UNA SPECIE DI SOLITUDINE, i diari di John Cheever

John CheeverPubblicata da Feltrinelli nella traduzione di Adelaide Cioni, Una specie di solitudine è l’autobiografia involontaria di John Cheever, disperata e luminosa, che si delinea dal semplice accostamento dei diari che tenne dalla fine degli anni ’40 all’inizio degli ’80, dagli esordi al successo. Lo scrittore mette a nudo la fragilità, gli sbalzi d’umore, le pulsioni omo ed eterosessuali, l’alcolismo, i sensi di colpa, l’ambizione letteraria, i continui contrasti con la moglie, ma anche l’amore per i figli e una certa religiosità che talvolta lo riequilibrano, così come la vista di un bel paesaggio, un gioco di luce, una nuotata: si ha forse l’impressione di violare la sua intimità, ma di farlo non per voyerismo quanto per donargli idealmente un po’ di quell’affetto che insaziabilmente cercava. I brani che riporto di seguito sono alcuni di quelli inerenti alla scrittura e alle sue letture e sicuramente non appartengono alle pagine più belle, motivo per cui vi invito davvero a leggere quest’opera.

La fine degli anni quaranta e gli anni cinquanta

Scrivere bene, scrivere con passione, essere meno inibito, essere più caldo, essere più autocritico, riconoscere il potere così come la forza del desiderio carnale, scrivere, amare. Continua a leggere

NEL TERRITORIO DEL DIAVOLO – Sul mistero di scrivere, Flannery O’Connor

flannery o'connorRaramente i manuali di scrittura sono utili se non a comprendere le peculiarità della tecnica e della poetica dei loro autori. Rappresenta una preziosa eccezione questa raccolta di saggi di Flanerry O’Connor, Nel territorio del diavolo – Sul mistero di scrivere, a cura di Robert e Sally Fitzgerald, pubblicata da minimum fax con la supervisione di Ottavio Fatica. La O’Connor non solo rende conto del suo modo di intendere l’arte, ma coglie con semplicità e acume la necessità per ogni narratore di svincolarsi da dogmi di ogni tipo, di confrontarsi con la realtà e di infondere vita e verità nelle storie e nei personaggi. Riporto di seguito alcuni brani e invito a leggere questo testo non solo gli aspiranti scrittori, ma tutti coloro che vogliano comprendere cosa possa e debba essere la letteratura. Continua a leggere

BESTIARIO di Julio Cortázar e le regole di un buon racconto

BESTIARIO di Julio Cortázar _copertinaChiunque ami leggere racconti o si cimenti a scriverne non può ignorare Bestiario, la prima raccolta di Julio Cortázar. L’autore argentino non si preoccupa di giustificare l’irrazionale, ma di dar forma al mistero che fa vibrare la realtà e ai sentimenti torbidi e inquieti che ci appartengono: ne scaturiscono degli splendidi racconti malinconici e surreali, in cui spesso la tensione deflagra negli spiazzanti finali. L’edizione dei Nuovi Coralli Einaudi (traduzione di Flaviarosa Nicoletti Rossini) include in appendice due brevi saggi teorici di Cortázar (tradotti da Vittoria Martinetto) dai quali riporto qui di seguito alcuni brani. Continua a leggere

Presentazione della SCUOLA DEL RACCONTO e intervista a Guido Conti

La scuola del racconto_Guido ContiOggi in allegato con il «Corriere della Sera» L’arte di leggere con i racconti di Anton Čechov, il primo dei dodici volumetti della Scuola del racconto: collana a cura di Guido Conti, a cui ho rivolto qualche domanda.

