UN SOFFIO DI VITA di Clarice Lispector, GLI UNDICI di Pierre Michon, IL MACELLAIO di Sándor Márai: ode all’Adelphi.

Un soffio di vita_Lispector_Gli Undici_Michon_Il macellaio_Márai_AdelphiIl coraggio e la coerenza della case editrice Adelphi nel proporre testi complessi ma sorprendenti come quelli di Clarice Lispector o di Pierre Michon

«Se mai questo libro verrà pubblicato, che i profani ne stiano alla larga. Giacché scrivere è cosa sacra a cui gli infedeli non hanno accesso. Realizzare apposta un libro brutto per allontanare i profani che vogliono “apprezzarlo”»: è l’ammonimento con cui Clarice Lispector chiarisce nelle pagine iniziali di Un soffio di vita che la sua non è un’opera destinata a tutti e lo ribadisce anche il traduttore, Roberto Francavilla, nella postilla finale. In realtà potrebbe essere un’avvertenza da premettere a molti dei libri Adelphi, una delle pochissime case editrici italiane che cerca di tradurre in un progetto culturale coerente e coraggioso il proposito di stimolare i lettori a uno sforzo di comprensione che li ripaghi poi abbondantemente con preziose scoperte, rifuggendo dal rassicurante appiattimento stilistico e contenutistico che viene spesso propinato come “letteratura pop”. Del resto a inquadrare perfettamente il problema era stato tempo fa Roberto Calasso che nell’Impronta dell’editore spiega: «La percezione della qualità o non-qualità di un libro diventa un elemento sempre più evanescente e secondario. Quel certo libro va o non va? A che cosa si riallaccia? È cool o non è cool? È una tendenza o è antiquato? Funzionerebbe come e-book? L’autore viaggia o non viaggia? Rende, in televisione? Sono alcune questioni che vengono soppesate con gravità. Parlare della bruttezza – o bellezza – di un libro sembra disturbante, fuori luogo. Così avviene all’interno delle case editrici perché così avviene nella psiche del vasto mondo». Non è però questa, e gliene va dato merito, la scelta fatta dal marchio milanese alla cui creazione proprio Calasso ha collaborato e di cui dal 2015 è anche socio di maggioranza. Continua a leggere

Annunci

L’ADORAZIONE E LA LOTTA: Antonio Moresco, meglio teorico che scrittore?

Antonio MorescoMondadori ha da poco pubblicato una raccolta di saggi sulla letteratura di Antonio Moresco, L’adorazione e la lotta

Pur avendo letto diverse opere di Antonio Moresco, non ne ho mai recensita nessuna, forse perché non avrei saputo spiegare come potessero convivere in me l’ammirazione per la sua radicalità, per la visionarietà di alcuni brani, per l’urgenza della sua scrittura e il tedio che provavo per pagine e pagine, quando la prosa diventava sovrabbondante e venivano ripetute per l’ennesima volta le stesse immagini. Per Gli esordi ho pensato che fosse stata l’aspettativa eccessiva a condizionarmi; per Fiaba d’amore il fatto che si trattasse appunto di una favola che con grazia si riprometteva solo di raccontare un sentimento; Gli increati, però, che pure è una delle opere italiane dall’incipit più potente e originale, è per me stata la conferma che come scrittore Moresco non riesce a emozionarmi né a scardinare o rinnovare davvero la mia percezione del mondo, a dispetto del suo talento (di cui per altro è ben consapevole): è come se il porsi al di là dei canoni narrativi finisse per farmi (o per fargli) smarrire il tracciato. Continua a leggere

Intervista ad Alessandro Raveggi, curatore della rivista «The FLR»

the-flr-the-florentine-literary-review«The FLR – The Florentine Literary Review» è una nuova rivista letteraria che propone racconti e poesie inedite, in italiano e in traduzione inglese, ispirati a un medesimo tema. Per il primo numero è stato “Invasione” e vi hanno partecipato Luciano Funetta, Alessandro Leogrande, Luca Ricci, Elisa Ruotolo, Marco Simonelli, Filippo Tuena, Mariagioia Ulbar, Elena Varvello. I loro testi declinano le tante suggestioni offerte dallo spunto proposto con risultati letterari apprezzabili, quando non magistrali, e la grafica è splendida, grazie anche alle illustrazioni di Viola Bartoli. Insomma, ce n’è abbastanza per augurarsi che quello della Florentine Literary Review possa essere un lungo percorso. Qui di seguito ho intervistato il curatore: Alessandro Raveggi.

