UNA SPECIE DI SOLITUDINE, i diari di John Cheever

John CheeverPubblicata da Feltrinelli nella traduzione di Adelaide Cioni, Una specie di solitudine è l’autobiografia involontaria di John Cheever, disperata e luminosa, che si delinea dal semplice accostamento dei diari che tenne dalla fine degli anni ’40 all’inizio degli ’80, dagli esordi al successo. Lo scrittore mette a nudo la fragilità, gli sbalzi d’umore, le pulsioni omo ed eterosessuali, l’alcolismo, i sensi di colpa, l’ambizione letteraria, i continui contrasti con la moglie, ma anche l’amore per i figli e una certa religiosità che talvolta lo riequilibrano, così come la vista di un bel paesaggio, un gioco di luce, una nuotata: si ha forse l’impressione di violare la sua intimità, ma di farlo non per voyerismo quanto per donargli idealmente un po’ di quell’affetto che insaziabilmente cercava. I brani che riporto di seguito sono alcuni di quelli inerenti alla scrittura e alle sue letture e sicuramente non appartengono alle pagine più belle, motivo per cui vi invito davvero a leggere quest’opera.

La fine degli anni quaranta e gli anni cinquanta

Scrivere bene, scrivere con passione, essere meno inibito, essere più caldo, essere più autocritico, riconoscere il potere così come la forza del desiderio carnale, scrivere, amare.

Mille volte ho fatto l’elenco dei miei racconti non riusciti, ho deciso di cambiarli e sentito che stavo puntando troppo in basso, e così ho aspettato qualcosa di meglio e ormai devo guardare questi racconti con l’occhio dell’imprenditore e finirli, per quanto sembrino di second’ordine.

Quando parlo con la gente, quando sono in treno, la vita sembra possedere una bontà apparente, di superficie, che non ha bisogno di essere messa in discussione. Quando passo sei o sette ore al giorno alla macchina da scrivere, quando cerco di farmi passare il mal di testa etilico dormendo su una poltrona rotta, finisco per mettere tutto in discussione, me compreso. […] Devo trovare un equilibrio fra lo scrivere e il vivere.

Le mie impressioni sul libro di Kerouac sono state: che non è un buon libro; che la maggior parte delle enfasi o degli effetti è presa da alcuni dei veri esploratori, come Saul [Bellow]; e che l’immaginario apocalittico non è abbastanza forte: non è mai illuminato da un vero talento, né da un sentimento o da una visione profonda. In parole povere sono stato contento di poterlo sminuire, cosa che forse riflette la mia mancanza di innocenza.

Ho letto due miei racconti e li ho trovati troppo leggeri. Erano profondamente sentiti all’epoca ma è come se mancassero le note basse […]. Per quale motivo alcune di queste righe, tratte dal più profondo dolore e piacere che abbia mai conosciuto, sembrano così superficiali e niente di più?

Se scrivo prosa narrativa, e certe volte lo faccio, devo attenermi a queste limitazioni. Non può essere che ogni rigo sia un grido del cuore, inciso nella pietra. Però mi ribello alla parlata comune, alla qualità di riempitivo che trovo nel mio lavoro […].

Gli anni sessanta

Leggo il libro di Hemingway. Mi suscita quei sentimenti contrastanti che proviamo quando una parte ancora integra della nostra adolescenza si scontra con l’uomo che siamo diventati. Quando ero giovane, i libri di Hemingway mi assorbivano completamente. Imitavo lui e il suo stile. Scrive con quella distorsione galvanica che dà l’illusione di una visione particolare: ovvero, rompe e riforma i ritmi abituali dell’introspezione.

Una specie di solitudine_John Cheever_copertinaSo di avere una natura tormentata, e ho cercato di contenerla incanalandola in qualcosa di creativo.

