SCOMPARTIMENTO PER LETTORI E TACITURNI, Grazia Cherchi

Grazia CherchiScompartimento per lettori e taciturni è una raccolta di articoli e interviste pubblicata da Feltrinelli nel 1997, a due anni dalla morte di Grazia Cherchi, e riproposta da minimum fax. Ogni pagina ci dà conferma della curiosità intellettuale e della schiettezza di giudizio della Cherchi, che ha collaborato come consulente editoriale, oltre che con la stessa Feltrinelli, anche con Rizzoli e Arnoldo Mondadori, e come giornalista con testate come «L’Unità» e «Panorama», partecipando alla fondazione dei «Quaderni piacentini». I tesi raccolti sono apparsi per lo più negli anni ’80 e ruotano prevalentemente intorno al mondo dell’editoria e della letteratura, denunciando una frequente carenza di valori culturali e di professionalità (mali che si sono oggi acuiti) e cercando, di contro, di discernere e divulgare le opere e il pensiero di critici competenti e scrittori di talento. Riporto di seguito alcuni tra gli innumerevoli paragrafi che ho sottolineato.

 

Sui dattiloscritti
Da qualche lustro, e non per hobby, leggo dattiloscritti di narrativa italiana. […] Chi manda questi dattiloscritti? Un po’ tutti. Infatti, com’è noto, tutti credono di saper scrivere un romanzo. Carta e penna sono di uso generale e, così si crede, la lingua italiana, il cui vocabolario fra l’altro va sempre più comodamente riducendosi. [«Panorama», dicembre 1985] Continua a leggere

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Giuseppe Pontiggia, IL GIOCATORE INVISIBILE (3)

[dall’edizione Oscar Mondadori del Giocatore invisibile di Giuseppe Pontiggia]

Talora quando rileggeva, tra un manoscritto e l’altro, certi libri che aveva in biblioteca, la pagina iniziale del Circolo Pickwick o di Moby Dick, ad esempio, oppure Pel di Carota o i Viaggi di Gulliver, provava una inattesa commozione, come se incontrasse autori di un altro pianeta e che però scrivevano proprio per lui. Quello che stavano dicendo lo riguardava, lì, in quel momento, in piedi nel suo studio, senza bisogno di appelli e di riletture, con la felicità vivificante di una intimità completa. Quando poi ritornava a un manoscritto di trecento pagine dove magari – per esplicita volontà dell’autore – capitava “tutto”, non si sentiva più nella condizione giusta per giudicare. Spesso l’autore falliva non perché non avesse qualità, ma perché non sapeva rinunciare a qualcuna. Ingordo e infantile, si comportava come quei clienti che, in un pranzo a prezzo fisso e scelta libera, non sanno rinunciare a nessuno tra i primi piatti, e al secondo, come il cuoco ha previsto, arrivano esausti. Talora, rileggendo questi giudizi, si accorgeva di avere sbagliato il tono, la valutazione, la previsione, e se ne sentiva responsabile. Le lettere di rifiuto erano invece opera degli editori e venivano elaborate sulla base di una robusta diffidenza nella obiettività del destinatario, atteggiamento ricambiato con uguale convinzione dall’altra parte […].

Giuseppe Pontiggia, IL GIOCATORE INVISIBILE (2)

[dall’edizione Oscar Mondadori del Giocatore invisibile di Giuseppe Pontiggia]

Altri testi di sconosciuti entravano invece nello spazio, arbitrario, aleatorio, ma anche abbastanza preciso, della pubblicabilità. Allora cominciavano i dubbi, un interesse inquieto, l’attesa che arrivassero le pagine che lo facessero decidere per il sì o per il no. A volte però non arrivavano e le esitazioni continuavano dopo l’indice, lo seguivano mentre andava in corridoio, dove incontrava sempre qualcuno della famiglia, uno dei suoi due figli o la moglie o la suocera, ai quali diceva qualcosa di generico per distrarsi e tornare poi a sdraiarsi sul divano. Sapeva però che questo non serviva e che solo riflettendo molto tempo, seduto davanti alla macchina da scrivere, trovava le parole per capire quello che provava e contemporaneamente per dirlo.
Non c’erano invece problemi quando gli autori erano quei nomi noti che appartenevano alle cosiddette “scuderie” degli editori: allora il suo giudizio, anche se negativo, non cambiava il destino di nessuno, né poteva mutare il corso di una vita (questa idea però lo turbava sempre meno, visto che sono troppe, o troppo poche, le cose che la cambiano). Il testo veniva pubblicato puntualmente e talora lui diceva nel risvolto di copertina il contrario, o quasi, di quanto aveva detto nel giudizio. Bastava cambiare gli aggettivi, sostituire “monotono” con “avvincente” o “esangue” con “vitale”. L’incongruenza diventava “libertà fantastica”, il patetismo “pathos”, l’arbitrio “coerenza”. Con “rigore” e “autenticità” non si sbagliava mai, soprattutto se accoppiati; e, tra gli aggettivi, l’àncora di salvezza era “sconvolgente”: “mica male” (nel migliore dei casi) sarebbe stata l’espressione più adeguata, ma “sconvolgente” era l’espressione che si usava. Smussando così gli angoli e colmando i vuoti, chiamando le stonature “dissonanze” e l’omertà “riserbo”, scriveva il risvolto di libri immaginari, rispondenti solo in minima parte a quelli reali.

Giuseppe Pontiggia, IL GIOCATORE INVISIBILE

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[dall’edizione Oscar Mondadori del Giocatore invisibile di Giuseppe Pontiggia]

La speranza di scoprire anche lui uno scrittore nuovo in uno sconosciuto non lo abbandonava mai, ma non si realizzò molto frequentemente nel corso degli anni. Le rare volte era stata una strana, intensa, effimera felicità, un partecipare silenzioso e decisivo alla gioia di un altro.
Più spesso, purtroppo, le opere erano mediocri e giudicarle diventava un lavoro malinconico. Le delusioni più immediate e inequivocabili erano provocate dai romanzi che cercavano vanamente di fare ridere, nella fiducia che il lettore fosse un complice, o un essere entusiasta e puerile, o un congiunto solidale e arrendevole (come spesso avviene, per inerzia o quieto vivere). E a lui non restava che attenuare la stroncatura per renderla più attendibile.