La “i” monca della parola “io”

Un breve inedito di Eduardo De Cunto, del quale su questo blog sono state pubblicate delle considerazioni sulla scrittura e alcune recensioni; suoi racconti sono apparsi su diverse riviste.

È vicina. Achille vede il lucore bianco del riflesso del sole sul carapace. Il piè veloce contro la tartaruga: una storia implausibile, sembrerebbe inventata da dei burloni, e non da uomini profondissimi. Achille affretta la falcata; vincerà, non può non vincere. È talmente vicina che la potrebbe toccare, si dice. Eppure, a ogni passo, copre metà distanza, e poi metà della metà, metà di un quarto, metà di un ottavo, metà di un sedicesimo: spazi interminabili. Mentre li copre, muoiono le stagioni, passano le ere, cambia il modo di vestire e di parlare degli uomini. Questa mia mano scrive, e Achille è ancora lì, la tartaruga è vicinissima, ma non si può toccare.

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Trilogia della città di K. – Tre scenari di dolore, un solo linguaggio

Una lettura critica di Eduardo De Cunto di una delle opere più celebri di Ágota Kristóf, Trilogia della città di K. (traduzioni di Armando Marchi, Virginia Ripa di Meana e Giovanni Bogliolo)

Avvertenza: se sei come me, se prima di leggere un romanzo non vuoi sapere nulla e uccideresti pur di impedire al recensore di turno di svelare trame e fornire chiavi di lettura che non saranno le tue, non leggere questo articolo.

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NON CI CAPISCO NIENTE – Lettere dagli esordi, Cesare Pavese

È da poco in libreria un’agile raccolta di lettere giovanili di Cesare Pavese, nelle quali emergono già la sua dedizione all’arte e l’acume, ma anche l’ambizione, il carattere umbratile e la difficoltà di relazionarsi con le donne. Il titolo del volumetto è Non ci capisco niente – Lettere dagli esordi ed esce nella graziosa collana di “libri spedibili” dell’Orma editore, I Pacchetti; la curatela è di Federico Musardo che, oltre a selezionare le epistole, ci offre una snella prefazione e delle brevi note introduttive per ciascun testo. Qui di seguito l’ultima lettera del libricino, indirizzata all’editore Alberto Carocci, con la sua introduzione: Pavese ha appena ricevuto la prima copia della sua opera d’esordio, la silloge di poesie Lavorare stanca, e trattiene a stento l’entusiasmo.

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Cosa vuol dire ricordare – UN RAGAZZO SVEGLIO di Stephen King

In occasione del prossimo Giorno della Memoria, un articolo di Cristò su cosa significhi ricordare l’olocausto e sulla possibilità di farlo con un racconto della raccolta Stagioni diverse di Stephen King

Ho sempre evitato, non so bene perché, di leggere libri o guardare film a tema nei giorni in cui si celebrano ricorrenze a cui quei libri sono legati. Questa volta è successo per caso. Non sapevo, mentre cominciavo a leggere Un ragazzo sveglio di Stephen King – un lungo racconto della raccolta Stagioni diverse (Sperling & Kupfer) – che i temi fossero l’olocausto e il nazismo.
Da libraio di catena, il Giorno della Memoria lo senti arrivare quando ti rendi conto che stai vendendo più copie del solito dell’Amico ritrovato e del Bambino col pigiama a righe. Allora smonti lo scaffale con le proposte sulla Befana e monti quello sul Giorno della Memoria e ogni volta cerchi di metterci qualcosa che ti sembri nuovamente significativo, che vada oltre il classico, che racconti e riporti fuori dalle immagini usuali. Perché ricordare serve a qualcosa solo se si continua a indagare quel ricordo, tanto più se si tratta di un ricordo così complesso, quasi indicibile: un gruppo di uomini che credono sia giusto sterminare un intero popolo.

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Intervista a Giovanni Barone, traduttore de LA METÀ DEL DOPPIO di Fernando Bermúdez

Giovanni Barone ha collaborato alla collana Autores italianos contempóraneos pubblicata dall’editore argentino Laborde, per la quale ha tradotto, con la moglie Mirta Vignatti, La sonrisadel ignoto marinero di Vincenzo Consolo. In seguito ha dato voce italiana ad Animali domestici di Guillermo Saccomanno e a Carne di cane di Pedro Juan Gutiérrez (entrambi per le edizioni e/o). Da poco è in libreria la sua ultima traduzione, La metà del doppio di Fernando Bermúdez (Edizioni Spartaco): sette racconti in cui l’autore dimostra la sua abilità nell’esibire la tecnica narrativa senza farle perdere efficacia – sull’esempio di Borges e Calvino – e ammalia il lettore con storie in cui in qualche misura entra sempre in gioco un  sentimento amoroso, mai  però nella sua accezione  più  banale.  Qui di seguito un’intervista a Giovanni Barone su quest’opera della quale è anche curatore ed esegeta nell’interessante postfazione.