Come nasce l’idea di questa rivista letteraria?
La rivista nasce prima di tutto dal mio interesse per una dimensione se vuoi transnazionale della letteratura, che si è espressa anche nella mia docenza all’estero. Aver insegnato in spagnolo e in inglese letteratura italiana in ambiti latinoamericani e angloamericani, e conoscere da vicino il lavoro di tanti amici scrittori USA e latinos, mi fa desiderare sempre più che ci sia una comunicazione e diffusione di testi e libri di qualità, al di là dei rigidi confini di appartenenza – e credo che questa comunicazione possa giovare ad ognuno. Sempre come scrittore-professore-lettore, credo che la difficoltà nel reperire testi in traduzione di autori contemporanei italiani sia un dramma che coinvolge tutti e sta quasi portando a vedere la letteratura italiana come una letteratura minoritaria e di poco peso. Ma la letteratura italiana degli ultimi anni è potente, variegata e vitale: c’è bisogno di diffonderla, farla amare e perché no: studiare. Da lì l’idea di un contenitore, «The FLR», che potesse esprimere di volta in volta il meglio della scena in versione bilingue italiana e inglese, offrendolo oltretutto nel modo migliore a livello di cura esteriore, con una rivista “disegnata” cioè sia come contenuto che come grafica e illustrazione. Una cosa a metà tra «The Believer» e «Granta» che dialoga idealmente con progetti italiani come le tante riviste curate graficamente come «Watt» o «Cadillac». Continua a leggere

DI CHE COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI LIBRI di Tim Parks, recensione

Di che cosa parliamo quando parliamo di libri, Tim Parks, UtetUna raccolta di articoli di Tim Parks sul mondo letterario ed editoriale

Di che cosa parliamo quando parliamo di libri di Tim Parks (UTET) è una raccolta di articoli sulla letteratura e sulla scrittura che offre qualche spunto interessante e si legge con piacere, ma insiste su temi ormai noti e già discussi. Oltretutto le idiosincrasie manifeste dell’autore (come quelle nei confronti di Salman Rushdie e Jonathan Franzen) e il frequente tentativo di innescare la polemica e di risultare brillante finiscono per rendere discutibili alcune considerazioni – per esempio che sia legittimo interrompere la lettura non solo di opere che ci risultino indigeste, ma anche di quelle che apprezziamo, perché spetterebbe al lettore decretarne la compiutezza.
Ha però ragione Parks, saggista traduttore romanziere e articolista britannico (che vive da tempo in Italia), quando sottolinea che «essere imparziali di fronte a un testo narrativo vorrebbe dire non avere una storia, essere un nessuno», o quando suggerisce che anche il vissuto dello scrittore sia determinante nel processo creativo, persino per aspetti che spesso non consideriamo, come l’avere o meno già pubblicato qualcosa (e dunque sentirsi legittimato nella propria autostima) o come la valutazione degli effetti dei propri scritti su amici e parenti: «può un autore scrivere un testo che rischia di condizionare i suoi rapporti intimi senza alcun timore delle conseguenze?» Continua a leggere

L’AVVENTURA DI SCRIVERE ROMANZI, Javier Cercas intervistato da Bruno Arpaia

Javier Cercas

L’avventura di scrivere romanzi è una lunga intervista fatta da Bruno Arpaia a Javier Cercas e pubblicata da Guanda nel 2013: oltre che un confronto sull’idea di letteratura dello scrittore spagnolo, ne viene fuori una guida alla comprensione delle sue opere che precedono L’impostore. Qui di seguito riporto alcune considerazioni di Cercas di carattere generale.

La tradizione di uno scrittore è doppia, deve guidare un carro con due redini: una è la tradizione universale, l’altra è quella nella propria lingua, perché è il suo strumento.

[…] la missione della letteratura è esplorare tutte le infinite possibilità dell’umano, incluse naturalmente le più mostruose.

La storia non ha senso, è un caos. Quello che fa l’arte, e il romanzo in particolare, e manipolare quella realtà per darle una forma e un senso.

[…] la verità della storia è una verità che cerca di fissare quanto è avvenuto a determinate persone in un determinato momento e luogo; al contrario, la verità della letteratura è una verità che cerca di fissare ciò che avviene a tutti gli uomini in qualsiasi luogo e momento. Continua a leggere

IL GIARDINO DELLE MOSCHE di Andrea Tarabbia, recensione

Andrej Čikatilo, Il giardino delle mosche, TarabbiaL’ordinarietà del male nell’ultimo romanzo di Andrea Tarabbia, Il giardino delle mosche

