LE PAROLE di Jean-Paul Sartre: leggere, scrivere

jean-paul sartreJean-Paul Sartre ha intitolato Le parole la sua autobiografia pubblicata nel 1964, in concomitanza con il rifiuto del premio Nobel per la Letteratura; la traduzione in italiano per il Saggiatore è di Luigi de Nardis. In queste pagine, con grande consapevolezza e autoironia, Sartre fa rivivere la propria infanzia e riferisce la propria formazione come precoce lettore e poi i suoi primi approcci alla scrittura, in parte sottraendosi al mondo e in parte cercando di possederne gli elementi costitutivi, rinunciando a un po’ di vita nell’ambizione di protrarla oltre i limiti biologici.
Riporto qui alcuni dei brani che mi hanno colpito maggiormente.

Non ho mai razzolato per terra, non sono mai andato a caccia di nidi, non ho erborizzato né tirato sassi agli uccelli. Ma i libri sono stati i miei uccelli e i miei nidi, i miei animali domestici, la mia stalla e la mia campagna; la libreria era il mondo chiuso in uno specchio; di uno specchio aveva la profondità infinita, la varietà, l’imprevedibilità.

Una stessa ispirazione modellava le opere di Dio e le grandi opere umane; uno stesso arcobaleno brillava nella spuma delle cascate, luccicava tra le righe di Flaubert, riluceva nei chiaroscuri di Rembrandt: era lo Spirito. Lo Spirito parlava a Dio degli uomini, e testimoniava Dio agli uomini. […] Avevo trovato la mia religione: nulla mi parve più importante di un libro.

Ancor oggi, mi rimane questo vizio minore, la familiarità. Questi illustri defunti li tratto da vecchio compagno; su Baudelaire, su Flaubert, mi esprimo senza perifrasi, francamente, e quando me lo rimproverano ho sempre voglia di rispondere: «Non impicciatevi nei nostri affari. I vostri geni mi sono appartenuti, li ho tenuti in mano, li ho amati fino alla passione, nella più totale irriverenza. Debbo aver tanti riguardi con essi?».

le_parole_sartrePresi nella trappola della mia nominazione, un leone, un capitano del Secondo Impero, un Beduino, s’introducevano nella stanza da pranzo; vi sarebbero rimasti prigionieri per sempre, incorporati dai segni; credetti di aver ancorato i miei sogni al mondo per mezzo dei grattamenti d’una punta metallica. Mi feci dare un quaderno, una bottiglia d’inchiostro violetto, intitolai, sulla copertina: «Quaderno per romanzi».

Lo scrivere, il mio nero lavoro, non rinviava a nulla e, di colpo, prendeva come fine se stesso: scrivevo per scrivere. Non lo rimpiango: se fossi stato letto, avrei tentato di piacere, sarei ridiventato meraviglioso. Essendo clandestino, fui vero.

[…] l’appetito di scrivere nasconde un rifiuto di vivere.

Per la prima volta nella mia vita mi rilessi. Rosso in volto. Ero io, io che m’ero compiaciuto a questi fantasmi puerili? Poco ci mancò che non rinunciassi alla letteratura. Finalmente mi portai dietro in spiaggia il mio quaderno e lo seppellii nella sabbia. Quel senso di malessere si dissipò; ripresi fiducia: ero votato, senza dubbio; solo che le Belle Lettere avevano il loro segreto che mi avrebbero rivelato un giorno.

Scrivere fu per molto tempo un chiedere alla Morte, alla Religione, in forma mascherata, di strappare la mia vita al caso.

Mi riuscì a trent’anni questo bel colpo: di scrivere ne La Nausée – davvero sinceramente, credetemi – l’esistenza ingiustificata, salmastra dei miei congeneri e di mettere la mia fuori causa. Ero Roquentin, mostravo in lui, senza condiscendenza, la trama della mia vita; nello stesso tempo ero io, l’eletto, analista degli inferi, fotomicroscopio di vetro e d’acciaio curvo sui miei sciroppi protoplasmici.

Per molto tempo ho preso la penna per una spada: ora conosco la nostra impotenza. Non importa: faccio, farò dei libri; ce n’è bisogno; e serve, malgrado tutto. La cultura non salva niente né nessuno, non giustifica. Ma è un prodotto dell’uomo: egli vi si proietta, vi si riconosce; questo specchio critico è il solo ad offrirgli la sua immagine.

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