Quattro piccoli e meritevoli editori

libri su libri, piccoli editori indipendentiEssere editori piccoli e indipendenti non sempre vuol dire avere in catalogo libri degni di interesse, anzi, ma comporta necessariamente molta passione e un notevole spirito di sacrificio. Per valorizzare il lavoro di alcune case editrici di cui ho recentemente letto e apprezzato alcune opere, ho intervistato Davide W. Pairone per Aguaplano, Stefano Giovinazzo per Edizioni della Sera, Gilberto Gavioli per Edizioni del Foglio Clandestino. Come nel post sui piccoli editori scoperti al Salone di Torino, ho chiesto loro quando siano nati, quale sia il progetto editoriale, dove reperire i loro testi e quali siano quelli più rappresentativi, infine di anticiparci le prossime pubblicazioni. Aggiungo anche qualche riga su Corsiero Editore tratta dal loro sito, poiché non sono riuscito ad avere risposta da Andrea Casoli, ma la loro riedizione delle opere di Silvio D’Arzo è davvero degna di nota. Continua a leggere

Tre piccoli editori scoperti al Salone del Libro di Torino

Salone del Libro di Torino_logoSe c’è qualcosa per cui valga la pena partecipare a fiere e saloni dell’editoria è l’opportunità di conoscere piccoli e interessanti editori che spesso non hanno visibilità in libreria e sui media. Quest’anno in verità ho potuto curiosare molto poco, ma ho fatto tre belle scoperte e avevo voglia di saperne di più: Funambolo Edizioni, L’Iguana Editrice, Edizioni dell’Urogallo. Ho dunque chiesto loro quando siano nati, quale sia il progetto editoriale, dove reperire i loro testi e quali siano quelli più rappresentativi, infine di anticiparci le prossime pubblicazioni. Continua a leggere

Intervista a Sara Reggiani, coeditore di Edizioni Black Coffee e traduttrice di Alexandra Kleeman

Logo Edizioni Black Coffee, intervista a Sara ReggianiÈ Il corpo che vuoi di Alexandra Kleeman il primo romanzo del catalogo delle Edizioni Black Coffee, un progetto che prosegue il percorso intrapreso da Sara Reggiani e Leonardo Taiuti con l’omonima collana delle Edizioni Clichy: pubblicare autori nordamericani emergenti, con attenzione particolare per le scrittrici e per le raccolte di racconti.
Il corpo che vuoi ci introduce in presa diretta nella vita di A, la narratrice, che vive con un’altra giovane ragazza, B; sono ossessionate dal corpo, oltre che l’una dall’altra, e immerse in un flusso continuo di immagini che le marginalizza nel ruolo di spettatrici e acquirenti: «Il desiderio di cose sostituisce il desiderio di persone». Ogni bisogno indotto, però, accentua il malessere anche se viene soddisfatto, così quando A non troverà più nel suo fidanzato (C) risposte e rassicurazioni, finirà per cercarle nella misteriosa Chiesa dei Congiunti nel Cibo, dando inizio a un nuovo incubo. La Kleeman, adottando un punto di vista interno, può servirsi di una scrittura in prima persona priva di angoscia poiché manchevole – come lo è A – di spirito critico; si crea così un effetto straniante che turba il lettore e lo trascina attraverso questa originale rappresentazione dell’Occidente al collasso. Qui di seguito, un’intervista a Sara Reggiani, traduttrice del romanzo e coeditore della Black Coffee. 

Dopo Il corpo che vuoi, Edizioni Black Coffee pubblicherà anche una raccolta di racconti di Alexandra Kleeman, Intimations. Come avete scoperto questa giovane autrice?
È stato un incontro casuale. Ero a New York con Leonardo in occasione del Brooklyn Book Festival e Il corpo che vuoi (il titolo originale è You Too Can Have a Body Like Mine) mi è capitato sott’occhio alla libreria Strand. Avevo già sentito parlare di Alexandra. In quel periodo erano uscite molte ottime recensioni del suo romanzo, così l’ho acquistato e l’ho divorato durante il volo di ritorno. Il giorno dopo mi sono informata sullo stato dei diritti di traduzione. Mi aveva folgorato e nei mesi successivi ho fatto di tutto per accaparrarmi sia il romanzo che la sua prima raccolta di racconti. Ho deciso di aprire il nostro catalogo proprio con Alexandra perché sono convinta che sia una delle autrici più promettenti del panorama letterario americano e intendo seguirne il percorso. Continua a leggere

