LA SCUOLA CATTOLICA di Edoardo Albinati (che ha vinto lo Strega, ma non è un romanzo)

Edoardo Albinati, La scuola cattolica, Premio StregaLa scuola cattolica di Edoardo Albinati è l’opera vincitrice del Premio Strega 2016, ma se sia o meno un romanzo è in realtà questione controversa

A soli tre anni da Resistere non serve a niente di Walter Siti, la giuria dello Strega torna a premiare un’opera pubblicata da Rizzoli: La scuola cattolica di Edoardo Albinati, mirando alla letterarietà (vera o presunta) piuttosto che alla commerciabilità. Del resto avevano rinunciato a partecipare alla settantesima edizione del Premio Strega sia Feltrinelli, incapace di contrastare lo strapotere degli altri gruppi editoriali, sia Einaudi, che si era aggiudicata le ultime due edizioni e non è del tutto chiaro perché quest’anno si sia tirata indietro.
Più che un romanzo, tuttavia, La scuola cattolica di Albinati è una mastodontica dissertazione sugli anni ’70 e sul declino della borghesia, sul rapporto tra uomini e donne e sulle implicazioni della violenza, in cui il Delitto del Circeo è poco più che un pretesto per parlare di altro, o di tutto. L’autore stesso è consapevole dell’ipertrofia del suo testo e ammette: «L’ho presa un bel po’ alla larga? Avete ragione: ma era la natura stessa del delitto a richiedere che se ne raccontassero i preliminari; o piuttosto, i cerchi concentrici che lo avvolgono, gli anelli che da un lato vi conducono, dall’altro se ne allontanano, come in certe insegne luminose. La scuola, i preti, i maschi, il quartiere, le famiglie, la politica. Potrebbe darsi che al centro del bersaglio non vi sia alla fine quel delitto, ma qualcos’altro…» (p. 252). Il concetto viene poi ribadito: «Questa storia ne comprende altre. È inevitabile. Si ramifica o è già ramificata al momento in cui si apre. Si sovrappone come succede alla vita delle persone. […] Quindi in questo libro la storia principale quasi non si vede» (p. 1068). Continua a leggere

Vita da editor (72)

Scrittore: Le invio in valutazione un noir ideologicamente impegnato, ma non privo di umorismo e nonsense. Lo stile potremmo definirlo grottesco e iperreale, una sintesi inedita tra stile carveriano e massimalismo postmoderno.

Editor: Accidenti! Credo che abbia inaugurato un nuovo genere letterario: potremmo definirlo pot-pourri…

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Vita da editor (71):
https://giovannituri.wordpress.com/2016/05/26/vita-da-editor-71/

 

Intervista a Giorgia Antonelli, direttrice editoriale di LiberAria

logo liberariaGiorgia Antonelli ha creato LiberAria nel 2009 con il bando di Principi Attivi della Regione Puglia; nel 2012 la casa editrice si rinnova e diventa una s.r.l. Oggi tra le piccole realtà editoriali è una delle più intraprendenti, capace di operare scelte controcorrente (come quella di pubblicare anche racconti) e presente in tutte le principali fiere di settore (dal Salone del Libro di Torino a Più libri più liberi di Roma, passando per il Book Pride di Milano).

