La “i” monca della parola “io”

Un breve inedito di Eduardo De Cunto, del quale su questo blog sono state pubblicate delle considerazioni sulla scrittura e alcune recensioni; suoi racconti sono apparsi su diverse riviste.

È vicina. Achille vede il lucore bianco del riflesso del sole sul carapace. Il piè veloce contro la tartaruga: una storia implausibile, sembrerebbe inventata da dei burloni, e non da uomini profondissimi. Achille affretta la falcata; vincerà, non può non vincere. È talmente vicina che la potrebbe toccare, si dice. Eppure, a ogni passo, copre metà distanza, e poi metà della metà, metà di un quarto, metà di un ottavo, metà di un sedicesimo: spazi interminabili. Mentre li copre, muoiono le stagioni, passano le ere, cambia il modo di vestire e di parlare degli uomini. Questa mia mano scrive, e Achille è ancora lì, la tartaruga è vicinissima, ma non si può toccare.

È la mano che scrive, non la mente. La mente sa che non esiste neanche questo foglio elettronico che guardo, che nulla è, come diceva Gorgia, il quale, di conseguenza, per l’aver avuto ragione, non deve essere esistito. È la mano, nel disperato tentativo di sempre: scrivere una parola, una parola sola: Io. Due sole lettere, una distanza brevissima. Eppure, come Achille, questa mano, che sembra tanto spedita a muoversi sui tasti, non riesce mai ad arrivare dalla I alla O.

  Puttana di una tartaruga. Essere sgraziato e menomato. Gli dà più filo da torcere di quanto non abbia fatto Ettore. Mentre la insegue, senza riuscire a superarla, accade di tutto: Attila guida gli Unni fino al cuore dell’Europa, Leonardo dipinge la Gioconda, Robespierre mozza la testa a mezza Francia, Castro riesce a deporre Batista, io mi innamoro per la prima volta, poi mi innamoro ancora.

La mente è consapevole di non essere che una scintilla, l’accendersi di una capocchia di fiammifero sullo sfondo vuoto e nero del cosmo. Si è morti per l’eternità, si è vivi, di conseguenza, in una misura approssimabile a zero. Eppure, la mano vuole scrivere. E che scrive? Sempre lo stesso, sempre quella I monca della O.

Achille sarà ancora lì ad affannarsi, e io sarò già morto. È l’eroe sbagliato, per questa sfida; Zenone, che notoriamente barava, doveva saperlo. Avesse scelto Ulisse il furbo, ad esempio, la storia sarebbe cambiata.

La mente sa che è vero sia ciò che è, sia il suo contrario; che l’esistere ha un’ombra che si chiama nulla: un giorno il tempo sarà fermo, e allora forse diverrà come un tutt’uno sovrapposto, Achille e la tartaruga, la mia vita di ora e quella che è stata, me stesso e gli altri. Quando sarà tracciata la O, per beffa del destino, non ci sarà più alcun Io.

Ulisse si sottrarrebbe: al gioco di Zenone non ci sta, e a Itaca non ci vuole ancora tornare. Sa che, se è vero che non si può percorrere una distanza che si dimezza all’infinito, allora deve esser vero che si vive in eterno, perché si dimezza all’infinito il tempo che separa dalla morte. Ma bisogna pur morire, per vivere. Ulisse questo lo sa. Fosse stato al posto di Achille, avrebbe fatto saltare il banco, sarebbe fuoriuscito dalla storiella. Sarebbe rimasto fermo, che di inseguire non vale la pena: avrebbe espugnato Troia e l’avrebbe data alle fiamme, avrebbe amato Calipso, poi, forse davvero avrebbe continuato oltre le colonne d’Ercole, e ancora e ancora. Avrebbe infine accettato di arrivare a toccare la tartaruga, creatura millenaria – o meglio di esserne toccato –, come un accadimento inevitabile; a tempo debito, con un sorriso furbo e malinconico sulle labbra.

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