Intervista a Luigi Ballerini, poeta e traduttore di James Baldwin, Edgar Lee Masters ed Herman Melville

Luigi Ballerini, intervista, poeta e traduttoreJames Baldwin, in Stamattina stasera troppo presto, riesce a esprimere tutto il disagio di chi viene discriminato per il colore della propria pelle insieme alla rabbia e alla frustrazione che ne scaturiscono; ma nei suoi racconti non c’è vittimismo: sono storie di uomini e donne che vorrebbero smettere di avere aspettative troppo alte sui loro simili e sulla propria vita e non sempre ci riescono. Forse è proprio questo che rende Baldwin, prima ancora che una “figura di spicco della coscienza nera”, uno scrittore di straordinario talento. A tradurre Stamattina stasera troppo presto per Racconti edizioni è stato Luigi Ballerini, docente di letteratura italiana e poeta, oltre che traduttore: tra le altre opere di cui si è recentemente occupato ci sono anche Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master e Benito Cereno di Herman Melville.

Sei stato tu a proporre a Racconti edizioni la traduzione di Stamattina stasera troppo presto o è stata la casa editrice ad affidartela?
No, la proposta mi è stata fatta da Racconti edizioni. Si tratta in effetti di una traduzione rivista, e a tutti gli effetti migliorata, di una mia traduzione pubblicata molti anni fa da Rizzoli. Aggiungo molto volentieri che alcuni dei miglioramenti sono stati suggeriti da Emanuele Giammarco. Certe modalità espressive erano un po’ troppo “datate”, cioè, nel caso specifico, troppo vicine a modi di dire in voga negli anni Sessanta; altre risentivano un po’ troppo di alcune predilezioni stilistiche che non erano del tutto allineate con la scrittura di Baldwin. È stato un bel lavoro di messa a punto. Oddio non era male nemmeno prima, però adesso è meglio. Continua a leggere

LO SCHIAVISTA di Paul Beatty, intervista alla traduttrice Silvia Castoldi

silvia-castoldi-traduttrice-de-lo-schiavista-di-paul-beattyPaul Beatty con Lo schiavista si è aggiudicato il prestigioso Man Booker Prize 2016. Il romanzo ha per protagonista un nero americano che si ripropone di riaffermare la segregazione razziale a Dickens, un ghetto alla periferia di Los Angeles: l’intento è quello di restituire identità e orgoglio alla sua gente, impedendogli di rimuovere il passato e rinnegare le disparità; ad aiutarlo e istigarlo è Hominy Jenkins, unico attore superstite e di colore del cast delle  Simpatiche canaglie. Sebbene il sottotesto affronti dunque un tema serio e problematico, Beatty sceglie un registro arguto e grottesco, dando vita a una parodia sferzante del razzismo e dei pregiudizi continuamente riaffermati dalla cultura popolare statunitense. In Italia il romanzo è stato pubblicato da Fazi (nella collana Le strade) e tradotto da Silvia Castoldi, qui di seguito intervistata.

Lo schiavista è un romanzo che dileggia di continuo la cultura popolare americana e che fa di un brillante divertissement linguistico la sua cifra: quanto tutto questo ha reso difficile tradurlo?
Lo ha reso estremamente difficile. La prosa di Beatty ha un ritmo spesso frenetico, oscilla in continuazione tra alto e basso, tra erudizione e ghetto, tra Tennyson e gangster rap, tra slang e latino. A ogni pagina si poneva il problema di individuare il difficile equilibrio tra fedeltà e comprensibilità, tra letteralità e reinvenzione, di riuscire a trasmettere non solo il tono ma anche l’orizzonte culturale e l’immaginario del romanzo, restituendolo al lettore senza snaturarlo. Sceglierò solo due esempi degli innumerevoli problemi che mi sono trovata ad affrontare. Il primo è la serie di espressioni idiomatiche che il protagonista, alla ricerca di un motto per la comunità nera, traduce in latino, e per le quali ho dovuto individuare frasi idiomatiche italiane di significato analogo e poi tradurle in latino a mia volta. Il secondo sono i titoli di classici della letteratura modificati in chiave politically correct: se The Great Blacksby poteva diventare senza problemi Il grande Blacksby, per The Point Guard in the Rye (dove il catcher del baseball viene sostituito da un ruolo del basket, sport in cui la presenza dei neri è molto maggiore), ho optato per Il giovane Blackden, una soluzione che privilegia l’immediatezza e la familiarità all’orecchio del lettore italiano. Continua a leggere

