Vi presento TerraRossa Edizioni

logo TerraRossa Edizioni, un nuovo marchio editorialeUn progetto pensato e costruito con passione, impegno e tenacia: TerraRossa Edizioni

Sono trascorsi quasi tre anni da quando Angelo De Leonardis mi contattò su Messenger per chiedermi di cosa mi stessi occupando e invitarmi a fare una chiacchierata. Passarono alcuni mesi prima che riuscissimo a vederci e, dal confronto, emerse la sua volontà di creare un nuovo progetto editoriale, mentre io avevo da tempo un paio di ambizioni: recuperare le migliori opere di narrativa fuori commercio (anche se nel frattempo erano sorte iniziative simili) e dare un’opportunità ai tanti scrittori che hanno talento, ma non riescono a pubblicare i propri inediti perché stanchi di dover frequentare i salotti letterari e mostrarsi brillanti sui social network per ottenere un credito che spesso prescinde dal valore dei loro scritti. Continua a leggere

Intervista a Martino Ferrario, direttore editoriale di CasaSirio

logo CasaSirioHo scoperto CasaSirio leggendo Adieu mon cœur, un bel romanzo di Angelo Calvisi pubblicato da loro, e mi sono riproposto di saperne di più. La casa editrice, con sede a Lenate sul Seveso e collaboratori sparsi per l’Italia, nasce nel 2014 all’insegna di una letteratura pop, “che sia attuale, fruibile e appassionante tanto per il lettore forte quanto per quello meno esperto”. Qui di seguito l’intervista al direttore editoriale, Martino Ferrario.

Quale percorso umano e professionale ti ha portato a creare CasaSirio?
Leggo come un matto fin da piccolo. Lo studio non mi è mai interessato (infatti sono uscito con sessanta dal Liceo e mi sono messo a fare il pizzaiolo), poi ho scoperto la Scuola Holden e che quello editoriale è un mestiere che richiede una grande preparazione e mi sono detto “ecco qualcosa che vorrei davvero saper fare”. È lì che ci siamo conosciuti noi di CasaSirio (con me ci sono Carolina, Chiara, Flavia, Jessica, Matteo, Nicoletta), tutti portati dall’amore per le storie e dal desiderio di farne il nostro lavoro. Finita la Scuola, per un annetto abbiamo fatto esperienza in case editrici e in case di produzione cinematografica, poi ci siamo lanciati. Siamo partiti con i nostri risparmi e un piccolissimo finanziamento, dividendoci ogni giorno tra gli impegni di CasaSirio e mille altri lavori, uniti da interminabili discussioni su Skype e mail a pioggia. La cosa incredibile è che finora ci vogliamo ancora tutti bene.

Con i vostri libri vi riproponete di coniugare fruibilità e letterarietà: è davvero un binomio possibile? A quali marchi editoriali vi siete ispirati?
Assolutamente sì. Io provengo da una letteratura considerata mainstream (Crichton, Lansdale, ma anche Ammaniti, Fannie Flagg o Valerio Massimo Manfredi), formata da autori in grado di sfornare libri di alta qualità che “arrivano” a una quantità enorme di lettori. Secondo me loro sono una dimostrazione che il connubio è possibile (non facile, certo, ma se quello del libro fosse un mercato facile non ci sarebbe posto per le “scommesse”). I nostri punti di riferimento sono quegli editori che hanno fatto della qualità (quasi sempre) accessibile la loro bandiera: Marcos y Marcos e Sellerio, ma anche alcune collane di grandi editori come la Piccola Biblioteca di Mondadori.

Come vengono selezionate le opere di narrativa italiana e straniera di CasaSirio? Accettate l’invio spontaneo di inediti?
Leggiamo tanto, leggiamo sempre e ogni giorno proviamo a leggere tutto quello che arriva spontaneamente in redazione. Cinque dei nostri primi nove libri li abbiamo trovati così, e anche tra quelli in programma nei prossimi mesi alcuni sono di esordienti che hanno scelto di farci leggere il loro testo e ci hanno fatto innamorare. Poi, soprattutto per cercare autori stranieri, spulciamo internet, leggiamo recensioni, incipit, consigli di scrittori e recensioni, chiediamo ai librai e ci imbarchiamo in un sacco di libri che partono benissimo e diventano una schifezza. Ogni tanto esce qualcosa di meraviglioso (Elementare, cowboy, ma non solo) e quando c’è si fa festa.
Il modo in cui scegliamo è semplice. Quando in redazione qualcuno si imbatte in un testo che pensa valga (italiano o straniero che sia), lo gira agli altri per una seconda/terza/quarta lettura. Se il libro convince tutti, allora facciamo di tutto perché entri a far parte del nostro catalogo. Continua a leggere

