Perché nessuno stronca i libri brutti?

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Negli ultimi tre mesi, ogni volta che ho letto una recensione letteraria online o sulla stampa mi sono appuntato se il giudizio espresso fosse positivo, negativo o neutrale; questi gli esiti: 64 pollice recto, 11 pollice verso, 39 non classificabili. Eppure, considerando i libri che leggiamo, le proporzioni sarebbero a dir poco invertite, o sbaglio? Insomma, senza farla lunga, le recensioni sono sempre o fin troppo generose o piuttosto vaghe. Perché?

Certo c’è la tendenza a ritenere, sulla scorta delle classifiche di vendita, che i lettori non sappiano comunque distinguere le pietre preziose dalla paccottiglia e dunque non ci si sforza più di tanto di entrare nel merito dei testi, ma è solo uno dei tanti problemi.

Com’è noto, per quanto riguarda la carta stampata, coloro che dovrebbero essere i critici autorevoli quasi sempre collaborano con qualche editore: se si esprimono favorevolmente su un testo la cortesia gli verrà restituita (con un bel pezzo su un’opera che hanno scritto o curato o che comunque afferisce alla loro stessa scuderia), se lo sminuiscono dovranno aspettarsi un colpo basso; oltretutto devono dar conto di quel che scrivono alla testata su cui lo fanno – e i giornali appartengono quasi tutti in maniera più o meno diretta ai grandi gruppi editoriali. Altro discorso andrebbe fatto per coloro che vengono reclutati dai quotidiani magari perché autori di successo, condizione che non implica avere le necessarie competenze per giudicare opere altrui e dunque si limitano a esporne la trama, corredandola con due o tre considerazioni aperte a ogni interpretazione.

Insomma, sulla presunta critica ufficiale non si può fare affidamento e sui blogger, allora? Ancor meno. Tralasciamo coloro i cui “articoli” sarebbero imbarazzanti anche su un giornalino scolastico e concentriamoci sui recensori più o meno in grado di stabilire il valore di un’opera (al di là di quelli che possono essere i propri gusti) e di argomentare a riguardo con proposizioni di senso compiuto. Ebbene, anche costoro difficilmente stroncano un libro pur se pessimo o mediocre, tendono ad accentuarne gli aspetti originali e interessanti piuttosto che le debolezze, al massimo si astengono dallo scriverne. Tutto ciò per diverse ragioni:

  1. In molti casi, anche loro hanno un qualche rapporto con un editore (o ambiscono ad averlo).
  2. Se hanno richiesto alla casa editrice un’opera (o meglio ancora gli è stata spedita per iniziativa dell’ufficio stampa) e poi la denigrano, quando lo stesso marchio pubblicherà un volume di loro interesse gli toccherà comprarlo e, si sa, in tempo di crisi…
  3. Qualsiasi blogger ha tra i suoi obbiettivi primari quello di raggiungere un numero di lettori sempre più ampio e la maggior parte delle visite ai siti internet arriva tramite i social network: a condividere una stroncatura sarà presumibilmente soltanto lui (anche i sodali e coloro che ne apprezzano il giudizio al più si limiteranno a un like); una recensione positiva verrà invece per lo meno linkata anche sui profili social della casa editrice, che contano migliaia di followers, e – se in vita e al passo coi tempi – anche dall’autore del volume in oggetto e di conseguenza dai suoi fans.
  4. Tutti gli scrittori hanno le proprie conventicole, pronte a screditare-bannare-spammare chiunque osi mettere in discussione il valore assoluto della produzione del loro protetto e la realtà virtuale permette tempi e modi di reazione punitivi e immediati.

Detto questo, (a) sono condizionamenti che ovviamente subisco anch’io; (b) non voglio suggerire che sia inutile consultare le recensioni, occorre però farlo in maniera accorta e leggendo anche tra le righe; (c) il rinnovamento della vita culturale può venire solo da lettori sempre più curiosi ed esigenti (ai docenti appassionati, precari o meno, il compito di formarli).

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56 thoughts on “Perché nessuno stronca i libri brutti?