Cosa ha caratterizzato all’inizio il progetto di LiberAria e quanto è mutato negli anni?
Di quale inizio parliamo? Se ti riferisci al primo progetto di LiberAria, quello nato nel 2009 con Principi Attivi, si trattava di una realtà che pubblicava in copyleft e con il print on demand; era una realtà molto naïf, mi ero improvvisata editore senza sapere molto di come questo mondo, in realtà, funzionasse. In quell’anno improvvisato, però, ho avuto la conferma di quanto mi piacesse questo mestiere, ed ero determinata a farne il mio lavoro, e per farlo il cambiamento era inevitabile. LiberAria è mutata completamente quando l’ho riaperta, stesso nome ma nuova ragione sociale e nuova identità editoriale, nel 2012. Avevo una maggiore consapevolezza di quello che andava fatto, grazie anche ai corsi in editoria che nel frattempo avevo seguito presso minimumfax (ora Scuola del Libro) e che mi hanno consentito di avere un’idea più concreta del lavoro editoriale. Abbiamo quindi deciso di dare vita a tre collane: Meduse, narrativa italiana, Phileas Fogg, narrativa straniera, e Metronomi, non fiction, a cui oggi si sono aggiunte due nuove collane: una di letteratura italiana più sperimentale e una che ha l’ambizione di raccontare storie di grandi scrittori che parlino a lettori senza età. Il progetto di LiberAria, oggi, è quello di dare un contributo personale alla buona letteratura, pubblicando libri che ci piacerebbe trovare in libreria. Come spiegato nella nostra linea editoriale, per dirla con Flaubert, “leggere è un modo di vivere”, ed è quello che cerchiamo di fare. Forse questo progetto muterà ancora, il cambiamento è endogeno nella vita, e non mi spaventa, LiberAria è già nata due volte. In Lady Lazarus Sylvia Plath dice “morire è un’arte”, perché lo è anche rinascere, come Lazarus.

Dopo gli studi letterari e un dottorato in Storia contemporanea, hai lasciato l’ambito accademico per dedicarti alla casa editrice e all’insegnamento nei licei: cosa ha determinato tali scelte e come si conciliano questi due percorsi tra loro (e con la vita privata)?
Ho lavorato in università per quattro anni come dottore di ricerca e per due come assegnista, ed è stata una conseguenza naturale dopo gli studi, per me, dal momento che ho sempre amato leggere, scrivere e studiare. È stata un’esperienza bellissima e altamente formativa, a un certo punto, però, è stato chiaro che l’università offriva solo sbocchi a lunghissimo termine e del tutto incerti, così nel frattempo ho conseguito l’abilitazione a insegnare italiano e latino nei licei. Non sono la tipica insegnante “vocata”, perché trovo che la vocazione sia una trappola psicologica che danneggia la scuola e la didattica, e che nulla ha a che vedere con la qualità dell’insegnamento, ma cerco di essere, al mio massimo, un’insegnante professionale e di trasmettere ai ragazzi tutto quello che so, che mi appassiona. Per questo motivo ho sempre cercato di conciliare le mie due attività, portando la letteratura contemporanea nelle scuole e cercando di trasmettere un nuovo approccio ai classici della letteratura. Esiste un gap, nella lettura: si legge moltissimo fino ai tredici anni, poi si iniziano a perdere lettori, e io temo che, in questo, ci siano un po’ di responsabilità scolastiche. La scuola, inconsapevolmente, fa passare l’idea che leggere sia una cosa noiosa e pedante, schiacciata sotto il segno grigio dell’obbligo, invece la letteratura è tutt’altro. Credo che sia in questo momento che i lettori cominciano a dimenticarsi la bellezza e il piacere della lettura. Per questo ho ideato un approccio tutto mio alla didattica, in cui mescolo la programmazione ministeriale alle mie conoscenze e letture personali: spiegare la punteggiatura con Cortázar, le figure retoriche con Queneau, le descrizioni con Foster Wallace e la Woolf, o la bellezza della lingua con Amelie Nothomb, e vedere gli alunni fotografare la lavagna, è una piccola felicità; da circa cinque anni, poi, tengo un piccolo corso di scrittura per ragazzi, sia a scuola che fuori, che ho chiamato “Esercizi di stile”, proprio in omaggio a Queneau: scelgo delle tecniche narrative o dei generi letterari e dei libri che li rappresentino (i dialoghi, le descrizioni, gli incipit, le strutture narrative e narratologiche, ecc). Con i ragazzi li leggiamo e li analizziamo insieme, per poi estrarne degli esercizi di scrittura. Quando anche solo qualcuno di loro compra uno dei libri che abbiamo letto, per me è una vittoria. Ai ragazzi ho tenuto anche corsi di editoria e a LiberAria ci siamo aperti all’esperienza dell’alternanza scuola/lavoro. Adesso sto scrivendo un paio di progetti legati alla promozione della lettura che vorrei realizzare nelle scuole in sinergia con altri editori indipendenti, e che spero si concretizzino.
In tutto questo, ovviamente, c’è il lavoro editoriale: fatto di bozze, contratti, copertine, valutazioni, eventi, fiere e pieghi di libri. Quella che soffre di più, di questo doppio lavoro, è proprio la vita privata. La mia giornata è scandita più o meno così: sveglia alle 6, scuola, redazione dalle 14 fino a quando è necessario, casa (dove continuo a lavorare per la scuola o per la casa editrice), sabati e domeniche inesistenti, o quasi. Senza contare fiere e trasferte il giorno dopo le quali sei di nuovo operativa a scuola. E va bene, perché le energie immesse mi vengono restituite centuplicate. Però vedo poco la mia famiglia, gli amici, gli affetti. Hanno tutti una grande pazienza con me, sappiamo che vedersi o sentirsi meno non fa diminuire il nostro amore reciproco, e questa forza è la mia forza. La mia vita è un frullatore, insomma, ma mi piace in modo quasi insopportabile. Continua a leggere