Sullo scouting dei piccoli editori e su ADIEU MON CŒUR di Angelo Calvisi

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Qualche considerazione sull’importanza del lavoro di ricerca dei piccoli editori e su Adieu mon cœur di Angelo Calvisi

Dalia Oggero, editor della narrativa italiana Einaudi, ha dichiarato in un’intervista che in casa editrice arrivano circa 8000 inediti ogni anno: per quanto possa essere ampia e professionale la rete di collaboratori di un grande editore, è chiaro come risulti improbo individuare in una tale massa di manoscritti quelli degni di attenzione. Non sorprende allora che sempre più spesso il lavoro di scouting venga caparbiamente condotto dalle piccole realtà che, non potendo sperare di pubblicare le opere di scrittori già affermati, sono costrette a cercare chi il proprio talento non lo abbia ancora dimostrato o a lusingare autori di qualità che, chissà perché, non sono ancora stati notati dai big dell’editoria: di tanto in tanto ci riescono (penso a Tunué con Luciano Funetta o a Neo con Paolo Zardi), più spesso si devono accontentare di stampare chi semplicemente sa scrivere o, più tristemente, sa vendere. Insomma, non è poi così frequente leggere della buona narrativa italiana pubblicata da piccoli editori, ma il loro lavoro di ricerca è indispensabile e riserva talvolta delle belle e inaspettate sorprese.
Ammetto che sino a un mese fa non avevo mai sentito parlare di CasaSirio Editore per cui, quando Angelo Calvisi mi ha segnalato che aveva pubblicato con loro un suo romanzo, ho meschinamente preso tempo. Eppure che Calvisi sappia scrivere me ne ero accorto quando mi era arrivata una sua raccolta di racconti inediti sotto lo pseudonimo di Manuel Bernasconi (tra questi c’era Il principe dei romanzieri sconosciuti); ma si sa, il romanzo ha un altro passo e poi c’è sempre il pregiudizio, lo si ammetta o meno, che se a pubblicarti sia un editore semi o del tutto sconosciuto sia perché non hai scritto nulla di che. Quando però Claudia Lamma (il cui ottimo esordio uscirà in autunno per CaratteriMobili) mi ha consigliato Adieu mon cœur, ho finalmente deposto la diffidenza. Continua a leggere

Intervista a Carlo Ziviello, responsabile comunicazione e socio della casa editrice Ad est dell’equatore

logo_ad est dell'equatoreFondata nel 2008 da Ciro e Marco Marino, a cui si sono poi aggiunti Carlo Ziviello e Guglielmo Gelormini, Ad est dell’equatore è una delle case editrici indipendenti più dinamiche e interessanti del Sud Italia. Le sue pubblicazioni si contraddistinguono per testi snelli e incisivi, con copertine dai colori forti.
Ecco l’intervista a Carlo Ziviello, responsabile comunicazione e socio di Ad est dell’equatore.

Alle origini del vostro progetto c’era l’idea che i libri “possano raccontare il bello, ma soprattutto possano insinuare il dubbio, insidiare il lato oscuro delle cose, svelare inganni, informare e controinformare”. Sono ancora queste le vostre coordinate? Cosa è cambiato dal 2008 a oggi?
Per noi niente; per il mondo un sacco di cose. Russia e America sembrano tornate ai tempi della guerra fredda, e stavolta con altri giocatori in campo, eppure la rappresentazione più attendibile di quello che potrebbe accadere non sono i talkshow degli esperti ma un videogioco: Fallout 4. Ancora, quello che succede ogni giorno nel mediterraneo è terribile e i TG non risparmiano immagini iperrealiste e cruente, ma è il bellissimo film di Rosi Fuocoammare vincitore a Berlino a mostrarlo meglio. Raccontare quello che accade intorno resta secondo noi la missione principale di qualsiasi prodotto artistico. Noi cerchiamo di pubblicare cose come queste, cose “vere”; anche se, per dire, dovessero essere un romanzo di finzione o un saggio che parli dei classici della letteratura. Purtroppo il libro non è uno strumento semplice da far circolare: l’italiano legge poco e resiste anche una certa diffidenza verso il testo, dovuta forse alla civiltà contadina che considerava la parola scritta come strumento utilizzato dal potere per fregare il prossimo (cosa che accade tuttora, basti pensare al linguaggio burocratico o al politichese). Per questo un libro deve essere vero, di qualsiasi cosa parli; fosse anche semplice intrattenimento o un libro di ricette. Eppure molti autori continuano a nascondersi dietro al linguaggio, inutilmente complesso o furbescamente semplice. Sono autori che fanno male ai libri e danneggiano il mercato: se un lettore, che già legge poco e ha poco tempo, dedica giorni ed aspettative a un libro brutto e disonesto, quando ne ricompra un altro? Continua a leggere

