Intervista a Francesco Permunian, autore di COSTELLAZIONI DEL CREPUSCOLO – Professione scrittore 24

francesco-permunian, intervistaFrancesco Permunian ha esordito nella narrativa con Cronaca di un servo felice (Meridiano zero), a cui è seguito Camminando nell’aria della sera (Rizzoli): opere ora riviste e confluite in Costellazioni del crepuscolo (il Saggiatore). Altri suoi romanzi sono stati pubblicati da Diabasis e Nutrimenti e il suo nome figura nell’antologia, curata da Andrea Cortellessa, Narratori degli Anni Zero (prima edizione Ponte Sisto, seconda L’orma).
In Cronaca di un servo felice il narratore, abbandonato dalla moglie fedifraga, si è ridotto ad assistere la pretenziosa suocera, un tempo avvezza a ogni eccesso e ormai invalida; pagina dopo pagina però, il lettore inizia a dubitare della sua lucidità, ritrovandosi invischiato nei sui incubi. Costellazioni del crepuscolo, da cui deriva il titolo dell’intero volume, è un interludio composto da riflessioni, micro-racconti e visioni dell’autore, permeati di quell’amara ironia che caratterizza Camminando nell’aria della sera; quest’ultimo è un romanzo composto da brevi narrazioni che hanno per protagonista un medico che ci racconta le tragicomiche esistenze dei suoi compaesani e il suo approssimarsi alla vecchiaia. Ad accomunare i tre testi sono un sentimento di solitudine e l’affiorare della follia in ogni sua gradazione, dal patologico al bizzarro, oltre che la scrittura di Permunian, che costeggia l’oscurità dalla quale talvolta riesce a discostarsi con un sorriso. Continua a leggere

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Intervista a Claudio Morandini, autore di NEVE, CANE, PIEDE e LE PIETRE – Professione scrittore 23

Claudio MorandiniSono stati entrambi pubblicati da Exòrma gli ultimi due romanzi di Claudio Morandini: Neve, cane, piede e Le pietre. Il primo trova un sorprendente equilibrio tra i toni cupi del noir e quelli più lievi della novella: è la storia di un misantropo che non tollera altra compagnia oltre a quella di un cane e che, con il disgelo primaverile, troverà una macabra sorpresa dinanzi al suo rifugio montano. Nelle Pietre, invece, il tono prevalente è quello ironico con cui il narratore, che spesso parla a nome della comunità, racconta come abbia avuto inizio e con quali conseguenze un inspiegabile fenomeno: il progressivo animarsi e proliferare delle migliaia di pietre che caratterizzano il paesaggio di Sostigno, il villaggio a valle, e Testagno, quello a monte dove prima ci si trasferiva in estate e ora molto più spesso.
Prima di queste due opere, Morandini ha pubblicato diversi romanzi con altri piccoli editori: Nora e le ombre (Palomar), Le larve (Pendagron), Rapsodia su un solo tema (Manni), Il sangue del tiranno (Agenzia X), A gran giornate (La Linea).