Intervista a Letizia Sacchini, traduttrice di IN UN PALMO D’ACQUA di Percival Everett

letizia-sacchini-traduttrice-di-in-un-palmo-dacqua-di-percival-everettA collegare i nove racconti di In un palmo d’acqua (Nutrimenti), oltre all’ambientazione nell’America rurale, quella del West, è l’intrusione di qualche attimo o evento irrazionale che, tranne in un caso, non forza però il verosimile. Percival Everett, con una scrittura precisa e scarnificata, ci mostra uomini e donne posti dinanzi al mistero e ai propri limiti, lasciando a noi immaginare la traiettoria delle loro esistenze. Qui di seguito l’intervista alla traduttrice Letizia Sacchini, che dello stesso autore si è occupata anche di Percival Everett di Virgil Russell.

Hai tradotto le ultime due opere di Percival Everett pubblicate in Italia: era un autore che seguivi già da tempo o è stata per te una rivelazione?
Percival Everett è forse l’autore più rappresentativo di Greenwich, storica collana di Nutrimenti dedicata alla narrativa emergente, per cui sì, lo conoscevo anche prima di affrontare un suo romanzo, soprattutto grazie alle geniali traduzioni di Marco Rossari. In corso d’opera ho letto e riletto La cura dell’acqua, che considero un po’ il suo capolavoro, e ha diversi punti in comune con Virgil Russell. Ciononostante, misurarsi con un’intelligenza eclettica come quella di Everett è stata una sfida a tratti divertentissima, un’esplorazione delle possibilità della scrittura e insieme dei confini della traduzione letteraria. Continua a leggere

Intervista ad Anna Valerio, traduttrice di ISTANBUL ISTANBUL di Burhan Sönmez

anna-valerio-traduttrice-di-istanbul-istanbulI protagonisti di Istanbul Istanbul (nottetempo) di Burhan Sönmez sono alcuni dissidenti che condividono lo spazio angusto di una cella e il timore di nuove torture: si raccontano, allora, storie e leggende per sottrarsi al dolore e a confidenze che potrebbero comprometterli. Di capitolo in capitolo i narratori si alternano e ci rivelano qualcosa di sé e come siano stati arrestati, denunciando il sadismo dei carcerieri senza però fare riferimenti circostanziati all’attualità turca; quello che emerge è piuttosto un ritratto di Istanbul come città dolente e incantata, dove tutto appare possibile ma solo il peggio sembra realizzarsi. Sönmez si ispira al Decamerone, più volte citato (tuttavia ancor più forte è il legame probabilmente inconsapevole con Le menzogne della notte di Bufalino); la sua scrittura è evocativa e lirica, benché pregna di sofferenza: a tradurla in italiano è stata Anna Valerio, qui di seguito intervistata.