Intervista a Isabella Ferretti, coeditore di 66thand2nd

logo-66thand2ndIsabella Ferretti nel 2009 ha fondato con Tomaso Cenci la 66thand2nd, una casa editrice che si ripropone di presentare al pubblico italiano generi letterari in voga negli Stati Uniti ma da noi sottovalutati. Il nome indica appunto l’incrocio di due strade di Manhattan e due erano le collane del progetto originario: Attese, dedicata alla letteratura sportiva, e Bazar, attenta alle opere di scrittori del melting pot letterario mondiale; si sono poi aggiunte Vite inattese, in cui lo sport si declina nel memoir, B-Polar, con romanzi tra il poliziesco e il noir di autori africani e non solo, e Bookclub, che vuole stuzzicare i lettori con proposte eclettiche anche nella grafica.

La tua e quella di Tomaso Cenci è una formazione giuridica e l’idea di creare la 66thand2nd è nata durante un soggiorno lavorativo a New York: cosa vi ha spinto a mettervi in gioco in un nuovo progetto così ambizioso e aleatorio? A otto anni di distanza qual è il bilancio?
Sono arrivata a New York da Londra, dove ho studiato e lavorato per oltre quattro anni. Già lì avevo respirato la maggior ampiezza dell’offerta letteraria a disposizione dei lettori, non solo in termini di generi ma anche di taglio, tematiche, autori e case editrici.
A New York, questo senso di grande respiro si è addirittura ampliato, unitamente alla constatazione che – nonostante possa non sembrare così – solo una piccolissima percentuale della produzione anglo-americana arriva sugli scaffali delle librerie italiane.
Così con Tomaso Cenci pensammo di provare a proporre in Italia alcuni di questi autori che avevamo letto e apprezzato e che nessuno aveva mai pensato di tradurre. Ci rendemmo però subito conto che non era possibile dare vita a una casa editrice indipendente che avesse come mercato di riferimento l’Italia mentre vivevamo negli Stati Uniti. Ancora non ci rendevamo conto di quanto quell’intuizione fosse vera e quanto conti la persona dell’editore nel dare propulsione a un progetto editoriale.
Cominciammo così a svolgere approfondimenti, frequentare librerie e ritrovi letterari, conoscere altri lettori, partecipare a gruppi di lettura e così facendo abbiamo acquisito un nostro personalissimo know-how che ha alimentato la nostra voglia e la nostra passione.
Tornati in Italia, nel 2004, abbiamo trovato un Paese culturalmente impoverito e più strozzato, limitato, ripetitivo nell’offerta. Riprendere il progetto di fondare una casa editrice ci è sembrato allora il modo più concreto per dare un contributo individuale dopo tanti anni all’estero ma… non sapevamo esattamente in cosa ci stavamo cacciando!
Così, sull’onda di un grande entusiasmo, è nata 66thand2nd che reca nel nome il tributo al Paese che ci ha aiutato a concepire un’idea che solo in Italia si è trasformata in progetto. Volevamo che 66thand2nd nascesse con caratteristiche ben distinguibili, a cominciare dal nome. Il riferimento, infatti, non è soltanto all’incrocio tra la Sessantaseiesima Strada e la Seconda Avenue, ma a un immaginario americano che Tomaso e io sentiamo molto vicino alla cultura italiana. Allo stesso tempo, il riferimento a quell’incrocio e all’isola di Manhattan dentro la città di New York, voleva inglobare una tradizione e un futuro letterario di apertura, senza confini, di frontiere abbandonate, multi-lingua e multi-razza, in cui cadono i pregiudizi e si cerca la maggior vicinanza possibile con i lettori, senza mai abbandonare la propria identità. La scelta del nome si allontana anche da una certa tradizione italiana in cui la casa editrice reca il nome del fondatore: la speranza era di potercela fare, di poter durare nel tempo, perché la letteratura dopotutto è durata.
Anche se molte erano le idee al momento della fondazione, decidemmo di lanciare la casa editrice con un progetto editoriale che ruotava attorno a due collane: Attese e Bazar, oggi diventate le collane “principe”.
Entrati nell’ottavo anno di operatività siamo soddisfatti e, soprattutto, molto motivati a fare sempre meglio. Ogni anno l’asta si è alzata, pensare che possa continuare così ci fa guardare al futuro con entusiasmo. Continua a leggere

Intervista a Stefano Friani, coeditore di Racconti edizioni

logo-racconti-edizioniStefano Friani ha creato insieme a Emanuele Giammarco la Racconti edizioni: una nuova casa editrice che intende ribaltare l’adagio per il quale “i racconti non si vendono” ed è interamente dedicata alle short stories.