Intervista a Pietro Biancardi, editore Iperborea

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Pietro Biancardi si è laureato in Lingue e letterature straniere e ha lavorato per diverse case editrici prima di dirigere Iperborea, realtà fondata nel 1987 da Emilia Lodigiani, sua madre; Biancardi ne sta portando avanti con convinzione il progetto “di far conoscere la letteratura dell’area nord-europea in Italia, dai classici e premi Nobel, inediti o riproposti in nuove traduzioni, alle voci di punta della narrativa contemporanea”.

Ti sentivi destinato a subentrare a tua madre alla guida della casa editrice Iperborea o durante gli studi in Lingue avevi ipotizzato altri percorsi professionali?
Per niente. Tant’è che sono laureato in lingua inglese e spagnola. Da studente portavo avanti qualche collaborazione con giornali, riviste e siti internet, ero più orientato verso il giornalismo, l’editoria libraria è venuta in un secondo momento. A meno di non aver coltivato dentro di me il tarlo in modo inconscio: per i primi anni – ero ancora bambino – l’ufficio di Iperborea era in casa dei miei genitori e i miei primi lavoretti sono stati giornate passate a imbustare gli inviti per le presentazioni (allora non c’era l’email) o in altre occupazioni manuali, lo stand alla fiera, le consegne, e poi quand’ero un po’ più grandicello anche qualche bozza e altre mansioni più nobilitanti. Mi sono sempre divertito, mi sentivo importante, e poi in fondo sono tutte mansioni, quelle, di cui un piccolo editore indipendente non si libera mai, e comunque è una parte del lavoro che mi piace molto.

Il successo dei gialli scandinavi vi ha portato a creare la collana Ombre; più in generale pensi che abbia giovato alla narrativa nordeuropea, suscitando l’interesse di un vasto numero di lettori, o le abbia nociuto imponendo una percezione limitativa della stessa?
Sono convinto che il giallo scandinavo sia stato una cosa tutto sommato positiva: molta più gente si è interessata ai paesi del nord e una parte di questa non si è fermata alla moda del giallo, qualcuno ci è andato fisicamente (mi dicevano gli amici di VisitSweden, l’ente di promozione del turismo, che l’anno di Stieg Larsson i viaggi dall’Italia alla Svezia sono aumentati del 20%) e poi magari qualcuno ha deciso di approfondire, leggendone la letteratura più “alta”, iscrivendosi magari ai nostri corsi di lingua, o frequentando i nostri festival.

Quali ritieni siano le peculiarità delle letterature del Nord Europa?
Come in ogni letteratura, e soprattutto oggi, si trova di tutto, ma di certo i nordici hanno una grande tradizione di “storytelling”: i racconti intorno al fuoco, le fiabe, le leggende popolari, per non parlare delle saghe. Con le saghe antiche, come ha scritto Borges, “gli islandesi scoprono il romanzo, l’arte di Cervantes e di Flaubert, senza che il resto del mondo se ne accorga”. Un’altra cosa che amiamo molto dei nordici è che non hanno paura di affrontare grandi narrazioni, i temi più alti e le eterne domande, sull’uomo, su dio, la morte, l’etica e la società. Per esempio Björn Larsson: in ogni libro (romanzi e saggi) esplora le grandi tematiche del contemporaneo, come libertà, giustizia, cultura e natura, segretezza, fanatismo, e altri. Uno dei filoni che più esploriamo, forse quello meno conosciuto della cultura nordica, e che sorprende un po’ tutti, è quello dell’umorismo. Un umorismo a volte più esplicito (ma molto basato sull’understatement) come in Arto Paasilinna, Tove Jansson, Kari Hotakainen, Mikael Niemi, Erlend Loe, Torgny Lindgren, Jørn Riel (e potrei continuare), ma comunque quasi sempre sotto traccia sia nei classici come Selma Lagerlöf o Knut Hamsun (sì, perfino lui!) sia nei grandi contemporanei, penso a Jón Kalman Stefánsson, Lars Gustafsson, ecc.

