallo stato infantile all’adulto, rifugiandosi invece nella grande festa edonistica degli anni ’60 (il verso chiave in tal senso è: «fate i bravi, bambini, e vedrete che i Beatles vi prenderanno per mano»). Il brano di Dylan è enorme e offre numerosi altri spunti di riflessione, ma i temi che più mi interessano di quel lavoro, così come di altre opere citate in questi giorni – La peste, Cecità – e che di sicuro riemergeranno nelle narrazioni future sull’epidemia, riguardano: il particolare rapporto fra identità personale e collettiva e come questo si riposiziona se sottoposto allo stress di una crisi epidemica; ancora, come tale rapporto reagisce in presenza del sacro (lotta bene/male), la cui espressione attraverso il rito è sempre stato uno dei collanti sociali e culturali fondamentali della nostra civiltà, sacro che a sua volta vive oggi una profondissima crisi identitaria. E, ovviamente, come tutto ciò si trascrive in narrazione. Continua a leggere

Scrivere nella pandemia

Day and Night_Maurits Cornelis EscherÈ possibile scrivere nella pandemia? È possibile leggere? Le riflessioni di tre autori di talento: Cristò, Enrico Macioci e Paolo Zardi.

 

Qual è la morale della storia? Semplicemente questa: che uno scrittore americano a metà del ventesimo secolo è sfiancato dal tentativo di capire, descrivere e quindi rendere credibile la realtà americana che stupisce, dà la nausea, fa infuriare e finisce per creare imbarazzo a chi si trova ad avere un’immaginazione un po’ debole. L’attualità continua a mostrare i suoi talenti, e butta fuori, ogni giorno, personaggi che sono l’invidia di tutti i romanzieri.
(Philip Roth da Writing American Fiction – traduzione di Paolo Zardi)

 

Cristò:
È cominciata così: ho mandato un messaggio WhatsApp a Enrico Macioci e a Paolo Zardi; lo stesso messaggio ma separatamente. Avevo bisogno di sapere se anche loro, scrittori che stimo e soprattutto sento vicini per poetica e visione del mondo, se anche loro – dicevo – stessero reagendo come me alla quarantena nazionale derivata dalla pandemia da Covid-19.
Il messaggio era questo: Continua a leggere

LA PESTE di Albert Camus e il grande interrogativo: perché?

Follower_of_Jheronimus_Bosch_Christ_in_LimboUna lettura di Azzurra Scattarella del celebre romanzo di Alber Camus, La peste (tradotto originariamente per Bompiani da Beniamino Dal Fabbro e nella nuova edizione da Yasmina Mélaouah)

Nel momento in cui il COVID-19 è passato da malattia a epidemia fino a evolvere in pandemia, mi sono sentita pressappoco così: «Il dottor Rieux era impreparato, come lo erano i nostri concittadini, e in tal modo vanno intese le sue esitazioni. In tal modo va inteso anche com’egli sia stato diviso tra l’inquietudine e la speranza». Avevo iniziato da poco a leggere La peste, il capolavoro di Albert Camus, uscito nel 1947.
La storia è raccontata da un narratore onnisciente, di cui solo alla fine si scopre l’identità, che segue lo sviluppo degli eventi, descrivendo come la malattia scoppi ed investa Orano, città dell’Algeria francese, colpendo ogni fascia della popolazione.
Gli oranesi non si rassegnano, non capiscono, non accettano – all’inizio. Convinti di essere intoccabili, convinti di essere al sicuro, dapprima sottovalutano il pericolo, così le autorità tardano a prendere i giusti provvedimenti. E intanto il morbo si diffonde.
I famigliari proteggono i malati fino alla separazione finale. E intanto si infettano.
I medici cercano strategie terapeutiche efficaci. E intanto latitano. Continua a leggere

L’OMBRA DELLO SCORPIONE di Stephen King, la malattia e la condizione umana

The-Stand-Stephen-King-Serie-TvLa lettura di Enrico Macioci del romanzo di Stephen King alla luce dell’attuale pandemia e oltre

The stand, tradotto in italiano da Bompiani come L’ombra dello scorpione, lo lessi una prima volta ai tempi del liceo; l’ho riletto nel gennaio del 2020, un mese prima dello scoppio della pandemia. L’effetto è adesso straniante. Può capitare di leggere qualcosa che si è vissuto; vivere qualcosa che si è letto è molto più raro. Rarissimo, poi, se questo qualcosa riguarda tutti noi. Nel 1978 Stephen King fu lungimirante se si eccettuano due dettagli: a) la gravità del virus (per fortuna il Covid-19 è assai meno letale di Captain Trips); b) i social. La cosiddetta infodemia che sta accompagnando la pandemia nel libro non ha luogo – né ci sarebbe stato margine, estinguendosi il novantanove per cento dell’umanità nell’arco di un paio di settimane. Dove lo scrittore del Maine si rivela un maestro è nel tracciare il funzionamento della psiche individuale e collettiva. Distrazione, incredulità, cialtroneria, allarme, panico e infine orrore scandiscono la presa di coscienza del pericolo, descrivendo una traiettoria ricalcata dall’odierna emergenza. Continua a leggere

CECITÀ di José Saramago e l’insensatezza del male

Blindness_film, da Cecità di SaramagoUna lettura critica di Eduardo De Cunto del capolavoro di José Saramago

Avvertenza: se sei come me, se prima di leggere un romanzo non vuoi sapere nulla di nulla e uccideresti per impedire all’entusiasta recensore di turno di svelare trame e fornire chiavi di lettura che non saranno le tue, non leggere questo articolo.

Si fa un gran parlare di leggere libri in questo periodo di costrizione a casa e forse davvero non è una cattiva idea trarre il bene dal male e fare qualcosa di piacevole e di arricchente.
Tra i titoli più citati in quest’epoca di corona virus, accanto alla Peste di Albert Camus, ai Promessi sposi e al Decamerone, c’è Cecità di José Saramago, lettura che mi mancava. Per la verità mi mancava proprio Saramago e, dopo averlo letto, faccio ammenda e mi metto sui ceci.
Bene, parlavamo di piacere e arricchimento. Se il secondo termine del binomio è di certo azzeccato, devo ammettere che proprio piacere piacere, Cecità, considerati gli attuali chiari di luna, non lo regala. Intendiamoci: stiamo parlando di un capolavoro, ma anche di un testo amaro, spietato, duro, difficile. A cominciare dallo stile (quello inconfondibile dell’autore): un muro di testo continuo, senza a capo, senza interruzioni, senza segni grafici che indichino i dialoghi. A vedersi, toglie il fiato. Continua a leggere

NON È UNA GUERRA, È UNA MALATTIA

The_Ideal_City

Una riflessione di Cristò sull’uso mediatico della metafora bellica a proposito del Covid-19

La metafora non è solo una figura retorica. Non è un semplice orpello estetico utile a rendere, per dirla con Aristotele, un verso o un periodo chiaro e non pedestre. La metafora è il più potente strumento linguistico che l’uomo conosce per trasformare la realtà.
Sempre Aristotele nella Poetica dedica un breve paragrafo all’uso della metafora chiarendone con poche e precise parole la specificità: «La metafora è il trasferimento a una cosa di un nome proprio di un’altra o dal genere alla specie o dalla specie al genere o dalla specie alla specie o per analogia».
Il trasferimento a una cosa di un nome proprio di un’altra! Continua a leggere