  1. LFK scrive:

    Qui parliamo di autori o (meglio) scrittori famosi. Nel sottobosco degli sconosciuti editi da piccole case la stroncatura è più facile, vola e colpisce tutti. Parlo di piccoli blog, perché sulla carta stampata e sulle grandi testate on line lo sconosciuto ci passa solo per qualcosa di positivo o come commentatore.
    Secondo te (mi permetto di darti del tu) questo conferma o smentisce quanto hai scritto?
    Ovvero: il piccolo autore, senza grandi protettori alle spalle, viene giudicato con più libertà? Lasciando perdere le vendette trasversali ovviamente, quelle sono una cosa molto fastidiosa.

    Il mio parere? Certo, Lo conferma.

    • Giovanni Turi scrive:

      Luca, in generale i piccoli editori (e i loro autori) hanno meno potere in termini di rete di contatti e di marketing, per cui probabilmente ci si permette qualche libertà in più. Per molti, inoltre, il marchio editoriale prestigioso così come la fama dell’autore sono garanzie di qualità, non di rado a torto, e ci si pensa su più a lungo prima di criticare magari Giancarlo De Cataldo piuttosto che Pinco Pallo.
      Questo secondo me conferma quanto ho scritto: i parametri di valore sono spesso secondari rispetto ad altre (pavide) logiche.

  2. Articolo da incorniciare per lucidità e completezza. I miei complimenti.

  3. Guido Sperandio scrive:

    D’accordo senz’altro:
    Leggo recensioni o critiche in qualsiasi sede siano presenti (blog o giornali o altro), giusto come notizia o aggiornamento, ma poi le metto puntualmente da parte.
    Nel contempo, proprio per le ragioni dal post addotte, ho smesso di acquistare, stufo di buttare quattrini al vento.
    Attingo generosamente al circuito delle biblioteche comunali, unico servizio pubblico a funzionare, encomiabile.

  4. Gaia Conventi scrive:

    Chi mi conosce lo sa: stronco con metodo e senza farmi problemi di sorta. Questo non fa di me “la più amata dagli italiani”, ma si campa una volta sola e chissenefrega. 😉

    *Ottimo articolo, lo invierei come regalo di Natale a tutte quelle “riviste culturali” che vedono del bello dove io ci vedo la fuffa.

    • LFK scrive:

      Io la conosco e chiedo perdono: non avevo considerato chi, come lei, stronca pure i grandi gruppi. Ecco, su Giramenti in effetti è possibile avere un parere sano. Certo, il parere di Gaia, ma per il momento devo dire che ci ha preso sempre.

      • Gaia Conventi scrive:

        Mi limito a dire sul blog quello che direi al bar, davanti a uno spritz. E poi io faccio satira, lascio le recensioni serie alla gente brava e preparata.

      • LFK scrive:

        Satira, lo so, la chiami così. Ma quando recensisci la satira non è il piatto forte, bensì il contorno. Dai, basta modestia, le tue recensioni sono serie (e particolareggiate) ma scritte in modo divertente. 😉

  5. amanda scrive:

    beh non è proprio così, all’inizio scrivevo anche stroncature, poi ho deciso che non spreco un post per un libro che non mi è piaciuto affatto, mentre espongo le mie perplessità per quelli che qualcosa hanno lasciato ma non mi hanno convinto al cento per cento

  6. Io non so se inserirmi tra i blogger i cui post farebbero pena anche su un giornalino delle elementari, comunque non stronco i libri brutti perché:
    1) Una grande selezione viene fatta prima dell’acquisto, ovviamente non mi vado a cercare libri che sicuramente non mi piaceranno, perché il tempo è quello che è e la lettura è un grande investimento;
    2) Ovviamente mi capita che qualche libro non mi piaccia (brutti è una parola grossa; recentemente non mi sono piaciuti “Le città invisibili” di Calvino, “L’Aleph” di Borges, “Norwegian Wood” di Murakami). Li ho semplicemente omessi nel mio blog, lasciando solo una valutazione su aNobii/Goodreads. Perché? Innanzitutto c’è sempre la possibilità che non li abbia capiti, e non ho la presunzione di essere un genio. La stroncatura (ben fatta, non un commentino da asilo tipo “manca qualcosa”, “mi aspettavo di più”, ecc.) richiede una grandissima capacità di analisi e anche un po’ di disprezzo del lavoro altrui, cosa che mi manca.
    Penso inoltre che non tutti possano permettersi di stroncare a cuor leggero, da un critico letterario con alle spalle anni di esperienza potrei accettarlo, ma non di certo dal blogger che si limita a dire “mi piace/non mi piace”, “mi ha trasmesso sensazioni indescrivibili” o cose del genere.
    Dal mio punto di vista si tratta di un’autocritica che deve necessariamente venire prima della critica agli altri.