La percentuale dei lettori italiani (circa 45%) rispetto a quella degli abitanti dei paesi scandinavi (circa 75%) è quasi imbarazzante: secondo te dove vanno cercate le ragioni di questo gap? A chi spetterebbe e come provare a invertire la tendenza?
In parte sicuramente il divario è culturale e secolare: nei paesi nordici a forte matrice protestante l’alfabetizzazione di massa è arrivata con oltre un secolo d’anticipo, mentre nei paesi cattolici e mediterranei come il nostro è un fenomeno relativamente recente. Tutt’ora, però, la differenza è a volte imbarazzante, qui la cultura e la lettura rimangono un fenomeno d’élite. Sfogliando le ultime statistiche sulla lettura, quelle pubblicate dall’Istat nel 2015, quello che più sconvolge è l’incapacità della scuola di produrre un salto culturale, e quindi sociale, nelle nuove generazioni: il fattore decisivo perché una persona diventi lettore o lettrice non è un elevato titolo di studio come si potrebbe pensare, ma il fatto che i genitori siano a loro volta dei lettori.
Ci sono tante cose che si potrebbero fare, dalla deducibilità per la spesa in libri (cosa che darebbe respiro anche alle librerie), a un sistema bibliotecario con maggiori risorse. La mancanza di soldi non deve essere una scusa per una mancanza di volontà (o una pigrizia) politica. In tempi di crisi ci sono comunque piccole idee a costo zero o quasi; da piccolo, quando vivevamo a Parigi, ho fatto le elementari alla scuola pubblica francese, e ricordo che ogni mercoledì passavamo tutta la mattina in biblioteca. Lì eravamo liberi di girare per gli scaffali e sceglierci da soli – se preferivamo – i libri da leggere e sfogliare. Erano momenti di grande gioia che ricordo ancora. Qui da noi le letture sono più imposte da maestri, prof e sottosegretari all’istruzione, poi bisogna preparare una scheda per dimostrare di aver capito quanto si è letto, ed essere interrogati su quanto si è appreso. Non mi pare un grande stimolo a diventare lettori. Continua a leggere

Intervista a Eugenia Dubini, editore di NN

Logo NN EditoreDopo un’esperienza a «Il Sole 24 ore» e in alcune case editrici come Salani e Piemme in qualità di redattrice e traduttrice freelance, e dopo aver dato vita all’agenzia di fotografia, video e comunicazione Prospekt Fotografi, Eugenia Dubini ha fondato la NN Editore: un marchio che, nonostante abbia meno di un anno di vita, ha già ricevuto attenzione e riconoscimenti (come la selezione dell’ultimo romanzo di Tommaso Pincio, Panorama, tra i finalisti del Premio Sinbad).

Cosa ti ha portato a occuparti di editoria dopo la laurea in Economia e Commercio alla Bocconi?
Ho iniziato a occuparmi di editoria già durante gli studi, mi sono laureata con una tesi sull’editoria in Italia con Paola Dubini, e lavoravo già nel settore sia come correttrice sia come redattrice. Inoltre sono stata per alcuni anni a «Rivisteria», il mensile di Bea Marin. Anche durante la mia esperienza nell’agenzia di fotografia Prospekt, ho avuto a che fare con la pubblicazione di libri. Mi sembra di non essermi mai occupata d’altro!
Il progetto di NN ha avuto inizio da una chiacchierata con Alberto Ibba, Edoardo Caizzi e Gaia Mazzolini. Conoscevo Alberto ed Edoardo già dai tempi di «Rivisteria», mentre con Gaia collaboravamo da anni, prima al «Sole 24 ore», poi a Laterza dove aveva lavorato, infine come socie dell’agenzia di fotografia. In quel momento la collaborazione di Edoardo e Alberto con Edizioni Ambiente era sul finire, io e Gaia ci eravamo allontanate dall’agenzia, e tutti quanti  tenevamo gli occhi sull’editoria, non solo per passione, e su una crisi che era entrata dalla porta principale, anche se il settore si era sempre definito maturo e in crisi. Già da quella prima volta abbiamo iniziato a parlare della possibilità di dare inizio a un nuovo progetto, vedevamo degli spazi aprirsi e cambiamenti interessanti profilarsi all’orizzonte.