Sono un’infinità i manuali di scrittura che, attraverso regole ed esercizi, si ripropongono di creare dal nulla un narratore. Diverso e meno velleitario l’assunto di base che ha ispirato Guido Conti, scrittore e docente universitario, nell’ideazione dei dodici volumetti che compongono la collana La scuola del racconto – leggere per imparare a scrivere: in edicola in allegato al «Corriere della Sera» ogni giovedì, da oggi al 22 gennaio. Si parte dal presupposto che occorra leggere, e saperlo fare con consapevolezza, prima di cimentarsi con la scrittura (e forse anche con la vita): «Questo è secondo me l’approccio più interessante allo scrivere: porsi delle domande partendo dai testi e leggere i grandi autori per capire come creano. E il bello è che non ci sono regole a priori perché ognuno di loro insegna sempre qualcosa di nuovo a tutti».
Anton Čechov è il primo scrittore su cui si concentra l’analisi condotta con passione e competenza da Guido Conti, ricca di spunti e di rimandi ad altri autori, in particolare a Isaac B. Singer, a cui è dedicato un apposito capitoletto. Sia Čechov che Singer sono infatti noti soprattutto come autori di racconti ed è questa forma narrativa, così trascurata dal mercato editoriale, che Conti individua come palestra ideale per gli aspiranti scrittori: «Il racconto breve insegna a essere precisi, a non perdersi, a concentrarsi sul cuore tematico della narrazione e a lavorare su di esso, in modo originale. […] ad avere cura delle sfumature».
Dopo l’introduzione e la scomposizione critica dello Specchio deformante di Čechov, vi è la lettura comparata di un testo di Singer che ha anch’esso al centro lo stesso oggetto comune e misterioso e si intitola appunto Lo specchio; si passa poi a qualche indicazione più generica sulla forma racconto, a partire da alcune considerazioni di Čechov e dunque si offrono al lettore tre eccelsi scritti dell’autore russo, senza ulteriori apparati critici: Un uomo di conoscenza, Il grasso e lo smilzo, Uno scherzetto. Chiudono il volume una breve biografia di Anton Čechov e una bibliografia ragionata.
Insomma, è un’apprezzabile esortazione alla lettura e offre gli strumenti per farlo con maggiore consapevolezza tecnica – se poi sia utile anche per migliorare il proprio stile sta agli aspiranti scrittori decretarlo, intanto facciamoci raccontare da Guido Conti com’è nata l’idea.
Leggere per imparare a scrivere: come mai hai deciso di fare di questo invito il fondamento del tuo progetto?
Perché mi hanno sempre insegnato a riconoscere le diverse tipologie di scrittura e gli stili, e io stesso ho imparato a scrivere leggendo in modo particolare. Ci sono abissi tra la scrittura di Gadda e quella di Bilenchi, per esempio, o tra quella di Arbasino e quella di Fenoglio. Parise è uno scrittore delle reticenze e quindi è più ciò che non dice di quello che racconta. In questo progetto ho raccolto esperienze di anni di didattica e di riflessione sul rapporto che si deve avere con un testo, sui diversi modi di leggere. A Bologna negli anni Ottanta, alla Facoltà di Lettere, con il prof. Fabrizio Frasnedi, si facevano seminari e si leggevano pagine molto diverse, senza conoscere l’autore, cercando di capire come questi autori scrivessero. Ad un certo punto è come leggere la musica, senti la lingua, il ritmo, la costruzione della frase, quello che sta raccontando nasce sulla pagina in un certo modo, e ti accorgi subito se quello è uno scrittore vero. Oggi basta leggere tre pagine di un manoscritto e lo si butta nel cestino per almeno il 90% dei casi. La gente non sa scrivere perché non sa leggere bene, non impara dai grandi scrittori, e se ha una scrittura più o meno buona, spesso non ha nulla da dire e si sente che non ha un mondo letterario alle spalle. Io ho avuto grandi maestri più o meno noti ma soprattutto erano grandi lettori che mi hanno insegnato a capire la scrittura degli altri. Ho messo in questi libri anche il loro lavoro. Qui ho scelto di insegnare a leggere per imparare a scrivere, e spero che sia utile per qualcuno che voglia aggiornarsi nelle letture, nei modi di affrontare un testo, con strumenti e materiali scritti con semplicità ma mai banali nella sostanza e nelle idee che abbiamo voluto trasmettere con questo progetto allegato a un quotidiano importante come il «Corriere della Sera». Continua a leggere

Thomas Pynchon, consigli di scrittura

thomas-pynchonEcco alcuni consigli di scrittura desunti dall’introduzione di Thomas Pynchon a Un lento apprendistato (Einaudi Stile Libero, traduzione di Massimo Bocchiola), raccolta dei suoi racconti giovanili.