    • Giovanni Turi scrive:

      Vero, il giudizio è sempre passibile di errore, ma così è anche per quello positivo. Non sostengo che sia giusto stroncare e disprezzare il lavoro altrui, ma esprimere con le argomentazioni di cui si dispone cosa e perché non si ritenga valido sì.

      • Però di ciò che mi è piaciuto mi piace parlare, del resto nemmeno tanto.
        Per esempio, di Norwegian Wood ho parlato sulla pagina Facebook e non sul blog.
        Dimenticavo anche il fattore affetto: sarà forse una cosa stupida, ma nel mio blog non mi piace “ospitare” libri o autori che non ritengo meritevoli.

    • giuseiannello scrive:

      Bel commento che condivido in pieno.

  7. […] Perché nessuno stronca i libri brutti? | VITA DA EDITOR. […]

  8. […] appena letto il post di  Giovanni Turi  Perché nessuno stronca i libri brutti? In generale sono d’accordo con quanto scrive: è uno dei motivi per cui ho aperto il blog. […]

  9. Una lettrice scrive:

    Concordo con quanto scrivi, sono Una Lettrice e scrivo solo di #LIBRIBELLI. Grazie per avermi dato modo di spiegare un’altra volta perchè con 64mila titoli pubblicati all’anno sia fondamentale parlare solo dei libri che valga davvero la pena leggere. http://unalettricedotcom.wordpress.com/2014/12/18/cosa-vogliono-i-lettori-ossia-qui-non-parliamo-di-libri-brutti/

  10. Elisa scrive:

    Nel mio caso, ma parlo proprio solo di esperienza personale, c’è una buona selezione alla base, per cui alla fine le stroncature sul blog ci sono, ma sono molto limitate rispetto alle recensioni positive. Ci sto attenta fin dall’inizio insomma.Certo, se un libro su cui puntavo tanto poi invece mi ha delusa non mi faccio problemi a dirlo: ci ho perso il mio tempo, ci ho speso i miei soldi e come minimo, se posso, cerco di avvisare gli altri del fatto che, secondo me, potrebbero tranquillamente lasciar perdere.
    Per quanto riguarda quelli che mi vengono proposti dalle case editrici (pratica verso cui ho una politica tutta mia per cui qualcosa accetto, qualcosa no in base al mio gusto personale), tendo a non farmi grossi problemi… alla peggio non mi propongono più niente. (L’apice è stato quando una casa editrice di cui avevo stroncato il libro mi ha scritto dicendo “è una delle più belle recensioni che abbiamo mai letto su quel libro, peccato fosse negativa”).

    Le recensioni sui giornali non so onestamente quanto valore critico abbiano ancora. Credo di non averne mai letta nessuna di davvero negativa.

  11. danielaionta scrive:

    Scrivo di soppiatto dal lavoro, dunque non ho avuto tempo di leggere i commenti all’articolo… La mia opinione è la seguente: se sei qualcuno che scrive recensioni per piacere, spesso non hai voglia di recensire i libri che non ti sono piaciuti. Se sei qualcuno che lo fa per mestiere, invece, spesso la recensione ti viene “monetizzata” dalla casa editrice dell’autore. Altre volte e vera e propria autocensura: se Gianluigi Stograndissimoautore ha scritto un libro che non ci piace, Daniela Piccolissimagiornalistaculturale si sente in difficoltà a scriverne peste e corna…

  12. danielaionta scrive:

    Altre volte l’autore è n’amico tuo de bbevute…

  13. Giorgeliot scrive:

    Scrivo da qui perché non ho voglia di fare il logout (sorry), ma commento da redattrice di 404/www.quattrocentoquattro.com, scusate il semi-spam, se dà noia lo si può cancellare.

