Cosa vuol dire ricordare – UN RAGAZZO SVEGLIO di Stephen King

In occasione del prossimo Giorno della Memoria, un articolo di Cristò su cosa significhi ricordare l’olocausto e sulla possibilità di farlo con un racconto della raccolta Stagioni diverse di Stephen King

Ho sempre evitato, non so bene perché, di leggere libri o guardare film a tema nei giorni in cui si celebrano ricorrenze a cui quei libri sono legati. Questa volta è successo per caso. Non sapevo, mentre cominciavo a leggere Un ragazzo sveglio di Stephen King – un lungo racconto della raccolta Stagioni diverse (Sperling & Kupfer) – che i temi fossero l’olocausto e il nazismo.
Da libraio di catena, il Giorno della Memoria lo senti arrivare quando ti rendi conto che stai vendendo più copie del solito dell’Amico ritrovato e del Bambino col pigiama a righe. Allora smonti lo scaffale con le proposte sulla Befana e monti quello sul Giorno della Memoria e ogni volta cerchi di metterci qualcosa che ti sembri nuovamente significativo, che vada oltre il classico, che racconti e riporti fuori dalle immagini usuali. Perché ricordare serve a qualcosa solo se si continua a indagare quel ricordo, tanto più se si tratta di un ricordo così complesso, quasi indicibile: un gruppo di uomini che credono sia giusto sterminare un intero popolo.

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L’OMBRA DELLO SCORPIONE di Stephen King, la malattia e la condizione umana

The-Stand-Stephen-King-Serie-TvLa lettura di Enrico Macioci del romanzo di Stephen King alla luce dell’attuale pandemia e oltre

The stand, tradotto in italiano da Bompiani come L’ombra dello scorpione, lo lessi una prima volta ai tempi del liceo; l’ho riletto nel gennaio del 2020, un mese prima dello scoppio della pandemia. L’effetto è adesso straniante. Può capitare di leggere qualcosa che si è vissuto; vivere qualcosa che si è letto è molto più raro. Rarissimo, poi, se questo qualcosa riguarda tutti noi. Nel 1978 Stephen King fu lungimirante se si eccettuano due dettagli: a) la gravità del virus (per fortuna il Covid-19 è assai meno letale di Captain Trips); b) i social. La cosiddetta infodemia che sta accompagnando la pandemia nel libro non ha luogo – né ci sarebbe stato margine, estinguendosi il novantanove per cento dell’umanità nell’arco di un paio di settimane. Dove lo scrittore del Maine si rivela un maestro è nel tracciare il funzionamento della psiche individuale e collettiva. Distrazione, incredulità, cialtroneria, allarme, panico e infine orrore scandiscono la presa di coscienza del pericolo, descrivendo una traiettoria ricalcata dall’odierna emergenza. Continua a leggere

Intervista a Gianluca Morozzi – Professione scrittore 17

Gianluca Morozzi

L’esordio di Gianluca Morozzi risale al 2001 con il romanzo Despero, pubblicato da Fernandel. Molte delle sue ultime opere sono invece apparse nel catalogo della casa editrice Guanda, tra queste Blackout, L’era del porco, Radiomorte e infine Lo specchio nero. Un noir anche quest’ultimo: si alternano le vicissitudini di Walter, editor che si risveglia in un appartamento sconosciuto al cospetto di due cadaveri, e quelle di Erik, con la sua adolescenza problematica; gradualmente il lettore scoprirà in che modo siano intrecciate le loro esistenze, mentre sino alla fine cercherà insieme al protagonista principale di scoprire quale macchinazione abbia condotto al suo coinvolgimento nel duplice delitto.

Lo specchio nero si ispira al classico giallo della stanza chiusa, mentre Blackout è quasi tutto ambientato nello spazio ristretto di un ascensore: concepisci la scrittura come una sfida alla tua abilità oltre che con il lettore? Com’è nata l’idea del tuo ultimo romanzo?
Il giallo è in buona parte una sfida al lettore, amichevole e divertita: il lettore NON vuole vincere, il lettore, non vuole indovinare il colpevole, vuole essere sorpreso e ingannato, ma siccome tu, scrittore, qualche indizio glielo devi dare, se lo fai maldestramente il lettore attento indovina. Un romanzo alla Blackout era più una sfida a me stesso, invece: riuscirò a tenere vive duecento pagine di storia tutte dentro un ascensore?
Lo specchio nero è nato, come spesso accade, da una ragazza, del vino, Bologna, e un lago (be’, il lago non c’è spesso, in effetti). Stavo accompagnando una ragazza in un’enoteca di periferia e ho parcheggiato di fronte a questa assurda via, via della Luna, che vista dall’alto ha la strana forma di una mannaia. E non è lontana da un parco con un laghetto. E questo è accaduto proprio nei giorni in cui dovevo rileggere Le tre bare di John Dickson Carr per parlarne a un corso di scrittura. Il circuito, a questo punto, si è chiuso.

Come mai, pur non disdegnano il pulp, hai fatto dell’ironia la nota prevalente del tuo stile?
Io ho passato quindici anni (dall’adolescenza, con la prima macchina da scrivere) a copiare, essenzialmente Stephen King senza saperlo fare. Quindi cercavo di esasperare toni drammatici e horror in modo totalmente maldestro. Poi, a fine anni Novanta, ho iniziato a scopiazzare autori umoristici… da Benni a David Lodge a Nick Hornby, da Paolo Villaggio a Douglas Adams, e ho scoperto che il registro comico mi veniva più naturale. Così, quando sono tornato a scrivere cose pulp (alternandole a quelle divertenti), l’ho fatto avendo già migliorato il mio stile, con più consapevolezza. Ma il registro naturale rimane quello comico, per me.

Quale percorso ti ha condotto alla casa editrice del tuo esordio, Fernandel, e poi a Guanda?
La mia agente, Silvia Brunelli. Che mi ha scoperto con il secondo libro Fernandel (Luglio, agosto, settembre nero, del 2002), e mi ha chiesto di scrivere qualcosa che avesse una trama più strutturata e magari una vena noir, da proporre a qualche grosso editore. Io ho scritto Blackout, l’anno successivo, e lei lo ha piazzato a Guanda. Continua a leggere