FAME di Knut Hamsun e l’ispirazione

Knut HamsunKnut Hamsun, ricevette il Premio Nobel per la Letteratura nel 1920 e aveva solo trentuno anni quando fu pubblicato Fame (nel 1890): è un breve romanzo che ha per protagonista un aspirante scrittore lacerato dal conflitto tra orgoglio e principi morali da una parte, fame e disperazione dall’altra. Il brano riportato qui di seguito, tradotto da Ervino Pocar, è tratto dall’edizione Adelphi e mostra il narratore in uno dei rari momenti di felice ispirazione. Continua a leggere

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LE PAROLE di Jean-Paul Sartre: leggere, scrivere

jean-paul sartreJean-Paul Sartre ha intitolato Le parole la sua autobiografia pubblicata nel 1964, in concomitanza con il rifiuto del premio Nobel per la Letteratura; la traduzione in italiano per il Saggiatore è di Luigi de Nardis. In queste pagine, con grande consapevolezza e autoironia, Sartre fa rivivere la propria infanzia e riferisce la propria formazione come precoce lettore e poi i suoi primi approcci alla scrittura, in parte sottraendosi al mondo e in parte cercando di possederne gli elementi costitutivi, rinunciando a un po’ di vita nell’ambizione di protrarla oltre i limiti biologici.
Riporto qui alcuni dei brani che mi hanno colpito maggiormente. Continua a leggere

LA PESTE di Albert Camus e la fragilità di chi si accosta alla scrittura

albert camusTra i tanti memorabili personaggi del capolavoro di Albert Camus, La peste, c’è un modesto impiegato comunale con velleità letterarie, Grand; qui di seguito un suo dialogo con il medico Rieux in cui emergono tutta l’incertezza e la fragilità di chi si accosta umilmente alla scrittura. Il brano è tratto dall’edizione dei Grandi Tascabili Bompiani (traduzione di Beniamino Dal Fabbro). Continua a leggere

NEL TERRITORIO DEL DIAVOLO – Sul mistero di scrivere, Flannery O’Connor

flannery o'connorRaramente i manuali di scrittura sono utili se non a comprendere le peculiarità della tecnica e della poetica dei loro autori. Rappresenta una preziosa eccezione questa raccolta di saggi di Flanerry O’Connor, Nel territorio del diavolo – Sul mistero di scrivere, a cura di Robert e Sally Fitzgerald, pubblicata da minimum fax con la supervisione di Ottavio Fatica. La O’Connor non solo rende conto del suo modo di intendere l’arte, ma coglie con semplicità e acume la necessità per ogni narratore di svincolarsi da dogmi di ogni tipo, di confrontarsi con la realtà e di infondere vita e verità nelle storie e nei personaggi. Riporto di seguito alcuni brani e invito a leggere questo testo non solo gli aspiranti scrittori, ma tutti coloro che vogliano comprendere cosa possa e debba essere la letteratura. Continua a leggere

Intervista a Francesco Permunian, autore di COSTELLAZIONI DEL CREPUSCOLO – Professione scrittore 24

francesco-permunian, intervistaFrancesco Permunian ha esordito nella narrativa con Cronaca di un servo felice (Meridiano zero), a cui è seguito Camminando nell’aria della sera (Rizzoli): opere ora riviste e confluite in Costellazioni del crepuscolo (il Saggiatore). Altri suoi romanzi sono stati pubblicati da Diabasis e Nutrimenti e il suo nome figura nell’antologia, curata da Andrea Cortellessa, Narratori degli Anni Zero (prima edizione Ponte Sisto, seconda L’orma).
In Cronaca di un servo felice il narratore, abbandonato dalla moglie fedifraga, si è ridotto ad assistere la pretenziosa suocera, un tempo avvezza a ogni eccesso e ormai invalida; pagina dopo pagina però, il lettore inizia a dubitare della sua lucidità, ritrovandosi invischiato nei sui incubi. Costellazioni del crepuscolo, da cui deriva il titolo dell’intero volume, è un interludio composto da riflessioni, micro-racconti e visioni dell’autore, permeati di quell’amara ironia che caratterizza Camminando nell’aria della sera; quest’ultimo è un romanzo composto da brevi narrazioni che hanno per protagonista un medico che ci racconta le tragicomiche esistenze dei suoi compaesani e il suo approssimarsi alla vecchiaia. Ad accomunare i tre testi sono un sentimento di solitudine e l’affiorare della follia in ogni sua gradazione, dal patologico al bizzarro, oltre che la scrittura di Permunian, che costeggia l’oscurità dalla quale talvolta riesce a discostarsi con un sorriso. Continua a leggere