    Comunque. Per il blog capita di chiedere o ricevere libri (il più delle volte li compriamo). Non sempre li recensiamo: lo facciamo solo se c’è qualcosa di buono da dire. E lo specifichiamo, sempre, agli autori o uffici stampa che ci contattano.
    Talvolta, agli inizi, le stroncature sono uscite – un’indagine sulla dozzina dello strega, per dire-, ma ora abbiamo praticamente smesso.
    Perché? A parte la scarsa voglia di parlare male di un libro quando è più appassionante cercare il libro bello da recensire, cercando motivazioni sensate.
    La maggior parte delle volte scrivere una stroncatura è divertentissimo e appagante, e porta a perdere il fuoco del discorso. Quindi, a meno che non siano veramente fatte bene, le stroncature rischiano di essere peggiori dei libri.
    Poi non so, a me il mio prof di letteratura disse molto esplicitamente di evitare di recensire i libri che non mi convincono, onde evitare recensioni mediocri (buone o cattive). Tutto sommato l’ho trovato un buon consiglio.

    • Giorgeliot scrive:

      (Ehm, tra “sensate” e “la maggior parte” ci va una virgola e non un punto e a capo)

    • Giovanni Turi scrive:

      Grazie per il riscontro.
      Certo, se si deve stroncare è bene farlo in maniera chiara e possibilmente pacata, però non sono convinto che se si recensisce con onestà un libro mediocre debba venirne un articolo mediocre…

      • Di recente ho letto “L’Italia nel pomeriggio” di Paolo di Paolo, un Feltrinelli Zoom.
        Al di là del fatto che possa piacere o meno l’autore (a me, per quello che ho letto finora, piace sia come scrittore sia come giornalista), penso possa essere interessante in questa discussione soprattutto il primo capitolo.
        Non voglio spammare, ma sulla mia pagina Facebook ho riportato l’incipit in un’immagine…

      • Giovanni Turi scrive:

        Averi preferito che spiegassi nel commento di cosa tratta e perché ritieni il primo capitolo interessante per questa discussione…

      • Paolo Di Paolo ammette la sua “debolezza” (o forse curiosità?) nell’andare a leggere i commenti e le recensioni ai suoi libri su aNobii.
        Cita un commento fatto al suo romanzo Mandami tanta vita: «Palloso palloso palloso! Autore compiaciuto solo del suo stile di scrittura, per raccontare il niente. Un libro da dimenticare, subito, appena finito di leggere. Perchè non lascia proprio niente».
        Non dico che tutte le recensioni sui blog siano di questo livello, ma molte sì. A chi giova un commento del genere? Che cosa significa?
        Spesso si autoetichetta una propria impressione semplicistica con il termine stroncatura. La stroncatura secondo me è ben altro.
        La stroncatura richiede delle competenze che – forse pochi sì – quasi tutti i blogger non hanno.

      • Giovanni Turi scrive:

        Ah, ok, ora il legame mi è chiaro. 😉
        Certo che la stroncatura richiede una lettura critica attenta, ma vale anche per una recensione seria; i commenti su anobii o su ibs sono invece semplici opinioni di lettori (e valgono quel che valgono sia quando sono dissacranti sia quando sono entusiastiche).

      • Quindi, se fondamentalmente sono d’accordo con quanto scrivi, penso anche che i quattro punti che riguardano i blog siano riassunti in modo un po’ provocatorio…
        Al punto 3 avrei da obiettare che una critica a un libro considerato un capolavoro, bene o malfatta, attirerebbe molti più visitatori. Sono abbastanza sicura che se avessi scritto un post su Norwegian Wood e sui motivi per cui non mi è piaciuto avrei avuto buona visibilità.
        La considerazione per cui ho citato Di Paolo, invece, è per aggiungere un quinto punto, e cioè che ci sono moltissimi motivi per cui un blogger può decidere di non recensire un libro brutto: dal non avere voglia o tempo di parlare di quello che non piace al vedere il proprio blog come uno specchio di se stessi (e quindi non voler includere qualcosa che si ritiene brutto), da una sensazione negativa che non si riesce a spiegare a dovere a un “non sentirsi all’altezza” di una stroncatura vera e propria…

