Intervista a Giovanni Barone, traduttore de LA METÀ DEL DOPPIO di Fernando Bermúdez

Giovanni Barone ha collaborato alla collana Autores italianos contempóraneos pubblicata dall’editore argentino Laborde, per la quale ha tradotto, con la moglie Mirta Vignatti, La sonrisadel ignoto marinero di Vincenzo Consolo. In seguito ha dato voce italiana ad Animali domestici di Guillermo Saccomanno e a Carne di cane di Pedro Juan Gutiérrez (entrambi per le edizioni e/o). Da poco è in libreria la sua ultima traduzione, La metà del doppio di Fernando Bermúdez (Edizioni Spartaco): sette racconti in cui l’autore dimostra la sua abilità nell’esibire la tecnica narrativa senza farle perdere efficacia – sull’esempio di Borges e Calvino – e ammalia il lettore con storie in cui in qualche misura entra sempre in gioco un  sentimento amoroso, mai  però nella sua accezione  più  banale.  Qui di seguito un’intervista a Giovanni Barone su quest’opera della quale è anche curatore ed esegeta nell’interessante postfazione.

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Convivere con la paura del fallimento

Ovvero la responsabilità di pubblicare un’opera letteraria

Forse si può immaginare con quanta ansia uno scrittore partecipi alla pubblicazione del proprio libro, risultato di anni di lavoro, letture e revisioni, con la costante preoccupazione di rivelare troppo della propria storia, delle proprie ossessioni. Poi la fatica di far pervenire l’inedito a chi lavora in ambito editoriale e la frustrazione del silenzio che quasi sempre ne segue. E se si giunge a vedere il proprio nome su una copertina, tutto questo rischia di venire sminuito da una critica superficiale e abborracciata, da qualche commento in un italiano maldestro sui social, o peggio: si potrebbe ricevere solo indifferenza. È un percorso complesso, soprattutto per chi è al suo esordio, e in troppi continuano ad attendere un riconoscimento che non arriverà mai.

Sono meno note invece le paure di chi a un libro tra tanti ha scelto di dare forma, perché dopo un numero incalcolabile di pagine ha trovato quelle che suscitano il suo interesse e la sua ammirazione. Si ha paura che quel testo sia stato nel frattempo già notato da un altro editore: se si è una piccola realtà, si può esser certi che l’inedito sia passato per molte mani quando lo si riceve. Si ha paura che il confronto con l’autore durante l’editing e il lavoro redazionale si trasformi in una danza in cui ogni passo può irritarne la suscettibilità; che sfuggano dei refusi dopo aver dato l’ordine di stampa; che le copie giungano difettate dalla tipografia, compromettendo i tempi del lancio promozionale. Ma soprattutto si condivide la stessa paura dell’autore che la pubblicazione passi inosservata, che quell’opera, con la quale si ambisce ad allargare fosse anche solo di un millimetro l’orizzonte della letteratura, finisca anzitempo nel sovraffollato regno dell’oblio.

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Ricognizione (parziale) della nuova narrativa italiana

Negli ultimi mesi ho letto diversi romanzi di autori esordienti italiani: nel complesso ho trovato una buona qualità di scrittura, ma ad avermi colpito sono stati solo due. Prima di soffermarmi su questi però vorrei suggerirvi altri quattro romanzi italiani che hanno suscitato il mio interesse tra quelli letti di recente.

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LA PELLE di Curzio Malaparte in due accurate letture

Un racconto di verità invisibili: la recensione di Eduardo De Cunto

Sin dal primo rigo di questo romanzo, Malaparte mente. O meglio, Malaparte racconta verità invisibili. E sin dal primo rigo ha l’impressionante abilità di persuadere il lettore della veridicità di ogni aneddoto, persino di banchetti a base di sirene.

Sono «i giorni della “peste” di Napoli». Curzio Malaparte, ufficiale dell’esercito italiano, si trova di stanza nel capoluogo partenopeo appena liberato dai nazifascisti e occupato dai militari alleati. Lui, che è al contempo narratore e protagonista della storia (anzi, della storia e racconto, come apprendiamo dal sottotitolo), accompagna i graduati americani, di cui è amico, negli angoli noti e meno noti della città, lungo dodici capitoli che tratteggiano altrettanti gironi infernali. Qual è la malattia che ha contagiato la città? Non si tratta della peste che affligge il fisico, ma di una peste “morale” che ha contagiato i sopravvissuti allo scoppiare della pace.