[…] è sbagliato iniziare con un tema, un simbolo o un altro agente unificante astratto, e poi forzare fatti e personaggi ad adeguarsi a esso.

[…] se diventiamo troppo concettuali, troppo preziosi e distaccati, i nostri personaggi muoiono sulla pagina.

[…] a quei tempi il mio specifico errore di procedura era – incredibile a dirsi – sfogliare il dizionario dei sinonimi e annotarmi le parole che suonavano «giuste», alla moda o tali da creare un effetto – cioè, quello di farmi sembrare bravo – senza poi disturbarmi ad andare a cercare sul dizionario cosa significassero. Se vi sembra sciocco, lo è. Continua a leggere

Ignazio Tarantino – Professione scrittore 4

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Ignazio Tarantino ha recentemente esordito con il romanzo Sto bene, è solo la fine del mondo pubblicato da Longanesi.

Quando e perché hai iniziato a scrivere? Quali sono i tuoi modelli letterari?
Ho iniziato a scrivere quando ho capito che riuscivo a farmi capire solo usando foglio e penna, quindi praticamente da bambino. Avevo bisogno di uno strumento di mediazione che desse il tempo al destinatario del messaggio di assimilarlo senza interrompermi e al tempo stesso che non lo annoiasse con inutili giri di parole. Dovevo arrivare al punto in maniera efficace. Da lì non ne sono più uscito. Anzi col tempo la situazione è peggiorata perché con la scrittura praticata con consapevolezza è intervenuta anche la necessità di eliminare la ragione prima che mi aveva portato  a scrivere, cioè il messaggio. Non c’è messaggio. Lo scritto deve dare un’idea nel suo complesso, solo a lettura ultimata. Quindi è rimasto il meccanismo ma non il fine che mi ha portato a comunicare con la scrittura.
Non posso dire di avere dei modelli diretti, non mi sento figlio di questo o quell’altro autore o autrice, non appartengo a nessun gruppo. Credo che molti tra poeti e scrittori, ma ci aggiungerei anche registi e artisti visivi, abbiano contribuito a costruire un certo modo di usare la scrittura, ancora in corso di elaborazione. Certo alcuni punti fermi ci sono ma è troppo presto, secondo me, per dire che seguirò una strada o un’altra. Forse il modello ideale lo devo ancora trovare. Se proprio devo fare un nome, potrebbe essere Pier Paolo Pasolini, inarrivabile, al quale non somiglio neanche un po’, ma dal quale ho appreso le infinite possibilità di racconto.

Come sei approdato alla Longanesi?
Per un esperimento. Ciò che scrivo non lo faccio leggere a amici e parenti, non l’ho mai fatto. Quando ho ritenuto che la storia che avevo scritto aveva le caratteristiche per essere resa pubblica mi sono mosso attraverso i canali tradizionali dell’editoria. Mentre le cose si stavano muovendo mi sono imbattuto in un bando [http://www.ioscrittore.it] con cui il gruppo editoriale al quale appartiene la Longanesi cercava nuovi autori e, detto in parole povere, prevedeva che il testo passasse per le mani di lettori forti. L’idea che fossero degli sconosciuti, una sorta di campione dei frequentatori delle librerie, a leggere il mio manoscritto mi è sembrata una bella sfida e un efficace banco di prova per il mio romanzo. I commenti positivi, a tratti entusiastici, dei lettori l’hanno messo in evidenza e l’editore mi ha contattato.