Andrea Tarabbia con Il giardino delle mosche (Ponte alle Grazie) ripercorre l’esistenza di Andrej Čikatilo, colpevole tra il 1978 e il 1990 di almeno cinquantasei orribili delitti, e per quasi tutta l’opera affida al protagonista di questo romanzo-biografia anche il ruolo di narratore.
In queste pagine non vi sono condanna, né assoluzione, né macabro compiacimento, ma su tutto prevale la limpida esplorazione della psiche turbata di un uomo ordinario e apparentemente mansueto, mosso da un estremismo ideologico che lo porta a condannare coloro che ritiene indegni della patria sovietica: «Io giravo, e il Paese crollava: sono un contemporaneo della fine del mondo e ho provato, per fedeltà, per amore, a fare in modo che sopravvivesse. […] Per anni ho adescato questi morti-in-vita, li ho attirati a me e ho liberato loro e il nostro mondo dall’orribile condanna che rappresentavano».
Tra le sue vittime, però, non vi sono solo prostitute, ragazze licenziose, giovani sfaticati, perché uccidere diventa per Čikatilo una dipendenza; nel governare la morte sente di riscattare la sua impotenza (la disfunzione erettile che non gli ha comunque impedito di avere due figli) e quelli che ha percepito come soprusi, come i diversi licenziamenti dovuti a comportamenti equivoci. Dunque le sue vittime le tortura, ne prolunga l’agonia, se ne ciba, per sentirsi «dio della carne»: Continua a leggere

Intervista a Tommaso Pincio – Professione scrittore 15

Tommaso Pincio, intervistaTommaso Pincio ha inaugurato con Panorama la collana ViceVersa di Enne Enne Editore. Il suo romanzo è a suo modo una storia d’amore nell’era dei social network e insieme una riflessione sul mondo letterario, sulla difficoltà di rinunciare alle proprie illusioni e aspirazioni. Il protagonista Ottavio Tondi, lettore di professione, dopo un’angosciante nottata abbandona i libri, ma il suo desiderio di indagare le esistenze altrui troverà compensazione in un social network (Panorama, appunto); è qui che si imbatte in Ligeia Tissot, con la quale in quattro anni di corrispondenza raggiungerà una forma di intimità mai conquistata con una donna reale.
L’esordio letterario di Tommaso Pincio è del 1999 con M (Cronopio), cui sono seguiti Lo spazio sfinito (Fanucci, ora minimum fax), Un amore dell’altro mondo, La ragazza che non era lei, Cinacittà (questi ultimi tre pubblicati da Einaudi Stile libero), Hotel a zero stelle (Laterza), Pulp Roma (Il Saggiatore).
Il suo blog personale è http://tommasopincio.net/.

«Si legge soli, e anche quando non si legge, se si è consacrati alla letteratura, la testa seguita a dimorare nei libri, distaccata da tutto». Ottavio Tondi ha dunque scelto, come Peter Kien di Auto da fé di Canetti, l’esilio volontario in un mondo cartaceo, a cui successivamente si sostituisce quello del social network Panorama: letteratura e virtualità sono universi stranianti?
Possono esserlo entrambi ma non vanno confusi o messi sullo stesso piano. La letteratura può degenerare in pericolose forme di evasione ma presuppone comunque compassione, empatia. Se non ci si identificasse nel destino e nei sentimenti dei personaggi, non si trarrebbe alcun godimento dalla lettura dei romanzi. Altrettanto non si può dire dei social. Malgrado siano in grado di generare mondi narrativi, malgrado siano diventati una forma assai diffusa di intrattenimento, i social non favoriscono l’empatia. Ovviamente non intendo affatto sostenere che sia impossibile immedesimarsi nelle vicende altrui, tutt’altro. Dico soltanto che non è la regola. Nei social, è più facile restare concentrati su se stessi, usare gli altri come amplificazione della propria persona. Non per nulla nei social non sono rari i casi di reazioni esagerate, aggressività gratuita, cinismo impietoso e fuori luogo. Si dice spesso che certi comportamenti vengono favoriti dall’anonimato, ma non credo sia il vero motivo. La verità è che nei social non ci si sente più spettatori e in parte non è una semplice sensazione. In parte, su Facebook e altri social, si cessa di essere spettatori. In parte è però anche un protagonismo illusorio o comunque molto più limitato di quel che ci piace pensare. Mettendola in altri termini, se la lettura di un romanzo favorisce una dissoluzione positiva del nostro io, nei social avviene il fenomeno opposto: le persone con le quali entriamo in contatto prima di essere motivo di empatia o identificazioni, funzionano come cassa di risonanza del nostro bisogno di sentirci presente. Ottavio Tondi si illude di trovare in Panorama (il social immaginario del mio romanzo) ciò che un tempo trovava nei libri. Ma i due i mondi non sono affatto interscambiabili e per questo errore di valutazione pagherà un prezzo salato. Continua a leggere