Come nasce il progetto della NN Editore di raccontare il mondo contemporaneo, la confusione dell’identità e il rapporto tra vizi e virtù?
Un ruolo fondamentale nell’elaborazione della linea editoriale, del suo punto di ricerca, è quello di Gaia Mazzolini.
Raccontare il mondo contemporaneo, la ricerca dell’identità nel nostro tempo, la confusione di ruoli che uomini e donne vivono ogni giorno, qui e ora, è stato il filo conduttore delle nostre scelte. Fin dalla decisione che il nostro nome sarebbe stato NN [nescio nomen, senza nome], abbiamo voluto mettere in luce, dare risalto a questo nodo, a questa confusione etica in cui siamo immersi. Il tema è il tema della letteratura per eccellenza, ma dare risalto a un tema e seguirlo per proporre i libri, al di là di generi, e di nazionalità degli scrittori, ci sembrava una cosa diversa, un diverso modo di parlare ai lettori. Così abbiamo deciso che per noi questo filo di ricerca e di proposta sarebbe stato un vincolo nella scelta, insieme alla qualità della scrittura, e da subito ci siamo confrontati, da forti lettori quali tutti siamo, sul cambiamento di prospettiva, sia come ruolo di editore oggi, sia come gusto del lettore, e abbiamo deciso di strutturare il nostro catalogo in serie e non in collane, seguendo un filo tematico o un punto di ispirazione comune a ogni progetto, che siamo andati poi a proporre ad agenti, autori e infine ai lettori come filo conduttore delle nostre scelte e anche come percorso di lettura.

Un editore indipendente può competere con i grandi gruppi in un mercato di cui questi gestiscono l’intera filiera (dai distributori alle librerie di catena e ai periodici culturali)?
La sfida interessante non è parlare della competizione in sé, quanto di presenza e proposta, della qualità di entrambe, della comunicazione possibile, dell’attivazione di un discorso e di comunità. Non credo ci si debba concentrare sulla competizione in senso stretto, anche per il temibile rischio di convincersi ancora una volta che il lettore, i lettori siano una nicchia piccolissima impossibile da estendere e far crescere. È inevitabile farvi riferimento perché poi si parla di un settore e di un pubblico, ma sarebbe riproporre uno schema disegnato su una concezione del mercato chiusa, e riproporre un lamento perpetuo, che accomuna grandi e piccole case editrici. E questo pensiero, oggi, è fondamentale anche per capire e rispondere alle grandi concentrazioni che si stanno creando, da un lato, mentre dall’altro si legge un fermento culturale e imprenditoriale di nuovi piccoli marchi che si affacciano sul mercato. Come NN, quindi non vorremmo parlare e porci l’obiettivo di raggiungere solo gli stessi lettori e le stesse nicchie sui cui contano tutti gli editori, ma agire per portare un progetto con elementi distintivi anche a chi non si definisce e concepisce già a priori come lettore forte. A mio avviso ci sono spazi di comunicazione del libro e delle sue parole che non sono mai stati sperimentati appieno, e non sono certa che sia sempre e solo una questione di spalle larghe e mezzi economici, e neppure che sia stato solo un problema di mancanze e di errori del passato, ma anche e sempre più la necessità e la possibilità che oggi abbiamo di creare reti e comunità, e con questo intendo quelle fisiche e non solo quelle immateriali o tecnologiche. Continua a leggere