Perché leggere e perché scrivere in TONY & SUSAN di Austin Wright

Tony & Susan_Wright_copertina AdelphiPubblicato nel 1993 negli Stati Uniti, Tony & Susan è il più celebre romanzo di Austin Wright ed è stato riproposto con la traduzione di Laura Noulian da Adelphi nel 2011, dopo l’edizione Rizzoli del 1994. Da quest’opera è stato tratto il film del 2016 Animali notturni (regia di Tom Ford) che l’ha riportata in auge restituendogli l’attenzione che merita. È un romanzo appassionante che si muove su due piani narrativi: in uno c’è Tony, la cui vita viene stravolta in una notte di folle violenza, nell’altro Edward che ha scritto questa storia (dal titolo Animali notturni) e ora sottopone il manoscritto a colei che ne aveva scoraggiato le velleità letterarie, ossia la sua ex moglie, Susan; le vicende del personaggio si alternano a quelle presenti e passate di quest’ultima, così come l’atmosfera noir prevalente nel primo e nell’ultimo quarto del libro si intreccia con quella intimistico-famigliare. Sebbene la tensione implacabile che Wright riesce a innescare si esaurisca quasi nel primo centinaio di pagine, lo fa a vantaggio di una ficcante esplorazione dell’ambiguità e dell’incostanza dei sentimenti. Ma c’è anche almeno un’altra ragione che può far apprezzare Tony & Susan: il gran numero di riferimenti alla scrittura e alla lettura, alle ragioni profonde a esse sottese. Ne riporto i più significativi. Continua a leggere

ECLISSI di Ezio Sinigaglia, recensione e intervista

Eclissi, Ezio Sinigaglia, copertina NutrimentiEclissi, il nuovo romanzo di Ezio Sinigaglia a trent’anni da Il pantarèi

Ezio Sinigaglia lavora da sempre con la scrittura: l’aletta del suo ultimo romanzo ci riferisce che è stato redattore, traduttore, fotocompositore, copywriter, ghostwriter, autore di guide turistiche e docente di scrittura. Ma è una persona talmente schiva che in pochi conoscono il suo nome – e dal suo esordio con il metaromanzo Il pantarèi sono trascorsi trent’anni. Eclissi, pubblicato da Nutrimenti, giunge dunque come un dono inatteso e insperato.
È la storia del bilancio esistenziale che il triestino Eugenio Akron, protagonista quasi settantenne, decide di compiere su un’isola del Mare di Norvegia, dalla quale sarà possibile assistere a un’eclissi totale di Sole durante l’equinozio di primavera. È vedovo da tre anni e non riesce ad abituarsi alla perdita della moglie, ma gradualmente emergerà come il suo turbamento abbia radici più profonde: saranno la suggestione dei luoghi che visiterà e l’incontro con un’anziana americana a farle riaffiorare. Quel che sorprende di Eclissi, però, è innanzitutto l’impeccabile eleganza stilistica con cui Sinigaglia descrive sentimenti delicati o tratteggia atmosfere e paesaggi, la capacità di rendere il modo sporcato e vivido con il quale ci si esprime in una lingua straniera, la garbata ironia con cui delinea il rapporto tra uomini e donne e tra figli e genitori.
C’è poi qualcosa che accomuna Eugenio a ciascun lettore, è la domanda sul senso del susseguirsi dei giorni; Sinigaglia non ha la presunzione di formulare una risposta, ma non rinuncia a concedere al suo protagonista qualche tregua: «Akron stava vivendo […] un quarto d’ora di felicità così toccante nel presente e, insieme, di così felice attesa del futuro da sentirsi ricompensato, all’improvviso e in un istante solo, dell’immane fatica che aveva dovuto sostenere per restare al mondo tanto a lungo».
Qui di seguito l’intervista a Ezio Sinigaglia.