      • Giovanni Turi scrive:

        Certo, nessuno obbliga a scrivere anche dei libri che non piacciono (io stesso lo faccio molto raramente) e ognuno gestisce come meglio crede i suoi spazi, però temo che qualcosa si perda nel dibattito generale.
        Quanto alla visibilità delle recensioni negative: se non hai già un blog molto frequentato e sei il solo a diffondere il link, come possono venirne a conoscenza i possibili lettori?

      • Non so di che numeri parli quando dici “blog molto frequentato”, ma qualche altro blogger che condivide il link e va a creare una catena c’è sempre…

      • Giorgeliot scrive:

        Grazie per la risposta, mi spiego meglio (spero).
        Parlo per me qui: io sono abbastanza empatica, quindi se scrivo di un libro che non mi ha convinta o mi è piaciuto talmente poco da convincermi a scriverne perché ritengo importante distruggere l’aura mitica di questo o quel romanzo (come è stato fatto per, penso, le sfumature o altre trashate in cima alla classifica), oppure mi ci diverto su con articoli tipo Raimo-Veltroni.
        Se un romanzo non mi fa arrabbiare o non lo trovo davvero valido, insomma, ho difficoltà a scrivere una recensione forte. Onesta sì, magari anche valida, ma piatta e priva di spinta, quasi di sicuro. E a che pro?

      • Giovanni Turi scrive:

        Ora è chiaro, grazie a te.
        In realtà, in effetti, nel post non ho considerato un aspetto importante: chi si trova tra le mani un libro che non apprezza, spesso nemmeno finisce di leggerlo (e dunque non può poi recensirlo se non facendo la cronaca di un abbandono – e qualcuna interessante ricordo di averla letta).

  14. Ness scrive:

    L’ha ribloggato su volareleggendo.

  15. […] pezzo è stato postato da Turi sul suo blog “Vita da editor”, e con il suo consenso lo riprendiamo; certo di queste cose, e di tanti altri aspetti […]

  16. erminiaheller scrive:

    Quello che dice sul suo articolo è molto interessante, specie per quelli che, come me, stanno cercando di addentrarsi nella carriera di critico letterario.
    Ad ogni modo, se proprio sente la nostalgia di una bella recensione stroncante e cattiva, la invito sul mio blog a leggere ciò che penso dell’ultimo libro di Michela Marzano “L’amore è tutto: è tutto ciò che so dell’amore”. Spero apprezzi, e spero di poterne scrivere così anche quando collaborerò con gli editori.

  17. Mi accodo ai commenti e anch’io ringrazio per avermi dato l’opportunità di spiegare, in una sede diversa dal blog, perché preferisco occuparmi solo di libri belli. Qui trova tutto quello che ho scritto in proposito sul blog (anche in tempi passati e non sospetti).

    http://www.appuntidicarta.it/p/this-is-an.html
    http://www.appuntidicarta.it/2014/08/come-finisce-il-libro-di-alessandro.html

    Una doverosa premessa: onestamente, neppure io ho idea se inserirmi o meno tra i blogger i cui post creerebbero imbarazzo pure se scritti sul giornalino della scuola e per la verità non so neanche se definirmi una “blogger” in senso stretto (pure questo è scritto, sul mio profilo Twitter, oltre a quanto appena detto sopra). Vengo ora ai 4 punti – sì, li trovo anche io lievemente spolverati di spirito polemico, ma mi va bene così, perché gli spunti di riflessione che ne scaturiscono sono interessanti a prescindere.

