L’INVENZIONE DELLA MADRE di Marco Peano, recensione

invenzione_della_madre peano_copertinaIl delicato e convincente esordio narrativo di Marco Peano: L’invenzione della madre

Quando ho saputo della pubblicazione per minimum fax dell’Invenzione della madre di Marco Peano, editor Einaudi, sono rimasto sorpreso e mi sono chiesto se dopo La luce prima fosse possibile scrivere un altro romanzo incentrato sull’agonia di una madre e sul perdurare del legame con suo figlio, se Emanuele Tonon non avesse già esaurito la possibilità di raccontare il dolore e l’amore nelle loro forme più pure e laceranti. Invece è come se i due romanzi finiscano per comporre un dittico.
Nella Luce prima la narrazione è in prima persona, in un tempo contiguo alla perdita che rende il dolore un’eruzione incontrollabile, intima e struggente; nell’Invenzione della madre la storia è in terza persona e la morte del genitore risale agli inizi del 2006, dunque è come se chi racconta abbia recuperato la lucidità per ripercorrere quel tempo di sofferenza ed esaltazione (per ogni istante ancora condiviso, per ogni gesto carico di significanza) e abbia ormai acquisito la consapevolezza che l’esclusività di una simile esperienza è mendace, ma anche che, a dispetto di quanto si creda, «si è orfani una volta e per sempre».
Il romanzo di Peano rifugge dal patetismo e rintraccia con delicata e inflessibile sincerità quanto di universale vi è nell’esperienza privata del lutto. La stessa struttura dell’Invenzione della madre sembra indicare questo percorso nella tripartizione della materia narrativa: Mattia, Mentre, Mamma – tre titoli che iniziano per emme. «La prima emissione vocale dotata di senso, nel corso della vita umana, spesso è quella che serve a chiamare la madre. I neonati con un verso creano il loro mondo […]. La lettera emme, dunque, è quella che di solito si impara a pronunciare per prima»; è anche, però, l’iniziale di malattia, di morte, di mondo: la morte di una madre impone una nuova nascita, costringe a reinventare il proprio stare al mondo; è quanto accade nell’Invenzione della madre. Marco Peano cerca di stabilire nell’esistenza del suo protagonista la traiettoria di un dopo che non vuole e non può scindersi dal prima; poco importa sapere se Mattia sia un alter ego dell’autore – ma ci sono immagini ed episodi che solo chi ha vissuto può rivelare –, quel che conta è l’abilità di quest’ultimo nel ricostruire la storia di un ragazzo che, insieme alla fidanzata e al padre, scorta la mamma verso gli ultimi istanti di vita e insieme cerca di mettere al sicuro ogni momento condiviso: «Persino i ricordi peggiori, quelli di cui Mattia si vergogna, sono da salvare»; e una cinquantina di pagine dopo: «Mattia è diventato una videocamera di carne e sangue che registra incessantemente la madre». Si accorgerà però che inevitabilmente «sotto i suoi strati di pelle, nell’impasto di carne e sangue di cui è fatto, all’interno di quell’impalcatura così fragile e perfetta che chiamiamo corpo, c’è lei». E allora, constatata la sua permanenza in lui, Mattia potrà finalmente fare anche i conti con se stesso e con il proprio futuro.
Ci sarebbe anche da sottolineare l’abilità di Peano nel riferire le piccole ipocrisie e le attenzioni della gente di paese (il romanzo è ambientato nella provincia torinese), da rilevare la presenza continua di riferimenti cinematografici (del resto, Mattia aspira a lavorare nel cinema, sebbene sia finito a fare il commesso in una videoteca), da spendere qualche parola sulla costruzione franta eppure armonica dei brevi capitoli (generalmente di due o tre pagine), sulla continua ed efficace alternanza dei piani temporali, sul ricorso da parte del protagonista alla terminologia medica per esorcizzare e poter esprimere quanto non può che rimanere insondabile. Ma quel che conta non sono gli ingredienti di un farmaco, bensì il suo potere salvifico, e in questo caso letterario.

Segnalo anche questa bella recensione di Alessandro Garigliano pubblicata ieri su Nazione Indiana:
http://www.nazioneindiana.com/2015/02/04/la-creazione-del-lutto/

 

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2 thoughts on “L’INVENZIONE DELLA MADRE di Marco Peano, recensione

  1. […] e forse supera quella geniale di Pastorale americana. Tra gli italiani non posso che citare L’invenzione della madre di Marco Peano, un romanzo con un tema così forte da rischiare di mettere in secondo piano la […]

  2. […] [questa recensione compare qui grazie a Giovanni Turi che l’aveva pubblicata sul suo blog Vita da editor a questo link] […]

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