Sei stata tu a proporre a nottetempo la traduzione di Istanbul Istanbul o è stata la casa editrice ad affidartela? Come è stato il tuo primo approccio con il romanzo di Burhan Sönmez?
La proposta di traduzione è arrivata dalla casa editrice nottetempo e dopo una serie di prove mi è stata affidata. Superata l’emozione iniziale, mi sono immersa nel romanzo; ho cominciato a leggerlo con l’occhio del traduttore e poi ho contattato l’autore, che per tutta la durata della traduzione mi è sempre stato di grande aiuto. Il mio primo approccio è stato più che altro matematico; ho dovuto letteralmente calcolare il numero delle pagine che sarei stata in grado di tradurre ogni giorno, perché non potevo non rispettare i tempi di consegna; dovevo assolutamente far quadrare tutto come in un puzzle, lavoro a tempo pieno come insegnante e famiglia compresi.
Fatti i calcoli e suddiviso il lavoro, è finalmente cominciato il viaggio, perché di quello si tratta; un viaggio in un altro mondo, per conoscere storie e incontrare persone che parlano un’altra lingua e pensano in un’altra lingua; prima di tutto dovevo capire il tono del romanzo e il tipo di linguaggio che lo scrittore utilizzava. Mi ci vuole sempre del tempo e questo non è mai sufficiente. Vorrei avere più tempo per leggere, rileggere, tradurre e ritornare indietro, confrontare e pensarci, ma le pagine scorrono e mi ci immergo fino a quando quella storia, quelle parole diventano la mia quotidianità. Anche questa volta mi è successo così, traducevo e poi scoprivo che mi estraniavo da me, ma allo stesso tempo cercavo di fidarmi delle mie sensazioni; mi svegliavo la mattina e pensavo a come rendere quella frase o quella certa espressione e la sera prima di dormire ci ripensavo ancora. Ero io che scrivevo, ma non ero io. Insomma è stata una totale immersione che ha occupato tutte le mie sere per tre indimenticabili mesi. Continua a leggere

Intervista ad Anna Mioni, traduttrice di SENZA PELLE di Nell Zink

Anna MioniAnna Mioni è la titolare dell’agenzia letteraria AC² e tra le sue ultime traduzioni figura Senza pelle di Nell Zink (minimum fax): un’opera la cui protagonista, Tiffany, sembra lasciarsi attraversare dalle proprie esperienze e ci racconta, come se fosse una semplice spettatrice, il precoce e turbolento matrimonio con un birder, le relazioni extraconiugali, la progressiva acquisizione di una coscienza ecologica, il costante tentativo di sopravviversi.

Senza pelle si inserisce in un filone della letteratura contemporanea (da Annie Ernaux a Jenny Offill, gli esempi sono tanti) caratterizzato da scrittrici che raccontano una storia attraverso una narratrice interna, che talvolta ha molto in comune con loro: cosa caratterizza e distingue secondo te il romanzo d’esordio di Nell Zink?
La prima cosa che salta all’occhio: l’autrice non fa niente per renderci simpatica la narratrice, facendo saltare così il meccanismo della potenziale identificazione del lettore con il protagonista. Tiffany è volutamente superficiale, incostante, antipatica. Ma, tramite la sua osservazione della natura, ci apre squarci originali e impensati sul comportamento umano. In questo romanzo molto breve si toccano temi profondi e importanti, in modo più fulminante e condensato di un testo lungo. C’è inoltre un sottotesto filosofico molto forte, ricco di riferimenti, che una persona con una cultura in quel campo dovrebbe cogliere all’istante, anche se è usato in modo da non ostacolare la lettura a chi invece non lo conosce.

Per minimum fax avevi già tradotto altre opere: le hai proposte tu alla casa editrice o sono stati loro ad affidartele? Come hai “incontrato” Senza pelle della Zink e quali difficoltà specifiche ha comportato la sua traduzione (oltre, suppongo, a doversi studiare i rudimenti di ornitologia)?
Quando si traduce dall’inglese è virtualmente impossibile riuscire a proporre un libro da tradurre a una casa editrice: nella maggior parte dei casi gli editori ricevono i libri da agenti italiani o stranieri ben prima della pubblicazione all’estero. Quindi è stata minimum fax a scegliere quali libri affidarmi, basandosi sui registri che mi riesce meglio tradurre e, per i libri musicali, sulle mie competenze in materia.
Le difficoltà di traduzione nel libro della Zink sono state prima di tutto le numerose citazioni letterarie e musicali nascoste nel testo, che in alcuni casi ho smascherato da sola; altre volte, nei casi in cui era necessario un background specifico per notarle, è stata l’autrice a segnalarmele perché non aveva lasciato indizi riconoscibili della loro presenza. Inoltre, l’autrice vive in Germania da molti anni e a volte usa espressioni tradotte di peso dal tedesco, però le segnala quasi sempre. Ma in generale il traduttore esperto ha l’orecchio allenato a queste anomalie del testo e le nota subito, e quando non riesce a risolvere l’enigma con i suoi mezzi consulta l’autore.
Quanto ai riferimenti al mondo dell’ornitologia e del bird watching, in realtà non si tratta tanto di difficoltà, quanto della prassi normale per un traduttore professionale: documentarsi sugli argomenti trattati dal testo e cercare le migliori fonti (e, se necessario, gli esperti) da consultare per renderle in modo equivalente in italiano. Non è un’eccezione, ma la normalità del nostro lavoro, quando viene svolto con scrupolo. Continua a leggere