    1.In molti casi, anche loro (ndr: i bloggers) hanno un qualche rapporto con un editore (o ambiscono ad averlo).
    Risposta: Punto uno: uhm no, non sono uno di quei casi. (Punto due, il tra parentesi: Mah, Ni. Che tipo di “rapporto professionale” con l’editore? Non è che “ambisco” a tutto e pure indiscriminatamente, arrivata ad una certa età anagrafica e professionale, e in merito tengo fede a un mio preciso codice deontologico)

    2.Se hanno richiesto alla casa editrice un’opera (o meglio ancora gli è stata spedita per iniziativa dell’ufficio stampa) e poi la denigrano, quando lo stesso marchio pubblicherà un volume di loro interesse gli toccherà comprarlo e, si sa, in tempo di crisi…
    Risposta: mai chiesto nulla a nessuno. E’ capitato che agli albori del blog mi mandassero qualcosa (ADC è nato alla fine del 2009). Ci ho provato un paio di volte, ho scoperto che non faceva per me. Ho smesso. Quello che mi interessa lo compero o lo prendo a prestito in biblioteca. Mai domandato “pass stampa” per alcuna kermesse letteraria e gli ingressi a tutto ciò a cui voglio assistere me li pago da sola.

    3.Qualsiasi blogger ha tra i suoi obbiettivi primari quello di raggiungere un numero di lettori sempre più ampio e la maggior parte delle visite ai siti internet arriva tramite i social network (…)
    Risposta: Ni. Mi fa piacere sapere che tante persone seguono il mio account ma non sto lì a conteggiare i followers. Se qualcuno mi segue, spero sia perché trova interessante quello che dico. Non arriverò mai a cifre esagerate? Pazienza: continuerò a dare il meglio per i fedelissimi e continuerò a imparare, per migliorarmi. (E poi non sono così convinta che se scrivessi qualcosa di negativo – ben fatto – avrei per forza e sempre pochi “like”… )

    4.Tutti gli scrittori hanno le proprie conventicole, pronte a screditare-bannare-spammare (…)
    Risposta: se lo dice Lei, ci credo. E me ne farò una ragione.

    Ma la verità è solo una, piccola, banale e priva di qualsiasi dietrologia: siccome il mio blog è nato per diletto, e una cosa divertente prima di tutto PER ME deve rimanere, allora credo sia più produttivo, per me e per le persone che mi seguono, occuparsi, in quel poco tempo libero consentito dalla vita adulta, delle cose che piacciono o che sono piaciute piuttosto che spendere energie a rimuginare su quel che di scarsamente interessante c’è attorno a noi.
    Se devo pensare al blog letterario come a un incubatore di cultura, preferisco alimentare il senso critico dei “miei lettori” attraverso un processo di rinforzo positivo. Poi ognuno svilupperà il proprio senso critico e si farà la propria idea. A me nessuno ha mai imposto il diktat della non-lettura e comunque, da diversi anni ormai, non mi capita più di comperare libri brutti. Se per caso, cominciandone uno, mi rendo conto dell’errore, sa cosa faccio? Esercito uno dei diritti fondamentali del lettore: lo chiudo e non lo apro più (sempre per la solita questione: la vita è una, perdere tempo dietro a certe questioni è sostanzialmente improduttivo, e pure di una noia mortale, a volte).

    A presto,
    ADC – Appunti di Carta

    • Giovanni Turi scrive:

      Grazie innanzitutto per il tuo contributo: quando i commenti cercano di stimolare un confronto sono sempre graditi.
      Apprezzo il tuo codice deontologico, ma purtroppo non mi sembra condiviso dalla maggior parte dei lit-blog che dominano il dibattito critico online, quelli in grado di influenzare un ampio numero di lettori e animati da persone concretamente coinvolte nel settore editoriale.
      Sono inoltre sempre più persuaso che il senso critico non possa svilupparsi meramente con “un processo di rinforzo positivo”: per poter apprezzare il dolce occorre ri-conoscere l’amaro.
      Detto ciò, come ho più volte ribadito, penso che ognuno sia libero di gestire il proprio tempo e i propri spazi come ritiene opportuno, ma temo che qualcosa si stia perdendo in Italia a livello di dibattito e crescita culturale (senza tener conto anche del calo dei già pochissimi lettori).