Neve, cane, piede ha inaugurato il rinnovato interesse della narrativa contemporanea per le ambientazioni montane (penso a Le otto montagne di Cognetti, Il giro del miele di Campani, La cosa giusta di Cocchi) e anche Le pietre è un “racconto d’altura”: vuoi parlarci di Charles-Ferdinand Ramuz e degli altri autori che ti hanno ispirato?
Sto rileggendo Ramuz, con ammirazione. Lo avevo scoperto da ragazzino, come autore di testi di opere di Stravinskij (Les noces, L’Histore du soldat…); più tardi tentai, per la RAI di Aosta, una riduzione radiofonica di uno dei suoi romanzi più belli, Si le soleil ne revenait pas (Se non tornasse il sole), un progetto mai realizzato. E intanto andavo scoprendo le sue opere, in originale o nelle edizioni Jaca Book, il suo stile arruffato e solenne, i suoi ritmi irregolari. I suoi Souvenirs sur Igor Strawinsky, non ancora tradotti in italiano, sono un monumento all’amicizia e all’arte. Oggi pare sia in atto una timida riscoperta di Ramuz: ho appena finito di leggere La montagna ci cade addosso (il titolo originale, che preferisco, è Derborence) nella bella traduzione di Valeria Lupo per Ideafelix. Ecco, in Ramuz ho trovato una potente fonte di ispirazione, una montagna aspra, impraticabile, tragica, enigmatica. Da Ramuz mi viene quella tendenza a cercare, a leggere nelle pieghe della montagna i segni di una lingua indecifrabile; e in Ramuz prima che in altri ho trovato quell’idea di conflitto tra uomo e natura ben lontana dalla visione bucolica e talvolta sdolcinata di tanta narrativa. Della montagna si deve avere una grande paura (La grande peur dans la montagne è un suo titolo: ed è una paura “dentro la montagna”, non banalmente “della montagna”).
Ramuz non era un umorista, certo, la sua visione del mondo era appunto tragica, la tremenda solitudine dell’uomo di montagna è stemperata appena dalla fede – ma acutizzata da un corollario di questa fede, la certezza della presenza nel mondo del Male, del Diavolo. Qui non lo seguo più. Però il suo racconto dell’ostinata solidarietà tra uomini è bello, commovente, contagioso.
Ramuz possedeva anche un senso profondo per il fantastico – un fantastico che si nutriva di rocce, terra, contrasti fortissimi tra buio e luce, sudore e fatica, ed era in sostanza (lo trovo in Roger Caillois citato da Jacques Chessex) “l’intrusione dell’aldilà nel là”. La sua montagna (questo è Chessex) è “l’iniziazione pratica e metafisica al mondo della morte”, ed è luogo di confine tra più mondi, oggetto di transumanze continue tra realtà e mistero. Questo aspetto di Ramuz, più che altri analoghi in Buzzati, ha contato per i miei due romanzi di montagna. Poi, certo, ho mescolato le carte, messo robuste dosi di Buster Keaton e di Jacques Tati per non dire di Louis de Funès, nelle mie pagine, soprattutto in quelle di Le pietre, perché va bene percepire con un brivido il tragico, ma bisogna anche riderne.
C’è una scrittrice, svizzera di lingua francese anche lei, che ha saputo coniugare realismo e fantastico con la naturalezza del sogno: è Corinna Bille, di cui riporto in esergo a Le pietre una frase: «Enfin – pensa le caillou – on me remarque». Finalmente, pensò il sasso, mi si nota. Quella frasetta è un po’ la chiave d’accesso al mondo nascosto delle pietre, al brulicare della comunità minerale che nel mio romanzo interferisce con quella umana.
La montagna raccontata con robusto, filosofico umorismo l’ho trovata invece in certi libri di Paolo Morelli, soprattutto Caccia al Cristo e Vademecum per perdersi in montagna. Continua a leggere

Intervista a Sandro Campani, autore del GIRO DEL MIELE – Professione scrittore 22

sandro-campani-autore Einaudi-intervistaIl giro del miele di Sandro Campani è la storia di due sconfitti che non si sono arresi: l’anziano Giampiero, che ha portato avanti la falegnameria di Uliano, e il figlio di quest’ultimo, Davide, che della passione per l’apicoltura non è riuscito a farne un lavoro. Trascorrono insieme una lunga notte di confessioni per riappacificarsi con il passato, in cui uno ha finito per ingannare le persone che ama e l’altro per compromettere la relazione con Silvia, l’unica donna che abbia mai desiderato. Intorno a loro e nei racconti, nei ricordi, è vivido l’Appennino tosco-emiliano, con i suoi paesaggi e le sue atmosfere, ed è questa simbiosi con la natura, insieme ai temi della paternità (non sempre biologica) e dello scarto tra aspirazioni e realtà, a imporre un parallelismo con Le otto montagne. Come quella di Cognetti, poi, la scrittura di Campani è sorvegliata, matura, attenta ai dettagli e per giunta capace di calcare le battute su chi le pronuncia, impiegando dove occorre costrutti e termini dell’oralità. Il giro del miele è il quarto romanzo di Sandro Campani, qui di seguito intervistato. Continua a leggere