Intervista a Martino Ferrario, direttore editoriale di CasaSirio

logo CasaSirioHo scoperto CasaSirio leggendo Adieu mon cœur, un bel romanzo di Angelo Calvisi pubblicato da loro, e mi sono riproposto di saperne di più. La casa editrice, con sede a Lenate sul Seveso e collaboratori sparsi per l’Italia, nasce nel 2014 all’insegna di una letteratura pop, “che sia attuale, fruibile e appassionante tanto per il lettore forte quanto per quello meno esperto”. Qui di seguito l’intervista al direttore editoriale, Martino Ferrario.

Quale percorso umano e professionale ti ha portato a creare CasaSirio?
Leggo come un matto fin da piccolo. Lo studio non mi è mai interessato (infatti sono uscito con sessanta dal Liceo e mi sono messo a fare il pizzaiolo), poi ho scoperto la Scuola Holden e che quello editoriale è un mestiere che richiede una grande preparazione e mi sono detto “ecco qualcosa che vorrei davvero saper fare”. È lì che ci siamo conosciuti noi di CasaSirio (con me ci sono Carolina, Chiara, Flavia, Jessica, Matteo, Nicoletta), tutti portati dall’amore per le storie e dal desiderio di farne il nostro lavoro. Finita la Scuola, per un annetto abbiamo fatto esperienza in case editrici e in case di produzione cinematografica, poi ci siamo lanciati. Siamo partiti con i nostri risparmi e un piccolissimo finanziamento, dividendoci ogni giorno tra gli impegni di CasaSirio e mille altri lavori, uniti da interminabili discussioni su Skype e mail a pioggia. La cosa incredibile è che finora ci vogliamo ancora tutti bene.

Con i vostri libri vi riproponete di coniugare fruibilità e letterarietà: è davvero un binomio possibile? A quali marchi editoriali vi siete ispirati?
Assolutamente sì. Io provengo da una letteratura considerata mainstream (Crichton, Lansdale, ma anche Ammaniti, Fannie Flagg o Valerio Massimo Manfredi), formata da autori in grado di sfornare libri di alta qualità che “arrivano” a una quantità enorme di lettori. Secondo me loro sono una dimostrazione che il connubio è possibile (non facile, certo, ma se quello del libro fosse un mercato facile non ci sarebbe posto per le “scommesse”). I nostri punti di riferimento sono quegli editori che hanno fatto della qualità (quasi sempre) accessibile la loro bandiera: Marcos y Marcos e Sellerio, ma anche alcune collane di grandi editori come la Piccola Biblioteca di Mondadori.