      • No, effettivamente è poco condiviso. Non punto il dito, siamo nel campo del “volontariato culturale” e, come hanno fatto notare già molti prima di me, ancora lontani dall’avere un sistema di regole ben codificato – e chissà se ci arriveremo mai. Io, che sono una inguaribile ottimista, confido nello spirito critico del “follower”, anche se talvolta ammetto lo sconforto mi assale, per esempio nel momento in cui capito su accattivanti “blog letterari” (autodefinitisi tali, ovviamente) con un numero di utenti consistente e una politica editoriale un po’ dubbia (evidente almeno per me, che – ok – “faccio la blogger”). Serpeggianti dinamiche del do ut des che spesso al lettore medio sono poco manifeste (anche perché non segnalate – basterebbe, e saremmo tutti a posto): non possiamo però pensare che le rivoluzioni culturali avvengano tutte subito e in fretta, ci vorrà tempo e il blog letterario (specie monoautore), benché lo si dia già per spacciato, ha ancora secondo me troppa poca vita alle spalle per un bilancio definitivo. Anche sul concetto di “trend setter” riferito ai blog ho qualche resistenza, ma tant’è.

        La questione del dibattito culturale in Italia è vasta e tocca più punti: dalla formazione scolastica di professori e alunni al ruolo della carta stampata. In occasione di #BCM14 ho partecipato ad un panel durante il quale gli ospiti presenti (Ferrari, Dorfles, Kerbaker) hanno fatto cenno a un tema che poi, naturalmente visto che non era argomento di discussione, non è stato approfondito: quello dell’origine sostanzialmente recente dell’alfabetizzazione di massa in Italia – si parlava di secondo dopoguerra. In sostanza, la tesi proposta era quella secondo cui lo spazio temporale tra il punto zero, ossia l’aver imparato a leggere, e il momento attuale in cui il numero dei lettori – non solo in Italia – cala perché si è distratti da altre forme di intrattenimento passivo, è stato troppo breve per riuscire a sviluppare nel lettore (questa volta sì, italiano) la capacità di gestire i meccanismi complessi della lettura in sé (fatica fisica, organizzazione del proprio tempo libero, gestione del meccanismo di scelta consapevole etc) e un senso critico adeguato.
        Io, che per formazione universitaria ho il vizio di riferirmi sempre a tempi piuttosto lunghi di analisi (non ere geologiche ma quasi!), ho accolto interessata questo spunto di riflessione, perché penso che per certi versi stiamo cercando risposte definitive per un fenomeno che, invece, è ancora in pieno divenire.

        A presto, ADC.

  18. Francesca Magni scrive:

    I libri brutti sono così tanti che sarebbe un lavoro immane recensirli (e dunque perdere tempo prezioso per finire di leggerli) allo scopo di stroncarli! Nel mio blog (Letto fra noi) preferisco andare a caccia dei libri belli, per tracciare un sentiero di valore nella giungla editoriale, che chiama libro tanto la letteratura quanto inutili sequenze di parole… Preferisco riservare la stroncatura a romanzi molto noti, quelli da superclassifica per intenderci, quando ritengo che meritino di urlare “il re è nudo”! Non amo i ragionamenti dietrologi: non credo che tutti i recensori siano conniventi con gli interessi delle case editrici, ho scritto per anni di libri su Donna Moderna (Mondadori) e venivo rimproverata di discriminare i romanzi della mia casa editrice: la mia risposta è sempre stata la stessa, selezionavo – a prescindere dall’editore – libri che ritenevo di qualità, oltre che di interesse per il pubblico a cui mi rivolgevo. A volte mi è stato imposto di parlare di romanzi che non avrei mai scelto, e l’ho sempre fatto dicendo tra le righe quello che ne pensavo. Non per questo gli uffici stampa mi hanno mai negato i libri: se fai un lavoro onesto, loro sono i primi a rispettarti. Ma vorrei dire che quello del recensore oggi è un lavoro durissimo: si pubblica troppo e male, si chiama libro qualunque cosa ne abbia la forma, si spaccia per scrittore chi sa semplicemente mettere in fila frasi in “romanzese”, nella speranza di farne il famoso “caso editoriale”… Tutta questa fuffa ho scelto di ignorarla per la semplice ragione che sarebbe impresa inumana valutarla a fondo e stroncarla. E trovo più proficuo andare a caccia di perle da far emergere in questo mare magnum spesso desolante