Intervista a Simona Vinci – Professione scrittore 21

Simona VinciSimona Vinci ha esordito nel 1997 con Dei bambini non si sa niente, pubblicato da Einaudi Stile libero come la maggior parte delle sue opere (tra cui: In tutti i sensi come l’amore, Brother and Sister, Strada Provinciale Tre).
La prima verità, opera di sofferta denuncia civile, dalla scrittura intensa e contundente, è tra i cinque finalisti del Premio Campiello 2016. Si tratta di un romanzo dalla struttura ambiziosa e articolata, che si sviluppa tra la metà degli anni ’60 (quando in Grecia si instaurò la dittatura dei colonnelli) e la contemporaneità; tra i personaggi, insieme alla narratrice e a una giovane volontaria, ci sono uomini donne e bambini tacciati di pazzia – come se fosse possibile detenere una “prima verità” e non si fosse tutti fragili e fallaci. L’ambientazione prevalente nelle prime tre parti è l’isola di Leros, dove si sono incontrati prigionieri politici e malati psichici, e nella quarta parte Budrio, paese emiliano in cui la narratrice è cresciuta e ha iniziato a confrontarsi con diverse forme di disturbo mentale, a riconoscerle.

La prima verità presenta almeno tre percorsi di lettura, suggeriti dai tre prologhi: il primo che mette in relazione la narratrice con la storia che sta per raccontare, il secondo che riguarda l’aspetto sociale dell’esclusione dei malati psichici, il terzo che include la vicenda romanzesca vera e propria. Ha lavorato da subito e in contemporanea su questi tre piani narrativi?
Fin da subito ho avuto in mente che sarebbe stato un romanzo complesso, a più piani, ambientato in luoghi diversi e tempi diversi e sapevo che dentro volevo metterci tanti generi (il reportage, il romanzo storico, la ghost story, la detection, la poesia) anche se la paura che il troppo risultasse stucchevole o illeggibile mi ha guidata nel cercare dei fili capaci di tessere un arazzo con un disegno visibile e chiaro. Il memoir – la parte iniziale del libro che il lettore ritroverà verso la fine e che dice IO – è stato l’ultimo ad arrivare ed è stato anche quello verso il quale nutrivo più diffidenza e che ho cercato di sopprimere senza riuscirci. Non mi piace scrivere in prima persona, trovo che IO sia la “persona” più ingannevole di tutte, eppure ho dovuto cedere, perché il libro me la chiedeva.

«La storia del lager di Leros non è una leggenda, non è l’invenzione di un romanziere fantasioso e con il gusto per il macabro, ma una realtà documentata»: quanto è durata la fase preparatoria di quest’opera e come si è svolta?
Avevo idea di scrivere qualcosa che avesse a che fare con il disagio psichico ma ancora non sapevo cosa, andavo a caccia di storie. Sono arrivata all’isola di San Servolo, a Venezia, guidata dall’immagine di una donna che avanzava dentro l’acqua del mare. Volevo un’isola. Ma non sapevo ancora quale e perché. Avevo appena finito di lavorare a Strada Provinciale Tre, il mio ultimo romanzo prima di questo, ed ero ancora lungo il ciglio di una strada, in mezzo ai camion, con questa donna smarrita che non si sa di preciso da dove venga e dove stia andando. La storia di Leros l’ho incontrata per caso, su un forum di psichiatria, nella testimonianza anonima di un uomo (o forse era una donna?) che raccontava la sua esperienza come volontario al manicomio di Leros insieme ai basagliani negli anni ’90. Bum. Quando ho letto quelle pagine ho capito che era quella l’isola e quella la storia. Ho preso un aereo, un traghetto e ci sono andata. Poi, la documentazione in verità è durata fino all’ultima riga di stesura e ancora, durante le infinite revisioni e riletture. Continua a leggere