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Brevissimi e appassionati consigli di lettura

Appassionati consigli di letturaSarà che più si legge e più si diventa esigenti o che mi riesce sempre più difficile scindere editor e lettore, fatto sta che, quelle rare volte in cui mi imbatto in libri (recenti o meno) che mi entusiasmano o in inediti che riesco poi a pubblicare con TerraRossa, qualcosa in me si ridesta e vorrei consigliarli e spiegarne il perché a quante più persone è possibile. Ecco dunque, in poche righe, le ultime opere che hanno acceso quella scintilla rara e preziosa che dà senso a quel che faccio. Continua a leggere

Anaïs Nin ed Henry Miller: scrittura, vita, passioni

Anaïs Nin ed Henry MillerStoria di una passione è il titolo del ricco epistolario, pubblicato da Bompiani e tradotto da Francesco Saba Sardi, che raccoglie le lettere che Anaïs Nin ed Henry Miller si sono scambiati tra il 1932 e il 1953, ossia da quando si conobbero e non seppero resistere all’attrazione che li travolse (sebbene la Nin fosse sposata) a quando tra loro rimasero quella profonda stima reciproca e quell’affetto che non sarebbero mai venuti meno. Il ritratto che emerge è quello di due scrittori viscerali, dall’animo inquieto, intenti a sostenersi vicendevolmente anche sul piano economico, impegnati a farsi apprezzare dal mondo editoriale senza mai scendere a compromessi, contrari a ogni censura o inibizione. Qui di seguito riporto alcune delle loro considerazioni relative all’ambito letterario.

Buon Dio, mi pare davvero di impazzire se penso di dover trascorrere anche un solo giorno senza mettere nulla sulla carta. Non riuscirei mai a sopportarlo. Ed è per questo, non c’è dubbio, che scrivo con tanta veemenza, in maniera così distorta.
[…] Hai la capacità di accattivarti il lettore mediante il nudo sentimento. Ma guardati dalla tua ragione, dalla tua intelligenza. Non tentare di risolvere… Non predicare. Niente conclusioni morali. E del resto non ce ne sono. Non esitare. Scrivi!
(Miller, 4 febbraio 1932)

[…] so quanto entrami amiamo lavorare solo su materia viva, palpitante, al calor bianco. Ma io credo che solo dopo il calor bianco la storia davvero maturi.
(Nin, 12 febbraio 1932) Continua a leggere

Scrivere un romanzo: un resoconto dall’aldiquà del testo

Isabel Emrich_immersioneUna riflessione di Eduardo De Cunto sulle conseguenze della scrittura di un romanzo

Ricordo distintamente cosa pensai nel momento esatto in cui terminai la prima stesura del mio primo romanzo. Non “ah, finalmente, ho scritto un romanzo”, e nemmeno “chissà come è venuto”.

Mi dicono che sono più bravo coi racconti brevi. Beh, sono due discipline diverse. Il racconto è un’immersione profonda e rapida: si prende un’idea, o un ricordo, lo si lega intorno al collo come un masso, ci si fa trascinare nelle profondità marine e presto si taglia la corda e si riemergere a riprendere fiato. Il romanzo, invece, è un percorso che le idee te le cambia, è un lavoro complicato d’equilibrio e coerenza, un appuntamento fisso con te stesso che ti obbliga a ritagliare spazi di riflessione su di un medesimo tema. Anche nel romanzo ti capita di fare immersioni profonde, ma è richiesta anche una massiccia dose di ragione ordinatrice. Se il racconto può farsi ed esaurirsi nei fondali marini, il romanzo esige anche la terraferma. Continua a leggere

Vita da editor (77)

È da un bel po’ che questo blog ha perso il tono scanzonato con il quale era nato, ma oggi più che mai c’è di nuovo bisogno anche di ironia e di ricordarsi che, nel bene e nel male, l’inverosimile accade ogni giorno – in altre parole, che mi crediate o no, come sempre racconto in forma edulcorata o un po’ travisata episodi reali, sperando che vi strappino un sorriso o, se siete autori che muovono i primi passi, vi suggeriscano indirettamente errori da non commettere.