Qual è stato il percorso formativo che ti ha portato dalla laurea in Filosofia a creare la Racconti edizioni insieme a Emanuele Giammarco?
In realtà è stato un po’ errabondo. Io ed Emanuele veniamo entrambi da Filosofia, ma abbiamo fatto di tutto per non incrociarci mai: lui studiava i tedeschi, e io ero fissato con gli inglesi e soprattutto con l’evoluzionismo. In questo dissidio c’è tutta l’anima della casa editrice, idealismo ed empirismo, anche se alle volte non saprei dire chi dei due incarni cosa. Poi io sono stato un anno a Londra, con l’idea di rimanerci (il mio orizzonte culturale, di letture e di vita è sempre stato ed è tuttora quello), salvo poi ritornare con le pive nel sacco e tentare senza grandi soddisfazioni la via dell’insegnamento, che ho scoperto non essere per me. Ci siamo finalmente e fatalmente incontrati al Master in Editoria Giornalismo e Management Culturale della Sapienza di Roma, senza il quale non ci sarebbe mai stata la casa editrice né una bella amicizia fondata su citazioni continue di Corrado Guzzanti e Nino Frassica. Le lezioni di professori della caratura di Luca Formenton, Mattia Carratello, Monica Aldi, Fabrizio Farina, Oscar Perli, Mauro Bersani, Carlo Alberto Bonadies, Marco Cassini e tanti altri che sto scordando ci hanno davvero acceso di un fuoco sacro per l’editoria – quello per la lettura ce lo avevamo già. Poi io sono finito all’ufficio iconografico Einaudi, dove ho passato sette mesi meravigliosi in cui ho imparato moltissimo accanto a Monica Aldi, Yara Mavrides, Cinzia Cerrato e Viviana Gottardello (e tanti altri), ed Emanuele alla redazione del Saggiatore. A gennaio 2015, ritornati entrambi a Roma, dopo una serie di battutine e ammicchi al progetto di tirare su una casa editrice che era nell’aria sin dai giorni del Master, ci siamo presi una sbronza colossale in un pub di San Lorenzo e abbiamo deciso di fare la follia. Ma è stata una follia ben pianificata e ragionata, in cui ci siamo buttati anima e corpo (e ci abbiamo buttato pure molte diottrie), tra lo stilare un progetto culturale credibile, un business plan inverosimilmente dettagliato e il tentativo impossibile di onniscienza sull’universo racconto. Ci siamo letteralmente chiusi un anno e mezzo a leggere e studiare (e non è che la situazione sia cambiata poi molto ora). Personalmente, il mio sogno è sempre stato quello di essere pagato per leggere, come il protagonista dei Sei giorni del Condor di James Grady. Soldi non se ne vedono moltissimi, ma almeno si legge eccome. Speriamo solo che abbia l’accortezza di scendere al bar a prendere i panini al momento opportuno! Continua a leggere

Intervista a Giorgia Antonelli, direttrice editoriale di LiberAria

logo liberariaGiorgia Antonelli ha creato LiberAria nel 2009 con il bando di Principi Attivi della Regione Puglia; nel 2012 la casa editrice si rinnova e diventa una s.r.l. Oggi tra le piccole realtà editoriali è una delle più intraprendenti, capace di operare scelte controcorrente (come quella di pubblicare anche racconti) e presente in tutte le principali fiere di settore (dal Salone del Libro di Torino a Più libri più liberi di Roma, passando per il Book Pride di Milano).