Intervista ad Andrej Longo – Professione scrittore 20

Andrej LongoL’altra madre è l’ultima opera di Andrej Longo, pubblicata da Adelphi così come i racconti Dieci (che hanno ottenuto diversi riconoscimenti, tra i quali il Premio Chiara) e i romanzi Chi ha ucciso Sarah? e Lu campo di girasoli. Il suo esordio è del 2002 con Più o meno alle tre (Meridiano zero), a cui è seguito Adelante (Rizzoli).
L’altra madre intreccia nel momento più drammatico le esistenze di due personaggi: Genny, un bravo ragazzo che cerca di sottrarsi senza successo alle insidie della periferia napoletana, e Irene, poliziotta integerrima che dovrà fare i conti con una sofferenza e una rabbia senza eguali. È una storia su come il dolore possa innescare reazioni incontrollate, sulla facilità con la quale possa essere varcato il limite tra bene e male ma resti sempre possibile scegliere tra i due.

Da quali spunti narrativi e suggestioni hanno preso forma la storia e i protagonisti de L’altra madre?
La risposta non è semplice, perché tu mi chiedi l’origine stessa del processo creativo. Sono brandelli d’immagini che si sovrappongono e si confondono: un ragazzo a bordo di un motorino che porta i caffè tra i vicoli della Sanità. Una donna che grida affacciata a una finestra. Un cane che abbaia nella notte. Sono parole che tornano alla mente. Tre righe di cronaca. Un’inquietudine che all’improvviso si mette a camminare al mio fianco. Un dolore intollerabile. Un amore infinito che temi possa finire. Ecco, io ancora non lo so, ma da qualche parte, dentro di me, c’è già una storia che ha cominciato a prendere forma. Chissà quando e dove è iniziato tutto. Forse in quel documentario sull’amore che realizzai anni fa. O nel racconto muto di una donna anziana che raccoglieva oggetti per sopravvivere al suo dolore e al suo senso di colpa. O forse è in quel ragazzetto che lavorava con me in pizzeria e che ogni giorno mi raccontava brandelli della sua vita di periferia. Forse nello sguardo disperato di un amico che aspetta la morte senza ancora saperlo. Forse nel sorriso di una donna che dorme per terra accanto al suo bambino. Tutto si fonde nella creazione, alla ricerca di una risposta, di un perché, di una rivelazione. Che a volte, ed è sempre una sorpresa, si materializza in un romanzo o in una raccolta di racconti. Continua a leggere

Intervista a Giovanni Cocco – Professione scrittore 19

giovanni cocco, intervistaPur avendo già pubblicato nel 2004 la raccolta di racconti Angeli a perdere (No Reply), il vero esordio di Giovanni Cocco può essere considerato La Caduta, romanzo pubblicato dalla casa editrice Nutrimenti nel 2013 e finalista al Premio Campiello. Sono seguiti Il bacio dell’Assunta (Feltrinelli) e La promessa (Nutrimenti), oltre a due opere a quattro mani, scritte con Amneris Magella, Ombre sul lago e Omicidio alla Stazione Centrale (entrambi Guanda).
Pur essendo due romanzi compiuti e autonomi, La Caduta e La promessa formano nelle intenzioni di Giovanni Cocco un dittico che indaga la contemporaneità e la fragilità umana, definito Genesi. Il secondo affronta la tragedia del volo 4U9525, dirottato dal copilota contro il massiccio dei Trois-Évêchés lo scorso marzo, per interrogarsi sull’incapacità di accettare la casualità e la morte, ma anche sulla difficoltà di determinare le proprie vocazioni, di metabolizzare il passato, di fronteggiare i disturbi della propria psiche. Sebbene sia stato scritto in pochi mesi e quasi “in presa diretta”, si tratta dunque di un testo che non rinuncia alla complessità e che sorprende per lo stile nitido e denso con il quale la cronaca diventa materiale narrativo.