Come vengono selezionate le opere di narrativa italiana e straniera di CasaSirio? Accettate l’invio spontaneo di inediti?
Leggiamo tanto, leggiamo sempre e ogni giorno proviamo a leggere tutto quello che arriva spontaneamente in redazione. Cinque dei nostri primi nove libri li abbiamo trovati così, e anche tra quelli in programma nei prossimi mesi alcuni sono di esordienti che hanno scelto di farci leggere il loro testo e ci hanno fatto innamorare. Poi, soprattutto per cercare autori stranieri, spulciamo internet, leggiamo recensioni, incipit, consigli di scrittori e recensioni, chiediamo ai librai e ci imbarchiamo in un sacco di libri che partono benissimo e diventano una schifezza. Ogni tanto esce qualcosa di meraviglioso (Elementare, cowboy, ma non solo) e quando c’è si fa festa.
Il modo in cui scegliamo è semplice. Quando in redazione qualcuno si imbatte in un testo che pensa valga (italiano o straniero che sia), lo gira agli altri per una seconda/terza/quarta lettura. Se il libro convince tutti, allora facciamo di tutto perché entri a far parte del nostro catalogo. Continua a leggere

ABBACINANTE. L’ALA DESTRA di Mircea Cărtărescu, recensione

Abbacinante. L’ala destra. Mircea Cărtărescu, VolandSi conclude con Abbacinante. L’ala destra la trilogia del rumeno Mircea Cărtărescu pubblicata da Voland

Abbacinante. L’ala destra prosegue e porta a compimento il percorso di Mircea Cărtărescu attraverso la storia della Romania, il proprio passato e l’idea di una letteratura che assorbe e plasma una realtà dilatata. L’intera trilogia (che comprende anche Abbacinate. L’ala sinistra e Abbacinante. Il corpo) è stata tradotta a cura di Bruno Mazzoni per Voland, impresa non da poco; nella scrittura di Cărtărescu sogni, visioni, ricordi, riflessioni metaletterarie e satira politica si compenetrano al punto che lo stesso autore non è più in grado di delimitarne i confini: «[…] non so più quando vivo e quando scrivo. Quando passeggio per strada, mi rendo improvvisamente conto che sono in una via inesistente nella Bucarest reale, che è la strada descritta da me il giorno prima in questo libro illeggibile».
È dunque incoraggiante che Abbacinate. Il corpo abbia vinto il Premio Gregor von Rezzori e sia ora tra i finalisti per il Premio Strega Europeo; è il segnale che nonostante tutto si ritiene ancora un valore la capacità di sperimentare, di sovvertire i canoni della narrazione tradizionale, di sfidare il lettore chiedendogli di perdersi nell’incubo partorito da un’altra mente: «Il suo manoscritto era tutto quel che poteva essere più diverso da un romanzo: era un libro. Esso non poteva essere letto, come non è possibile leggere una pietra o una nuvola. Lo scriveva non con l’inchiostro di una biro, ma con il midollo stesso della sua spina dorsale». Continua a leggere

ESTROSITÀ RIGOROSE DI UN CONSULENTE EDITORIALE, Giorgio Manganelli

Giorgio ManganelliAdelphi pubblica Estrosità rigorose di un consulente editoriale: una raccolta di lettere e schede critiche di Giorgio Manganelli

Oltre che scrittore e traduttore, Giorgio Manganelli è stato un lettore di rara intelligenza critica (benché piuttosto umorale): questa sua dote convinse Pietro Citati a introdurre nel mondo editoriale l’insegnante di lingua inglese di un istituto tecnico; fu grazie a lui che Manganelli lavorò per Garzanti dal 1961 ai primi mesi del 1964, quando diventò consulente Einaudi, principalmente per la letteratura di area anglofona. È un ruolo che assunse sempre con giocosa dedizione ed entusiasmo: «ho ancora qualche giorno agitato, ma dalla prossima settimana sarò sangue verginale versato sulle fondamenta della casa Einaudi» (lettera a Guido Davico Bonino del 12 maggio 1965); «nella mia stanza si aderge il mirabile totem einaudiano, tutto farcito di libri, la dolcissima, estiva Befana del Consulente: te ne sono molto grato, lo sventrerò, il totem, tra pochi giorni ad esami conclusi, e ne caverò viscere di dottrina e benevolenza, a propizio riparo alle canicole che già latrano» (lettera a Davico del 13 giungo 1965). Continua a leggere