 

Scrittore: Non avendo di meglio da fare in questi giorni, ho scritto il mio primo romanzo.
Editor: Vuole che lo legga o mi sta chiedendo di suggerirle qualche hobby?

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2666 di Roberto Bolaño, opera immensa

Roberto BolañoEra da parecchio tempo che leggendo non sentivo di trovarmi al cospetto di qualcosa di realmente nuovo, che destabilizzasse la mia concezione di letteratura – la prima volta credo mi sia capitato con L’urlo e il furore di William Faulkner, per intenderci. Ebbene è successo di nuovo con 2666 di Roberto Bolaño, tradotto per Adelphi Edizioni da Ilide Carmignani con grande perizia: la scrittura è ipnotica e suadente, pur nella varietà dei registri stilistici e dei generi letterari con cui l’autore latinoamericano si confronta. 2666 si compone infatti di cinque distinti romanzi la cui successione è idealmente intercambiabile e che si intersecano variamente, attraversando diverse tematiche tra le quali la passione letteraria, il reiterarsi della violenza, il mistero irriducibile di ogni vita; due invece i filoni narrativi prevalenti che giungono anch’essi, sorprendentemente, a convergere: la produzione e la biografia di un singolare scrittore tedesco nato nel 1920, dunque testimone e partecipe degli eventi che hanno sconvolto l’Europa nella prima metà del ’900, e il susseguirsi di sevizie e omicidi che coinvolgono giovani donne in una cittadina messicana contemporanea, nella sostanziale indifferenza – talvolta connivente – delle istituzioni. Roberto Bolaño è morto nel 2003, prima di poter revisionare l’opera e le interpretazioni, già solo per l’enigmatico titolo, sono innumerevoli e fallaci; del resto la forza di 2666 è quella di suggerire molteplici chiavi di lettura, ma soprattutto di ribadire costantemente che la realtà non è esplorabile né definibile esclusivamente in termini razionali.
Riporto qui di seguito un lungo brano in cui un personaggio secondario parla di letteratura con l’ironia e la sagacia adottate dall’autore nelle sue interviste (molto bella quella pubblicata su minima&moralia, in cui tra l’altro Bolaño afferma: “la verità è che non do molta importanza ai miei libri. Sono molto più interessato ai libri degli altri”). Continua a leggere

Il mutamento relazionale in atto e la difficoltà di leggere

Poesia d'estate_De ChiricoEnrico Prevedello ragiona sulla difficoltà con cui ci si approccia alla letteratura durante la quarantena e sulla portata sociale e relazionale del mutamento in atto

Fin dal primo giorno di isolamento forzato ho avuto difficoltà a leggere e a scrivere. Per più di un mese ho pensato fosse un problema solo mio, ma ultimamente ho letto varie interviste in cui scrittori che ammiro hanno manifestato lo stesso sintomo, in particolare mi è stato utile l’intervento di Cristò, Zardi e Macioci: Scrivere nella pandemia. Ho pensato: se questa difficoltà a entrare in relazione con le storie è condivisa, si potrebbe cercarne la motivazione nel modo in cui comprendiamo e costruiamo il mondo delle narrazioni. Allora ho ripreso in mano la tesi di laurea del 2010 con tema “narrativa e neuroscienze” e l’11 settembre come evento criptico da decifrare attraverso l’analisi di tre romanzi americani (L’uomo che cade di Don DeLillo, Follie di Brooklyn di Paul Auster, La strada di Cormac McCarthy). In poche parole, il romanzo viene inteso come strumento cognitivo utile a comprendere la realtà perché attiva gli stessi processi neurologici con cui comprendiamo e costruiamo il mondo che chiamiamo reale. Alcuni passaggi mi sono stati utili a tentare l’interpretazione che segue. Continua a leggere