  19. rosalbax scrive:

    Brutti!
    X qualcuno belli per altri…
    Esiste un nero o un bianco?
    Stroncare, una parola troppo…

    • Giovanni Turi scrive:

      La parola “stroncare” è usata solo con intento provocatorio, come spero si intuisca dall’articolo. Quanto al bianco e al nero, insieme a una soggettività della percezione, ci sono anche dei criteri di valore intorno ai quali è possibile confrontarsi: sembra invece che si parli solo del bianco e che il grigio venga trattato con la candeggina… 😉

  20. […] ha parlato molto esaustivamente Giovanni Turi sul suo blog Vita da editor, in un post intitolato Perché nessuna stronca i libri brutti?, poi ripreso anche da Nazione Indiana. Attorno a quell’intervento si è creato un bel dibattito […]

  21. Chiara scrive:

    Io non stronco più i libri orrendi che mi capitano tra le mani per i seguenti motivi:

    – quando recensivo per Sognando Leggendo, un’autrice offesa mi ha sguinzagliato dietro un professore di critica letteraria, mentre in altri blog è successo che altre autrici mandassero orde di fan inferociti in spedizione punitiva o che altri ancora minacciassero querele;

    – quando ho pubblicato un commento negativo su Amazon o Anobii, gli autori si sono vendicati dando un pessimo giudizio al mio libro o diffamandomi in tutto il web per vendetta;

    – quando ho espresso un giudizio negativo su Facebook, un autore ha minacciato di rovinarmi la vita e di mandare mail minatorie ai miei datori di lavoro (che per fortuna non ho).

    Sinceramente non ne vale la pena.

  22. Sonia Caporossi scrive:

    Io le scrivo eccome, le stroncature, me le pubblicano non solo sulle riviste indipendenti ma anche su quelle accademiche, e non solo di piccoli autori, ma anche di intoccabili. Ho stroncato dal punto di vista ermeneutico e metodologico “Il realismo è l’Impossibile” di Walter Siti per ISSAA, la rivista degli studi di italianistica dell’Università di Cape Town, ad esempio.

  23. redazione scrive:

    Salve, confesso di aver ecceduto in diplomazia di tanto in tanto. Probabilmente si è trattato, la gran parte delle volte, di un eccesso di umiltà. In un caso mi è capitato di piegarmi a un compromesso morale per il semplice fatto di provare simpatia per l’iniziativa editoriale in sé, nonostante il libro recensito non mi piacesse. Mea Culpa, provo un senso di protezione materna per le piccole realtà editoriali indipendenti e tenaci!
    Detto ciò, sono comunque d’accordo con Giovanni Turi, in nome dell’onestà e del rispetto per il lettore!
    Un saluto

    Daniela Esposito

  24. Paolo Zardi scrive:

    Capita anche a me, ogni tanto, di parlare di libri, sul mio blog. La mia linea è questa:
    – non accetto libri da leggere dalle case editrici: ogni tanto me lo chiedono, ma declino gentilmente l’invito
    – se leggo un libro di una piccola casa editrice, o di un autore esordiente, che non mi piace, un libro che già di suo sta facendo fatica a trovare il suo spazio, evito semplicemente di parlarne
    – mi sono “concesso” alcune stroncature, ma di libri con le spalle larghe: Nemesi di Roth, Guarda gli arlecchini di Nabokov, Norwegian wood di Murakami

  25. Loris Righetto scrive:

    Una risposta di pancia: perché dovrei perdere tempo a stroncare un libro che non mi piace e non è importante, se posso parlare con un giudizio articolato -quindi non parlo di ‘sviolinare’, parlo di criticare- di un libro che mi piace che a) mi mette in comunicazione con cerchia di persone b) mi permette di comunicare con editor o scrittori che altrimenti non mi ascolterebbero c) mi entusiasma? Caso mai si tratta di non essere servili, di avere il coraggio di valere il proprio punto di vista. Bell’articolo, una domanda opportuna, cui io risponderei come sopra.

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