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Convivere con la paura del fallimento

Ovvero la responsabilità di pubblicare un’opera letteraria

Forse si può immaginare con quanta ansia uno scrittore partecipi alla pubblicazione del proprio libro, risultato di anni di lavoro, letture e revisioni, con la costante preoccupazione di rivelare troppo della propria storia, delle proprie ossessioni. Poi la fatica di far pervenire l’inedito a chi lavora in ambito editoriale e la frustrazione del silenzio che quasi sempre ne segue. E se si giunge a vedere il proprio nome su una copertina, tutto questo rischia di venire sminuito da una critica superficiale e abborracciata, da qualche commento in un italiano maldestro sui social, o peggio: si potrebbe ricevere solo indifferenza. È un percorso complesso, soprattutto per chi è al suo esordio, e in troppi continuano ad attendere un riconoscimento che non arriverà mai.

Sono meno note invece le paure di chi a un libro tra tanti ha scelto di dare forma, perché dopo un numero incalcolabile di pagine ha trovato quelle che suscitano il suo interesse e la sua ammirazione. Si ha paura che quel testo sia stato nel frattempo già notato da un altro editore: se si è una piccola realtà, si può esser certi che l’inedito sia passato per molte mani quando lo si riceve. Si ha paura che il confronto con l’autore durante l’editing e il lavoro redazionale si trasformi in una danza in cui ogni passo può irritarne la suscettibilità; che sfuggano dei refusi dopo aver dato l’ordine di stampa; che le copie giungano difettate dalla tipografia, compromettendo i tempi del lancio promozionale. Ma soprattutto si condivide la stessa paura dell’autore che la pubblicazione passi inosservata, che quell’opera, con la quale si ambisce ad allargare fosse anche solo di un millimetro l’orizzonte della letteratura, finisca anzitempo nel sovraffollato regno dell’oblio.

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Ricognizione (parziale) della nuova narrativa italiana

Negli ultimi mesi ho letto diversi romanzi di autori esordienti italiani: nel complesso ho trovato una buona qualità di scrittura, ma ad avermi colpito sono stati solo due. Prima di soffermarmi su questi però vorrei suggerirvi altri quattro romanzi italiani che hanno suscitato il mio interesse tra quelli letti di recente.

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LA PELLE di Curzio Malaparte in due accurate letture

Un racconto di verità invisibili: la recensione di Eduardo De Cunto

Sin dal primo rigo di questo romanzo, Malaparte mente. O meglio, Malaparte racconta verità invisibili. E sin dal primo rigo ha l’impressionante abilità di persuadere il lettore della veridicità di ogni aneddoto, persino di banchetti a base di sirene.

Sono «i giorni della “peste” di Napoli». Curzio Malaparte, ufficiale dell’esercito italiano, si trova di stanza nel capoluogo partenopeo appena liberato dai nazifascisti e occupato dai militari alleati. Lui, che è al contempo narratore e protagonista della storia (anzi, della storia e racconto, come apprendiamo dal sottotitolo), accompagna i graduati americani, di cui è amico, negli angoli noti e meno noti della città, lungo dodici capitoli che tratteggiano altrettanti gironi infernali. Qual è la malattia che ha contagiato la città? Non si tratta della peste che affligge il fisico, ma di una peste “morale” che ha contagiato i sopravvissuti allo scoppiare della pace.

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Brevissimi e appassionati consigli di lettura

Appassionati consigli di letturaSarà che più si legge e più si diventa esigenti o che mi riesce sempre più difficile scindere editor e lettore, fatto sta che, quelle rare volte in cui mi imbatto in libri (recenti o meno) che mi entusiasmano o in inediti che riesco poi a pubblicare con TerraRossa, qualcosa in me si ridesta e vorrei consigliarli e spiegarne il perché a quante più persone è possibile. Ecco dunque, in poche righe, le ultime opere che hanno acceso quella scintilla rara e preziosa che dà senso a quel che faccio. Continua a leggere

Anaïs Nin ed Henry Miller: scrittura, vita, passioni

Anaïs Nin ed Henry MillerStoria di una passione è il titolo del ricco epistolario, pubblicato da Bompiani e tradotto da Francesco Saba Sardi, che raccoglie le lettere che Anaïs Nin ed Henry Miller si sono scambiati tra il 1932 e il 1953, ossia da quando si conobbero e non seppero resistere all’attrazione che li travolse (sebbene la Nin fosse sposata) a quando tra loro rimasero quella profonda stima reciproca e quell’affetto che non sarebbero mai venuti meno. Il ritratto che emerge è quello di due scrittori viscerali, dall’animo inquieto, intenti a sostenersi vicendevolmente anche sul piano economico, impegnati a farsi apprezzare dal mondo editoriale senza mai scendere a compromessi, contrari a ogni censura o inibizione. Qui di seguito riporto alcune delle loro considerazioni relative all’ambito letterario.

Buon Dio, mi pare davvero di impazzire se penso di dover trascorrere anche un solo giorno senza mettere nulla sulla carta. Non riuscirei mai a sopportarlo. Ed è per questo, non c’è dubbio, che scrivo con tanta veemenza, in maniera così distorta.
[…] Hai la capacità di accattivarti il lettore mediante il nudo sentimento. Ma guardati dalla tua ragione, dalla tua intelligenza. Non tentare di risolvere… Non predicare. Niente conclusioni morali. E del resto non ce ne sono. Non esitare. Scrivi!
(Miller, 4 febbraio 1932)

[…] so quanto entrami amiamo lavorare solo su materia viva, palpitante, al calor bianco. Ma io credo che solo dopo il calor bianco la storia davvero maturi.
(Nin, 12 febbraio 1932) Continua a leggere