Trilogia della città di K. – Tre scenari di dolore, un solo linguaggio

Una lettura critica di Eduardo De Cunto di una delle opere più celebri di Ágota Kristóf, Trilogia della città di K. (traduzioni di Armando Marchi, Virginia Ripa di Meana e Giovanni Bogliolo)

Avvertenza: se sei come me, se prima di leggere un romanzo non vuoi sapere nulla e uccideresti pur di impedire al recensore di turno di svelare trame e fornire chiavi di lettura che non saranno le tue, non leggere questo articolo.

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Cosa vuol dire ricordare – UN RAGAZZO SVEGLIO di Stephen King

In occasione del prossimo Giorno della Memoria, un articolo di Cristò su cosa significhi ricordare l’olocausto e sulla possibilità di farlo con un racconto della raccolta Stagioni diverse di Stephen King

Ho sempre evitato, non so bene perché, di leggere libri o guardare film a tema nei giorni in cui si celebrano ricorrenze a cui quei libri sono legati. Questa volta è successo per caso. Non sapevo, mentre cominciavo a leggere Un ragazzo sveglio di Stephen King – un lungo racconto della raccolta Stagioni diverse (Sperling & Kupfer) – che i temi fossero l’olocausto e il nazismo.
Da libraio di catena, il Giorno della Memoria lo senti arrivare quando ti rendi conto che stai vendendo più copie del solito dell’Amico ritrovato e del Bambino col pigiama a righe. Allora smonti lo scaffale con le proposte sulla Befana e monti quello sul Giorno della Memoria e ogni volta cerchi di metterci qualcosa che ti sembri nuovamente significativo, che vada oltre il classico, che racconti e riporti fuori dalle immagini usuali. Perché ricordare serve a qualcosa solo se si continua a indagare quel ricordo, tanto più se si tratta di un ricordo così complesso, quasi indicibile: un gruppo di uomini che credono sia giusto sterminare un intero popolo.

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LA PELLE di Curzio Malaparte in due accurate letture

Un racconto di verità invisibili: la recensione di Eduardo De Cunto

Sin dal primo rigo di questo romanzo, Malaparte mente. O meglio, Malaparte racconta verità invisibili. E sin dal primo rigo ha l’impressionante abilità di persuadere il lettore della veridicità di ogni aneddoto, persino di banchetti a base di sirene.

Sono «i giorni della “peste” di Napoli». Curzio Malaparte, ufficiale dell’esercito italiano, si trova di stanza nel capoluogo partenopeo appena liberato dai nazifascisti e occupato dai militari alleati. Lui, che è al contempo narratore e protagonista della storia (anzi, della storia e racconto, come apprendiamo dal sottotitolo), accompagna i graduati americani, di cui è amico, negli angoli noti e meno noti della città, lungo dodici capitoli che tratteggiano altrettanti gironi infernali. Qual è la malattia che ha contagiato la città? Non si tratta della peste che affligge il fisico, ma di una peste “morale” che ha contagiato i sopravvissuti allo scoppiare della pace.

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Scrivere un romanzo: un resoconto dall’aldiquà del testo

Isabel Emrich_immersioneUna riflessione di Eduardo De Cunto sulle conseguenze della scrittura di un romanzo

Ricordo distintamente cosa pensai nel momento esatto in cui terminai la prima stesura del mio primo romanzo. Non “ah, finalmente, ho scritto un romanzo”, e nemmeno “chissà come è venuto”.

Mi dicono che sono più bravo coi racconti brevi. Beh, sono due discipline diverse. Il racconto è un’immersione profonda e rapida: si prende un’idea, o un ricordo, lo si lega intorno al collo come un masso, ci si fa trascinare nelle profondità marine e presto si taglia la corda e si riemergere a riprendere fiato. Il romanzo, invece, è un percorso che le idee te le cambia, è un lavoro complicato d’equilibrio e coerenza, un appuntamento fisso con te stesso che ti obbliga a ritagliare spazi di riflessione su di un medesimo tema. Anche nel romanzo ti capita di fare immersioni profonde, ma è richiesta anche una massiccia dose di ragione ordinatrice. Se il racconto può farsi ed esaurirsi nei fondali marini, il romanzo esige anche la terraferma. Continua a leggere