La letteratura è come il vento: intervista a Marino Magliani

il canale bracco_marino maglianiL’ultima opera di Marino Magliani è intitolata Il canale bracco (Fusta editore) ed è un racconto sul corso d’acqua artificiale che collega il Mare del Nord ad Amsterdam, sul paesaggio naturale e urbano che attraversa, sulle forme di vita che lo popolano, ma è anche una costante riflessione sulla difficoltà di scrivere intorno a delle acque stagnanti e insieme la storia dell’amicizia intessuta di silenzi tra Piet e il narratore; quest’ultimo, originario della Liguria, vive nei Paesi Bassi come se fosse in esilio ed è forse ciò che intinge di malinconia quest’opera dal ritmo piano e dallo stile sobrio e lirico al contempo.
Magliani vive tra la Liguria e l’Olanda ed è un traduttore, oltre che autore di romanzi e racconti pubblicati su riviste e con diversi editori (tra cui Sironi e Longanesi); di recente ha anche scritto la sceneggiatura per la graphic novel di Sostiene Pereira pubblicata da Tunué.

«Tu non vuoi raccontare i luoghi, te ne servi per le tue storie senza trama, che è ben diverso da scrivere ciò che vedi»: è l’accusa rivolta da Piet al narratore – che coincide in buona parte con l’autore. Il canale bracco è stato anche un pretesto per analizzare il presente e rivivere alcuni episodi della propria biografia? È per questo che si è scelto di non affiancare al testo un apparato iconografico?
A un certo punto mi sono reso conto che l’importanza della Liguria, infanzia e adolescenza, e quella degli anni di vagabondaggio, che sono stati parecchi, col tempo veniva meno, mentre dell’Olanda, e dell’acqua in cui si dileguavano le forme antiche, degli inverni stupendamente grigi, si andavano riempendo sempre più le pagine. Fin quando tutto questo materiale non è confluito in Soggiorno a Zeewijk, che è la strana storia di un quartiere circondato dalle dune, che si trasforma, come se l’assessore all’urbanistica della città di IJmuiden, genialmente, avesse deciso che il quartiere dovesse armonizzare con le dune, anch’esse esempio di trasformazione costante, di scavo e ricomposizione del vento. Poi restava da raccontare l’acqua e allora ho pensato a Il canale bracco.
Sull’apparato iconografico no, inizialmente il progetto era affiancato da una sezione di foto. Alla fine sono rimaste solo quelle dei blocchi di cemento coi testi del tempo, che non volevo si perdessero.

Sarebbe molto difficile attribuire un genere al Canale bracco (romanzo, reportage, prosa lirica?), così come definire la tua scrittura che alterna brani analitici ad altri più poetici e narrativi. Quanto questa commistione è stata frutto di esigenze intrinseche all’opera e quanto invece programmatica?
L’io narrante sembra intenzionato a sostenersi attraverso la scrittura, affiancato da un amico guida, Piet, il quale, al contrario, sembra vivere come una specie di Bartleby. Il risultato non può che confondere, almeno me, è un percorso pieno di giri larghi lungo un canale. Sono i giri larghi a dettare i tempi e la liricità. Le sovrapposizioni, il ritorno dal giro largo, il piede nel presente che è l’esilio e l’altro indietro. Alla domanda, tuttavia, non saprei rispondere.

A proposito dell’esilio, si legge: «uno se ne fa una colpa perché si accorge di provenire da un’acqua in cui non è stato in grado di nuotare». Cosa ti ha portato a lasciare la Liguria e l’Italia?
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