Intervista a Simona Vinci – Professione scrittore 21

Simona VinciSimona Vinci ha esordito nel 1997 con Dei bambini non si sa niente, pubblicato da Einaudi Stile libero come la maggior parte delle sue opere (tra cui: In tutti i sensi come l’amore, Brother and Sister, Strada Provinciale Tre).
La prima verità, opera di sofferta denuncia civile, dalla scrittura intensa e contundente, è tra i cinque finalisti del Premio Campiello 2016. Si tratta di un romanzo dalla struttura ambiziosa e articolata, che si sviluppa tra la metà degli anni ’60 (quando in Grecia si instaurò la dittatura dei colonnelli) e la contemporaneità; tra i personaggi, insieme alla narratrice e a una giovane volontaria, ci sono uomini donne e bambini tacciati di pazzia – come se fosse possibile detenere una “prima verità” e non si fosse tutti fragili e fallaci. L’ambientazione prevalente nelle prime tre parti è l’isola di Leros, dove si sono incontrati prigionieri politici e malati psichici, e nella quarta parte Budrio, paese emiliano in cui la narratrice è cresciuta e ha iniziato a confrontarsi con diverse forme di disturbo mentale, a riconoscerle.

La prima verità presenta almeno tre percorsi di lettura, suggeriti dai tre prologhi: il primo che mette in relazione la narratrice con la storia che sta per raccontare, il secondo che riguarda l’aspetto sociale dell’esclusione dei malati psichici, il terzo che include la vicenda romanzesca vera e propria. Ha lavorato da subito e in contemporanea su questi tre piani narrativi?
Fin da subito ho avuto in mente che sarebbe stato un romanzo complesso, a più piani, ambientato in luoghi diversi e tempi diversi e sapevo che dentro volevo metterci tanti generi (il reportage, il romanzo storico, la ghost story, la detection, la poesia) anche se la paura che il troppo risultasse stucchevole o illeggibile mi ha guidata nel cercare dei fili capaci di tessere un arazzo con un disegno visibile e chiaro. Il memoir – la parte iniziale del libro che il lettore ritroverà verso la fine e che dice IO – è stato l’ultimo ad arrivare ed è stato anche quello verso il quale nutrivo più diffidenza e che ho cercato di sopprimere senza riuscirci. Non mi piace scrivere in prima persona, trovo che IO sia la “persona” più ingannevole di tutte, eppure ho dovuto cedere, perché il libro me la chiedeva.

«La storia del lager di Leros non è una leggenda, non è l’invenzione di un romanziere fantasioso e con il gusto per il macabro, ma una realtà documentata»: quanto è durata la fase preparatoria di quest’opera e come si è svolta?
Avevo idea di scrivere qualcosa che avesse a che fare con il disagio psichico ma ancora non sapevo cosa, andavo a caccia di storie. Sono arrivata all’isola di San Servolo, a Venezia, guidata dall’immagine di una donna che avanzava dentro l’acqua del mare. Volevo un’isola. Ma non sapevo ancora quale e perché. Avevo appena finito di lavorare a Strada Provinciale Tre, il mio ultimo romanzo prima di questo, ed ero ancora lungo il ciglio di una strada, in mezzo ai camion, con questa donna smarrita che non si sa di preciso da dove venga e dove stia andando. La storia di Leros l’ho incontrata per caso, su un forum di psichiatria, nella testimonianza anonima di un uomo (o forse era una donna?) che raccontava la sua esperienza come volontario al manicomio di Leros insieme ai basagliani negli anni ’90. Bum. Quando ho letto quelle pagine ho capito che era quella l’isola e quella la storia. Ho preso un aereo, un traghetto e ci sono andata. Poi, la documentazione in verità è durata fino all’ultima riga di stesura e ancora, durante le infinite revisioni e riletture. Continua a leggere