Il mutamento relazionale in atto e la difficoltà di leggere

Poesia d'estate_De ChiricoEnrico Prevedello ragiona sulla difficoltà con cui ci si approccia alla letteratura durante la quarantena e sulla portata sociale e relazionale del mutamento in atto

Fin dal primo giorno di isolamento forzato ho avuto difficoltà a leggere e a scrivere. Per più di un mese ho pensato fosse un problema solo mio, ma ultimamente ho letto varie interviste in cui scrittori che ammiro hanno manifestato lo stesso sintomo, in particolare mi è stato utile l’intervento di Cristò, Zardi e Macioci: Scrivere nella pandemia. Ho pensato: se questa difficoltà a entrare in relazione con le storie è condivisa, si potrebbe cercarne la motivazione nel modo in cui comprendiamo e costruiamo il mondo delle narrazioni. Allora ho ripreso in mano la tesi di laurea del 2010 con tema “narrativa e neuroscienze” e l’11 settembre come evento criptico da decifrare attraverso l’analisi di tre romanzi americani (L’uomo che cade di Don DeLillo, Follie di Brooklyn di Paul Auster, La strada di Cormac McCarthy). In poche parole, il romanzo viene inteso come strumento cognitivo utile a comprendere la realtà perché attiva gli stessi processi neurologici con cui comprendiamo e costruiamo il mondo che chiamiamo reale. Alcuni passaggi mi sono stati utili a tentare l’interpretazione che segue. Continua a leggere

LA STRADA di Cormac McCarthy e le parole che portano il fuoco

the-road_filmUna riflessione di Emma Cannavale che parte dalla Strada (Einaudi) di Cormac McCarthy per ragionare sull’importanza delle parole e della scrittura

Poco prima che il mondo cambiasse all’improvviso, poco prima che ci trovassimo a fare i conti con una realtà delle cose assai poco reale e assolutamente inedita, poco prima di vivere una condizione esistenziale anomala della quale sfugge il senso, non solo di quanto sta accadendo ma anche di come lo si sta raccontando, avevo proposto di leggere La strada di Cormac McCarthy al gruppo di lettura che si tiene mensilmente da tre anni alla Libreria Campus di Bari.
Il romanzo di McCarthy è un’apocalisse desolata; un paesaggio di cenere, fame e solitudine nel quale un padre e un figlio spingono un carrello della spesa in un mondo di pioggia nera, alberi scheletrici e rovine fumanti. Un silenzio cattivo in cui si aggirano branchi di individui resi bruti dall’istinto di sopravvivenza fine a se stesso, dal freddo e dalla paura; nutrono se stessi di una violenza cannibale, si aggirano in un mondo senza scampo. Continua a leggere

La bestia e la parola (parte seconda)

Caspar_David_Friedrich_-_Der_Mönch_am_Meer_Se vi siete persi la prima parte delle considerazioni di Antonio Lillo, vi suggerisco vivamente di rimediare; qui, ecco la prosecuzione che, partendo da questo periodo di quarantena e dai possibili scenari a cui può condurre, intreccia letteratura, cinema e fede

Continuo a parlare di forze etiche ed epidemia globale, lì dove l’epidemia è solo una parte del problema. Le misure di contenimento messe in atto in questi giorni, misure da “tempo di guerra” che restringono fortemente le libertà personali e limitano lo spazio dell’individualità in nome di un principio più alto di comunità a cui partecipiamo a freddo, senza vederci o toccarci, asetticamente attraverso uno schermo, mi hanno fatto pensare a un romanzo solo relativamente legato all’idea di epidemia, ma che affronta a più ampio raggio una riflessione sulla società che potremmo essere a breve. Continua a leggere

La bestia e la parola (parte prima)

Hieronymus Bosch_or_follower_001 (particolare)Alcune considerazioni di Antonio Lillo che si interroga su quanto della nostra “bestialità” stia emergendo in questi giorni, spaziando da Murder Most Foul di Bob Dylan e i social network alla Pelle di Malaparte, per giungere a Epidemia di Bordini