Cosa ha caratterizzato all’inizio il progetto di LiberAria e quanto è mutato negli anni?
Di quale inizio parliamo? Se ti riferisci al primo progetto di LiberAria, quello nato nel 2009 con Principi Attivi, si trattava di una realtà che pubblicava in copyleft e con il print on demand; era una realtà molto naïf, mi ero improvvisata editore senza sapere molto di come questo mondo, in realtà, funzionasse. In quell’anno improvvisato, però, ho avuto la conferma di quanto mi piacesse questo mestiere, ed ero determinata a farne il mio lavoro, e per farlo il cambiamento era inevitabile. LiberAria è mutata completamente quando l’ho riaperta, stesso nome ma nuova ragione sociale e nuova identità editoriale, nel 2012. Avevo una maggiore consapevolezza di quello che andava fatto, grazie anche ai corsi in editoria che nel frattempo avevo seguito presso minimumfax (ora Scuola del Libro) e che mi hanno consentito di avere un’idea più concreta del lavoro editoriale. Abbiamo quindi deciso di dare vita a tre collane: Meduse, narrativa italiana, Phileas Fogg, narrativa straniera, e Metronomi, non fiction, a cui oggi si sono aggiunte due nuove collane: una di letteratura italiana più sperimentale e una che ha l’ambizione di raccontare storie di grandi scrittori che parlino a lettori senza età. Il progetto di LiberAria, oggi, è quello di dare un contributo personale alla buona letteratura, pubblicando libri che ci piacerebbe trovare in libreria. Come spiegato nella nostra linea editoriale, per dirla con Flaubert, “leggere è un modo di vivere”, ed è quello che cerchiamo di fare. Forse questo progetto muterà ancora, il cambiamento è endogeno nella vita, e non mi spaventa, LiberAria è già nata due volte. In Lady Lazarus Sylvia Plath dice “morire è un’arte”, perché lo è anche rinascere, come Lazarus.

Dopo gli studi letterari e un dottorato in Storia contemporanea, hai lasciato l’ambito accademico per dedicarti alla casa editrice e all’insegnamento nei licei: cosa ha determinato tali scelte e come si conciliano questi due percorsi tra loro (e con la vita privata)?
Ho lavorato in università per quattro anni come dottore di ricerca e per due come assegnista, ed è stata una conseguenza naturale dopo gli studi, per me, dal momento che ho sempre amato leggere, scrivere e studiare. È stata un’esperienza bellissima e altamente formativa, a un certo punto, però, è stato chiaro che l’università offriva solo sbocchi a lunghissimo termine e del tutto incerti, così nel frattempo ho conseguito l’abilitazione a insegnare italiano e latino nei licei. Non sono la tipica insegnante “vocata”, perché trovo che la vocazione sia una trappola psicologica che danneggia la scuola e la didattica, e che nulla ha a che vedere con la qualità dell’insegnamento, ma cerco di essere, al mio massimo, un’insegnante professionale e di trasmettere ai ragazzi tutto quello che so, che mi appassiona. Per questo motivo ho sempre cercato di conciliare le mie due attività, portando la letteratura contemporanea nelle scuole e cercando di trasmettere un nuovo approccio ai classici della letteratura. Esiste un gap, nella lettura: si legge moltissimo fino ai tredici anni, poi si iniziano a perdere lettori, e io temo che, in questo, ci siano un po’ di responsabilità scolastiche. La scuola, inconsapevolmente, fa passare l’idea che leggere sia una cosa noiosa e pedante, schiacciata sotto il segno grigio dell’obbligo, invece la letteratura è tutt’altro. Credo che sia in questo momento che i lettori cominciano a dimenticarsi la bellezza e il piacere della lettura. Per questo ho ideato un approccio tutto mio alla didattica, in cui mescolo la programmazione ministeriale alle mie conoscenze e letture personali: spiegare la punteggiatura con Cortázar, le figure retoriche con Queneau, le descrizioni con Foster Wallace e la Woolf, o la bellezza della lingua con Amelie Nothomb, e vedere gli alunni fotografare la lavagna, è una piccola felicità; da circa cinque anni, poi, tengo un piccolo corso di scrittura per ragazzi, sia a scuola che fuori, che ho chiamato “Esercizi di stile”, proprio in omaggio a Queneau: scelgo delle tecniche narrative o dei generi letterari e dei libri che li rappresentino (i dialoghi, le descrizioni, gli incipit, le strutture narrative e narratologiche, ecc). Con i ragazzi li leggiamo e li analizziamo insieme, per poi estrarne degli esercizi di scrittura. Quando anche solo qualcuno di loro compra uno dei libri che abbiamo letto, per me è una vittoria. Ai ragazzi ho tenuto anche corsi di editoria e a LiberAria ci siamo aperti all’esperienza dell’alternanza scuola/lavoro. Adesso sto scrivendo un paio di progetti legati alla promozione della lettura che vorrei realizzare nelle scuole in sinergia con altri editori indipendenti, e che spero si concretizzino.
In tutto questo, ovviamente, c’è il lavoro editoriale: fatto di bozze, contratti, copertine, valutazioni, eventi, fiere e pieghi di libri. Quella che soffre di più, di questo doppio lavoro, è proprio la vita privata. La mia giornata è scandita più o meno così: sveglia alle 6, scuola, redazione dalle 14 fino a quando è necessario, casa (dove continuo a lavorare per la scuola o per la casa editrice), sabati e domeniche inesistenti, o quasi. Senza contare fiere e trasferte il giorno dopo le quali sei di nuovo operativa a scuola. E va bene, perché le energie immesse mi vengono restituite centuplicate. Però vedo poco la mia famiglia, gli amici, gli affetti. Hanno tutti una grande pazienza con me, sappiamo che vedersi o sentirsi meno non fa diminuire il nostro amore reciproco, e questa forza è la mia forza. La mia vita è un frullatore, insomma, ma mi piace in modo quasi insopportabile. Continua a leggere