Intervista a Lorenzo Flabbi su Annie Ernaux e L’orma editore

Annie Ernaux, Il posto e Gli anni, L'orma editoreLorenzo Flabbi ha insegnato letterature comparate alle università di Paris III e Limoges e nel 2012 ha fondato L’orma editore insieme a Marco Federici Solari: una realtà editoriale attenta ai fermenti culturali di area franco-tedesca e che propone testi che non rifuggono dalla letterarietà, cercando di ribaltare la tendenza comune a svalutare il lettore, a considerarlo disinteressato a tutto ciò che non sia mero intrattenimento. Un esempio di questa politica editoriale sono gli ultimi due romanzi di Annie Ernaux, Il posto e Gli anni, tradotti dallo stesso Flabbi e capaci di riscuotere un ampio apprezzamento di critica e pubblico, nonostante reinventino l’idea di narrativa alla quale ci stiamo assuefacendo. Quella di Annie Ernaux è, infatti, una scrittura scarnificata e franta, che rinuncia alla solidità della struttura e a ogni leziosità stilistica per denudare l’essenza dei ricordi e dei sentimenti.
Il posto è una dolente storia famigliare, un tentativo di indagare il solco creatosi tra il padre, prima contadino e operaio poi piccolo commerciante, e la figlia narratrice e insegnante imborghesita; negli Anni (finalista al Premio Sinbad), invece, lo sguardo si proietta prevalentemente all’esterno delle mura domestiche, si focalizza sul rapporto tra il percorso personale della Ernaux e quello della società francese, che dopo la Ricostruzione si avvia verso l’era del consumismo con brevi sussulti contestatari. In entrambi i romanzi la scrittrice ricostruisce il passato senza la deformazione dell’analisi e l’onere della prova: «Come il desiderio sessuale, la memoria non si ferma mai. Appaia i morti ai vivi, gli esseri reali a quelli immaginari, il sogno alla storia».
Qui di seguito un’intervista a Lorenzo Flabbi per scoprire qualcosa di più su Annie Ernaux e su L’orma editore.

Annie ERNAUX, Il posto, L'Orma editoreCome hai conosciuto le opere di Annie Ernaux e cosa di queste ti ha colpito in particolare?
Già sulla prima domanda sono impreparato: mi sono concentrato, ci ho pensato e ripensato, mi interessava davvero risponderti, ma non sono riuscito a recuperare nella mente quando ho sentito parlare di Ernaux per la prima volta. A mia parziale discolpa, va detto che si tratta di un’autrice influente e diffusa. Abitavo in Francia già da qualche anno quando ho letto La place, il libro con cui l’ho scoperta nella mia esperienza di lettore, e ricordo che avevo già la sensazione di stare recuperando una lacuna, di arrivare buon ultimo, come accade per i classici quando magari si legge Il rosso e il nero ben oltre il proprio percorso formativo e si sbotta: “hai capito Stendhal!”. Ecco, “hai capito Ernaux” è stata più o meno la mia reazione di allora, che mi ha spinto a “mettermi in paro” con altri suoi testi e ad aspettare con la trepidazione che si consacra agli autori amati l’uscita de Les années, nel 2008, di cui poi si è parlato abbastanza da far sì che fosse un libro più difficile da evitare che da leggere. Ne Gli anni si rispecchiò un’intera porzione di Francia, e infatti il libro vendette tantissimo, centinaia di migliaia di copie in pochi mesi, per poi restare in classifica un paio d’anni senza interruzioni. A quell’epoca, di ciò che sarebbe poi diventata L’orma non esisteva ancora non dico il progetto, ma nemmeno la fantasia, e diedi per scontato che un’autrice di quello spessore fosse pubblicata, come dire, “in automatico” anche da qualche grosso calibro del mondo editoriale italiano. Più tardi, grazie a una conversazione con Pierluigi Pellini, scoprii che le cose non stavano così: di Ernaux erano stati tradotti alcuni libri, ma non quelli che ritenevo essere di gran lunga i più importanti.Marco Federici Solari e Lorenzo Flabbi_L'Orma Editore Ne fui sorpreso e persino deluso. Ecco, quando poi si è trattato di vederci più chiaro in quello che, con Marco Federici, volevamo che fosse il catalogo delL’orma editore, la delusione di qualche tempo prima si è trasformata in un’alzata di calici e boccali: i diritti di capolavori come La place e Les Années erano ancora liberi, non ci pareva vero. Da Gallimard prendemmo Ernaux, da Surhkamp Jahrestage di Uwe Johnson. Potevamo iniziare, L’orma editore aveva le sue ragioni d’essere.

Annie ERNAUX, Gli anni, L'Orma editoreSebbene già Il posto intersechi dimensione intima e collettiva, con Gli anni si ha un ulteriore allargamento dell’orizzonte verso la realtà storica: nella concezione dell’autrice qual è il ruolo dello scrittore nella società? In fase di traduzione, hai avuto modo di confrontarti con la Ernaux?
Credo che ciò che accade ne Gli anni sia qualcosa che prima di esserci non c’era. La memoria che ne costituisce l’impasto non è né memoria storica né memoria individuale, bensì un’indagine che attinge ad entrambe, l’incontro tra Marc Bloch e Marcel Proust per scrivere l’esistenza di un singolo individuo fusa nel movimento di una generazione, per unificare tramite il filo di un racconto la molteplicità di immagini di sé non accordate tra loro. Continua a leggere