Come nasce la storia di Eugenio Akron e cosa ha determinato il lungo intervallo che separa Eclissi dal suo primo romanzo?
Devo subito sgombrare il campo da un possibile malinteso, che affiora di tanto in tanto nelle domande che mi vengono rivolte. Dalla pubblicazione del Pantarèi (1985) a quella di Eclissi (2016) sono trascorsi più di trent’anni di silenzio, è vero. Ma si tratta di un silenzio squisitamente editoriale, non di un silenzio della penna o della tastiera, o di una sorta di afasia letteraria. Tutt’altro: ho scritto parecchio, in quei trent’anni. Se gli scrittori numerassero i loro lavori come sono soliti fare i musicisti e Il pantarèi fosse il mio opus 1 (con conseguente damnatio memoriae degli insulsi scritti giovanili), Eclissi sarebbe come minimo l’opus 10, trascurando una notevole massa di opere incompiute e un paio di lavori in corso. Non è forse moltissimo, e sarebbe stato sicuramente di più se non avessi dovuto scrivere tante altre cose per sbarcare il lunario, ma a conti fatti non è neppure poco. Non ho ragione di lamentarmene, e ormai ho smesso di rammaricarmi anche della sfortunata sorte toccata al Pantarèi, che certo meritava qualcosa di più dei venticinque lettori che ha avuto. Tuttavia è proprio in questa sorte sfortunata del mio romanzo d’esordio che va individuata la spiegazione della mia scelta: continuare a scrivere senza mai più cercare un editore.
Il pantarèi fu pubblicato nel 1985 da un piccolo editore coraggioso, SPS, ma era un’opera compiuta fin dal 1980, ed era stato nei due-tre anni successivi che si era giocato il suo destino. In quei due-tre anni fu letto, apprezzato, lodato e respinto da – praticamente – tutti gli editori del tempo, che era in Italia un tempo di case editrici numerose, grandi, medio-grandi e medie. Le ragioni degli elogi erano chiarissime, quelle dei rifiuti vaghe o, quando precise, insensate. Ragioni irragionevoli, insomma. Avessi tendenze paranoiche, ne avrei potuto dedurre che nessuno voleva pubblicare il mio romanzo perché l’avevo scritto io. Essendo invece inclinato più all’ironico che al tragico, ne trassi la conclusione che gli editori italiani avevano un’idea di letteratura in generale, e di romanzo in particolare, molto diversa dalla mia e che, se ci tenevo alla mia pelle, era consigliabile troncare ogni rapporto con loro. Il caso Morselli era ancora abbastanza fresco da mettermi in allarme.
Ho voluto chiarire questo punto per allontanare da me il sospetto di avere scritto Eclissi solo perché finalmente, dopo quasi quarant’anni di istupidimento, avevo avuto una seconda idea buona. Di idee buone ne ho avute altre, che hanno dato vita ad altri romanzi, racconti lunghi e stranezze più insolite. Né peraltro sono così esigente o schizzinoso da aspettare la grande illuminazione per gettarmi a capofitto in un’impresa narrativa. So per esperienza che le idee migliori sono le invenzioni che nascono in corso d’opera, dando sostanza e forza a quel filo d’oro, lucente ma esile, che si potrebbe chiamare l’idea-scaturigine. Anche nel caso di Eclissi è stato così: ho trovato il filo d’oro, un’eclissi totale di Sole prevista per il giorno dell’equinozio e la cui ombra avrebbe interessato il Polo Nord. Per una serie di ragioni mi piaceva l’idea di spedire un mio personaggio ad assistervi. Ma sulle prime avevo in mano ben poco: l’eclissi e il cognome del personaggio, Akron, che ho rubato a me stesso (era il protagonista di una mia incompiuta opera giovanile). Senza le invenzioni che ho avuto in seguito, il mio romanzo starebbe tutto in questa frase: “Akron va all’Eclissi”. Un po’ troppo poco per farne un libro. Tuttavia devo ammettere che l’eclissi si è dimostrata una buona idea, molto feconda, e Akron un nome azzeccato. Continua a leggere