Un consiglio agli aspiranti scrittori?
Credo che l’aspirante scrittore non esista. O si è o non si è. O lo si è di passaggio. O ci si stufa di esserlo. O non se ne può fare a meno. Oppure si ha solo una storia che valga la pena di essere raccontata e poi nient’altro. Io vedo la scrittura come una prova continua, un confronto con se stessi, un porsi domande, un tentativo di chiarirsi le idee spesso infruttuoso. Non è un passatempo ma non è nemmeno un lavoro. Sarebbe come dire: da grande voglio fare il filosofo. In bocca al lupo. Piuttosto è una riflessione attenta che poi si concretizza in immagini, che si manifesta attraverso una storia. A chi si è trovato a fare della scrittura il suo mezzo di indagine e espressione prediletto, dando per scontato che, se è arrivato a questa consapevolezza, deve  aver ben chiaro cosa è stato già fatto e detto nei secoli passati e cosa attualmente si scrive (anche per risparmiarsi la fatica di sviscerare concetti che sono già stati ampiamente dissezionati e di trovare le parole giuste per esprimerli)  posso suggerire di staccarsi dalla scrivania e sporcarsi le mani, stare nel mondo, far convergere vita attiva  e contemplativa, augurandogli almeno una malattia venerea piuttosto che (avversativo!) un disturbo bipolare.

Qui le precedenti interviste a Omar Di Monopoli (ISBN Edizioni), Elisa Ruotolo (Edizioni Nottetempo), Paolo Cognetti (minimum fax): https://giovannituri.wordpress.com/category/professione-scrittore/

Elisa Ruotolo – Professione scrittore 2

elisa ruotolo

Elisa Ruotolo ha esordito nel 2010 con la raccolta di racconti Ho rubato la pioggia (Edizioni Nottetempo); suoi testi sono apparsi anche in antologie e riviste (tra cui Nuovi Argomenti).

Quando e perché hai iniziato a scrivere? Quali sono i tuoi modelli letterari?
Ho iniziato a scrivere da bambina. A quattro anni, prima ancora di imparare, riempivo pagine e pagine di scarabocchi fingendo che fossero storie a me sola comprensibili. Quando poi ho imparato, ho iniziato a condividere, almeno graficamente, quel che mi passava per la testa. Non riesco a immaginare un perché: semplicemente tra un quaderno e un giocattolo non ho mai avuto dubbi di scelta. Sono stata una bambina di poche parole dette, molte scritte e soprattutto di pochissime bambole. Riguardo ai modelli letterari posso dire di amare chi costruisce storie cesellando le parole, chi mi allarga la mente e il respiro, chi mi racconta l’universo in un dettaglio e l’umanità attraverso un solo uomo.

Come hai trovato il tuo editore, la Nottetempo?
L’incontro è avvenuto per caso: una fortunata casualità. Una mia cara amica scrittrice ha dato da leggere quella che sarebbe diventata la mia raccolta di racconti a Chiara Valerio, e a distanza di pochi giorni sono stata contattata da Ginevra Bompiani. Ora so che non avrei potuto trovare di meglio. Ginevra e tutto lo staff Nottetempo mi hanno fatto sentire da subito a casa e importante. Questo per chi scrive è fondamentale, dato che non sempre si ha la misura del proprio lavoro. Soprattutto mi hanno dato tanta libertà e fiducia, e per quest’ultima sono grata di giorno in giorno.

Un consiglio agli aspiranti scrittori?
È difficile, perché io stessa non mi sento più scrittrice di quando improvvisavo storie scarabocchiandole su un rigo di quaderno. Credo solo che servano silenzio, disciplina, sacrificio, capacità di rifiutarsi al mondo. Occorre scrivere senza calcoli, senza speranze a priori, eppure con convinzione e necessità. Farlo tutti i giorni. Capire che è una scelta di vita: una cosa seria.

Qui la prima intervista di Professione scrittore, quella a Omar Di Monopolihttps://giovannituri.wordpress.com/2013/09/09/omar-di-monopoli-professione-scrittore-1/