Non è tanto che mi scoccerebbe passare alla storia come uno scrittore trascurabile; è che mi scoccerebbe moltissimo passare come uno scrittore che ha sprecato i suoi talenti nell’ubriachezza, l’accidia, la rabbia e la stizza. Quelli che sto affrontando adesso non sono più i normali problemi dell’indigenza, di una stanza male illuminata, del mal di stomaco. Quelli che sto affrontando adesso sono il tempo, l’alcol e la morte.

Alla Harper sembrano contenti del libro, anche se io mi sento paranoico e continuo ad analizzare i loro commenti in cerca di segni di falsità.

Apro Nabokov e rimango incantato da questa gamma di ambiguità, questa meravigliosa atmosfera di falsità, e mi interessano i suoi metodi, li trovo molto congeniali, ma il suo linguaggio immaginifico […] non mi appartiene. La casa in cui sono cresciuto io aveva una sua magia, ma mio padre appendeva le mutande a un chiodo dietro la porta del bagno, e anche se conosco un po’ la Riviera non sono un aristocratico russo rifinitosi a Parigi. Lo stile della mia scrittura sarà sempre in certa misura prosaico.

E penso che lo scrittore sia tragicamente costretto nella posizione dello spettatore. Vede dalla sua finestra una donna che ruba fiorranci in un giardino pubblico, un vecchio che piscia dietro un albero, una partita a pallone in un terreno abbandonato, ma fra lui e queste visioni semplici e naturali sembra essersi spalancata una voragine; dopotutto non si può riparare un carburatore né giocare a calcio con una penna in mano e un occhio troppo acuto e critico in testa.

Pensando a Fitzgerald, trovo che c’è un lungo elenco di titani della letteratura che si sono distrutti da soli: Hart Crane, Virginia Woolf, Hemingway, Lewis, Dylan Thomas, Faulkner. Alcuni sono sopravvissuti, Eliot e Cummings, ma sono pochi. […] Lo scrittore coltiva, espande, alleva e gonfia la propria immaginazione, sicuro che sia il suo destino, il suo scopo, il suo contributo alla comprensione del bene e del male. Nel gonfiare la propria immaginazione, gonfia anche la sua tendenza al male. Mentre gonfia la sua immaginazione, gonfia la sua tendenza all’ansia, e inevitabilmente diventa vittima di fobie annichilenti che si possono alleviare solo con dosi letali di eroina o di alcol.

Gli anni settanta e i primi anni ottanta

Questo ponte di linguaggio, metafore, aneddoti e immaginazione che costruisco ogni mattina per attraversare le incongruenze della mia vita sembra davvero fragilissimo.

[…] leggo il pezzo di Updike su Borges e Nabokov. […] È questo, allora, il brivido di scrivere, di giocare in questa squadra; la sensazione veramente elettrizzante che sia un’avventura; il capello, il granello di sabbia in bocca; l’importanza (non egoistica) di questa esplorazione, il fitto della foresta pluviale, la ritrosia dei serpenti velenosi, la risonante convinzione che domani troveremo la canoa e la pagaia e il fiume che scorre oltre il delta fino al mare.

Leggo qualche mio racconto. Mi irrita quanto sono precisi, sembra sempre che stia mirando a dei bersagli piccoli. Centrarli li centro, ma perché non prendere una doppietta calibro 12 e andare a caccia di prede più grosse? E mi irrita anche la mancanza di veri e propri climax. Quante volte nella vita sono stato squassato da un violento orgasmo? Almeno tante quante sono le stelle in cielo, eppure non sembro capace di metterlo per iscritto.

[…] credo nella narrativa come invenzione. Quello che intendo, ovviamente, è che credo nella narrativa come rivelazione.

 

Qui la recensione della sua raccolta dei racconti giovanili:
https://giovannituri.wordpress.com/2017/11/14/birra-scura-e-cipolle-dolci-di-john-cheever-recensione/

3 thoughts on “UNA SPECIE DI SOLITUDINE, i diari di John Cheever

  1. salomé alexandra ha detto:

    Questo, sì!

  2. Paola ha detto:

    Cheever, il suo Nuotatore fa sognare come Kafka.

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