Intervista a Martino Ferrario, direttore editoriale di CasaSirio

logo CasaSirioHo scoperto CasaSirio leggendo Adieu mon cœur, un bel romanzo di Angelo Calvisi pubblicato da loro, e mi sono riproposto di saperne di più. La casa editrice, con sede a Lenate sul Seveso e collaboratori sparsi per l’Italia, nasce nel 2014 all’insegna di una letteratura pop, “che sia attuale, fruibile e appassionante tanto per il lettore forte quanto per quello meno esperto”. Qui di seguito l’intervista al direttore editoriale, Martino Ferrario.

Quale percorso umano e professionale ti ha portato a creare CasaSirio?
Leggo come un matto fin da piccolo. Lo studio non mi è mai interessato (infatti sono uscito con sessanta dal Liceo e mi sono messo a fare il pizzaiolo), poi ho scoperto la Scuola Holden e che quello editoriale è un mestiere che richiede una grande preparazione e mi sono detto “ecco qualcosa che vorrei davvero saper fare”. È lì che ci siamo conosciuti noi di CasaSirio (con me ci sono Carolina, Chiara, Flavia, Jessica, Matteo, Nicoletta), tutti portati dall’amore per le storie e dal desiderio di farne il nostro lavoro. Finita la Scuola, per un annetto abbiamo fatto esperienza in case editrici e in case di produzione cinematografica, poi ci siamo lanciati. Siamo partiti con i nostri risparmi e un piccolissimo finanziamento, dividendoci ogni giorno tra gli impegni di CasaSirio e mille altri lavori, uniti da interminabili discussioni su Skype e mail a pioggia. La cosa incredibile è che finora ci vogliamo ancora tutti bene.

Con i vostri libri vi riproponete di coniugare fruibilità e letterarietà: è davvero un binomio possibile? A quali marchi editoriali vi siete ispirati?
Assolutamente sì. Io provengo da una letteratura considerata mainstream (Crichton, Lansdale, ma anche Ammaniti, Fannie Flagg o Valerio Massimo Manfredi), formata da autori in grado di sfornare libri di alta qualità che “arrivano” a una quantità enorme di lettori. Secondo me loro sono una dimostrazione che il connubio è possibile (non facile, certo, ma se quello del libro fosse un mercato facile non ci sarebbe posto per le “scommesse”). I nostri punti di riferimento sono quegli editori che hanno fatto della qualità (quasi sempre) accessibile la loro bandiera: Marcos y Marcos e Sellerio, ma anche alcune collane di grandi editori come la Piccola Biblioteca di Mondadori.

Come vengono selezionate le opere di narrativa italiana e straniera di CasaSirio? Accettate l’invio spontaneo di inediti?
Leggiamo tanto, leggiamo sempre e ogni giorno proviamo a leggere tutto quello che arriva spontaneamente in redazione. Cinque dei nostri primi nove libri li abbiamo trovati così, e anche tra quelli in programma nei prossimi mesi alcuni sono di esordienti che hanno scelto di farci leggere il loro testo e ci hanno fatto innamorare. Poi, soprattutto per cercare autori stranieri, spulciamo internet, leggiamo recensioni, incipit, consigli di scrittori e recensioni, chiediamo ai librai e ci imbarchiamo in un sacco di libri che partono benissimo e diventano una schifezza. Ogni tanto esce qualcosa di meraviglioso (Elementare, cowboy, ma non solo) e quando c’è si fa festa.
Il modo in cui scegliamo è semplice. Quando in redazione qualcuno si imbatte in un testo che pensa valga (italiano o straniero che sia), lo gira agli altri per una seconda/terza/quarta lettura. Se il libro convince tutti, allora facciamo di tutto perché entri a far parte del nostro catalogo. Continua a leggere