Vincent, il protagonista e narratore della Promessa, sente l’esigenza di approfondire il dramma del volo 4U9525 per l’affinità che scopre legarlo al copilota, Andreas Lubitz. È per la stessa ragione che hai sentito tua questa storia?
Il fatto di cronaca mi colpì dal primo giorno, e monopolizzò le mie giornate per una settimana, al punto che qualche tempo dopo decisi di recarmi sui luoghi dello schianto per cercare di capirne qualcosa in più. È probabile che nel personaggio di Vincent abbia riversato parte di quella curiosità, a tratti morbosa, che ho provato da subito e in maniera istintiva nei confronti di questa vicenda.

Hai completato la prima bozza del romanzo in poche settimane: avevi già chiari i nuclei tematici intorno ai quali ruota o si sono definiti in itinere? Solitamente quali sono le fasi e i tempi di cui necessiti per scrivere?
La promessa rappresenta un unicum all’interno della mia esperienza di scrittura: nessun disegno prestabilito, nessun progetto a tavolino, ma un romanzo scritto quasi di getto. Qualcosa di irrazionale che riesco a giustificare e spiegare solo ricorrendo a concetti inflazionati, ma mai come in questo caso rispondenti al vero: la necessità e l’urgenza di scrivere un libro così.

La promessa, Giovanni Cocco, NutrimentiSia La Caduta sia La promessa si sostanziano della cronaca recente: credi che tra i compiti della narrativa vi sia quello di testimoniare il proprio tempo e di cercare di  analizzarlo quando ancora l’emotività non si è sedimentata?
No. Credo che sia il mio modo di intendere la narrativa. O meglio, una parte di essa. Genesi nasceva con l’obiettivo dichiarato (e se vogliamo, estremamente presuntuoso) di cimentarsi con un approccio diverso (tematiche universali calate in un contesto extra italiano; utilizzo di modelli narrativi precisi) e con modalità, tutto sommato, inedite, almeno per quello che riguarda la narrativa italiana corrente. Continua a leggere

Intervista a Rossella Milone – Professione scrittore 18

Il silenzio del lottatore (minimum fax) è la terza raccolta di racconti di Rossella Milone e segue Prendetevi cura delle bambine (Avagliano), con cui ha esordito nel 2007, e La memoria dei vivi (Einaudi); ha inoltre pubblicato con Einaudi il romanzo Poche parole, moltissime cose e con Laterza Nella pancia, sulla schiena, tra le mani. Da poco più di un anno Rossella Milone coordina Cattedrale, un osservatorio online sul racconto.
Il silenzio del lottatore è un’opera incentrata sulla volubilità e sulla conflittualità delle relazioni umane ed è composta da sei storie raccontate in prima persona da donne – che potrebbero anche essere una sola in diverse stagioni della vita.

Tutti i racconti del Silenzio del lottatore (eccetto in parte il primo) sono ambientati in un contesto ordinario: la quotidianità è la prospettiva migliore dalla quale osservare l’evoluzione dei personaggi e le dinamiche dei rapporti di coppia, tra attrazione conforto e insofferenza?
Sì. Almeno, per me lo è. Mi piace scrivere storie che in qualche modo potrebbero appartenermi, che avrei potuto vivere io o chiunque altro – così da poter dedicare al personaggio quanta più empatia possibile. Scovare lo straordinario nell’ordinario, andare ad osservare i nodi nelle situazioni che tutti vivono, aprire un occhio in più su ciò che solitamente diamo per scontato: è il mio modo di fare narrativa. Scomporre e ricomporre, distruggere, costruire e ancora distruggere la realtà in mille frammenti, forse è l’unico modo che ha la narrativa di dare senso alle cose. Continua a leggere