È trascorso appena un mese da che è cominciato tutto questo e già mi arrivano, in quanto editore, opere incentrate sulla vita durante l’epidemia, troppo descrittive e calate nei disagi quotidiani per riuscire a far breccia, ma evidentemente prove generali di qualcosa che sta covando, che si produrrà di qui a breve, appena la giusta distanza temporale ci permetterà di fare sintesi.
Ad oggi, a mio avviso, l’unico a essere riuscito a proporre un’opera degna a commento del periodo è stato Bob Dylan con Murder Most Foul, canzone lunghissima scritta molto prima dell’epidemia e calata dall’alto, come il monolite di Kubrick sulla terra, da una zona fuori dal tempo a raccontarci qualcosa del nostro presente. Il brano, costruito come un collage postmoderno di citazioni a rima baciata, rievoca il giorno dell’omicidio di Kennedy, ma più che di quello parla del rifiuto della comunità americana di elaborare il lutto – morte del padre – e di passare così dallo stato infantile all’adulto, rifugiandosi invece nella grande festa edonistica degli anni ’60 (il verso chiave in tal senso è: «fate i bravi, bambini, e vedrete che i Beatles vi prenderanno per mano»). Il brano di Dylan è enorme e offre numerosi altri spunti di riflessione, ma i temi che più mi interessano di quel lavoro, così come di altre opere citate in questi giorni – La peste, Cecità – e che di sicuro riemergeranno nelle narrazioni future sull’epidemia, riguardano: il particolare rapporto fra identità personale e collettiva e come questo si riposiziona se sottoposto allo stress di una crisi epidemica; ancora, come tale rapporto reagisce in presenza del sacro (lotta bene/male), la cui espressione attraverso il rito è sempre stato uno dei collanti sociali e culturali fondamentali della nostra civiltà, sacro che a sua volta vive oggi una profondissima crisi identitaria. E, ovviamente, come tutto ciò si trascrive in narrazione. Continua a leggere

Scrivere nella pandemia

Day and Night_Maurits Cornelis EscherÈ possibile scrivere nella pandemia? È possibile leggere? Le riflessioni di tre autori di talento: Cristò, Enrico Macioci e Paolo Zardi.

 

Qual è la morale della storia? Semplicemente questa: che uno scrittore americano a metà del ventesimo secolo è sfiancato dal tentativo di capire, descrivere e quindi rendere credibile la realtà americana che stupisce, dà la nausea, fa infuriare e finisce per creare imbarazzo a chi si trova ad avere un’immaginazione un po’ debole. L’attualità continua a mostrare i suoi talenti, e butta fuori, ogni giorno, personaggi che sono l’invidia di tutti i romanzieri.
(Philip Roth da Writing American Fiction – traduzione di Paolo Zardi)

 

Cristò:
È cominciata così: ho mandato un messaggio WhatsApp a Enrico Macioci e a Paolo Zardi; lo stesso messaggio ma separatamente. Avevo bisogno di sapere se anche loro, scrittori che stimo e soprattutto sento vicini per poetica e visione del mondo, se anche loro – dicevo – stessero reagendo come me alla quarantena nazionale derivata dalla pandemia da Covid-19.
Il messaggio era questo: Continua a leggere

LA PESTE di Albert Camus e il grande interrogativo: perché?

Follower_of_Jheronimus_Bosch_Christ_in_LimboUna lettura di Azzurra Scattarella del celebre romanzo di Alber Camus, La peste (tradotto originariamente per Bompiani da Beniamino Dal Fabbro e nella nuova edizione da Yasmina Mélaouah)

Nel momento in cui il COVID-19 è passato da malattia a epidemia fino a evolvere in pandemia, mi sono sentita pressappoco così: «Il dottor Rieux era impreparato, come lo erano i nostri concittadini, e in tal modo vanno intese le sue esitazioni. In tal modo va inteso anche com’egli sia stato diviso tra l’inquietudine e la speranza». Avevo iniziato da poco a leggere La peste, il capolavoro di Albert Camus, uscito nel 1947.
La storia è raccontata da un narratore onnisciente, di cui solo alla fine si scopre l’identità, che segue lo sviluppo degli eventi, descrivendo come la malattia scoppi ed investa Orano, città dell’Algeria francese, colpendo ogni fascia della popolazione.
Gli oranesi non si rassegnano, non capiscono, non accettano – all’inizio. Convinti di essere intoccabili, convinti di essere al sicuro, dapprima sottovalutano il pericolo, così le autorità tardano a prendere i giusti provvedimenti. E intanto il morbo si diffonde.
I famigliari proteggono i malati fino alla separazione finale. E intanto si infettano.
I medici cercano strategie terapeutiche efficaci. E intanto latitano. Continua a leggere