L’APPARTAMENTO di Mario Capello, intervista

L'appartamento_Mario Capello_Tunué_coverL’appartamento di Mario Capello è l’ultimo volume della collana Romanzi diretta da Vanni Santoni per Tunué

È tutto narrato in prima persona l’ultimo romanzo di Mario Capello, L’appartamento, quinta opera pubblicata da Tunué nella collana Romanzi, diretta da Vanni Santoni. È la storia di un giovane uomo che accetta la separazione dalla moglie – pur nutrendo per lei e per il figlio un immenso affetto – e rinuncia al precario lavoro editoriale per tornare nel suo paese natio, reinventandosi agente immobiliare: «Pensai a quello che avevo detto poco prima, in macchina. A come vendere case e leggere manoscritti fossero più simili di quanto avessi pensato. A come entrare nelle storie degli altri fosse un pertugio, un buco in cui affondare lo sguardo dentro una camera oscura. Ci avevo rinunciato, certo. E non senza rimpianti: in fondo era l’unica cosa che pensavo di saper fare. Ma in quel momento ero sicuro. Avevo rinunciato a vederla specchiata, la vita, per entrarci. Per farne parte davvero». Angelo dovrà però confrontarsi ancora con un manoscritto, in cui l’anziano amico che glielo affida fa i conti con il proprio passato e con quello dei turbolenti anni ’60 e ’70 in Italia.
La scrittura di Capello è estremamente sorvegliata, come del resto ci si aspetterebbe da un professionista (l’autore, come il suo protagonista, non è infatti estraneo al mondo dei libri), e gli spunti narrativi sono innumerevoli: la difficoltà di rinunciare alle ambizioni per entrare davvero nell’età adulta, il ritorno nei propri luoghi d’origine, l’impossibilità di interrompere davvero un legame coniugale anche quando l’amore trascolora in altri sentimenti, il mondo editoriale che dall’interno appare tutt’altro che dorato, il passato oscuro della politica nostrana. Troppi forse per poter essere sviluppati in una novantina di pagine, partiamo dunque da qui nell’intervistare Mario Capello. 

L’appartamento l’hai concepito subito come un romanzo breve? Come mai non hai approfondito alcune tematiche e situazioni che pur si prestavano a una narrazione più estesa?
In effetti è così, l’ho concepito fin dall’inizio come un romanzo breve, con un tipo di narratore particolare (su cui tornerò in seguito). Una forma con delle costrizioni, dunque, dei paletti, e dei limiti ben precisi. Avendo in mente di scrivere un romanzo breve, ho dovuto sacrificare, quasi per forza, lo sviluppo, l’approfondimento, in favore dell’allusione, dell’eco, dell’evocazione. Dell’atmosfera, spero. E i temi, tanti, mi rendo conto, quasi proliferavano gli uni dagli altri, via via che il mio narratore rifletteva su di sé e il mondo intorno. Infine, il tema centrale, quello della necessità e dell’impossibilità di fare i conti con il nostro passato, ritenevo (e ritengo tutt’ora) di poterlo affrontare solo in maniera laterale, filtrata. Attraverso il filtro di un narratore di II grado (Angelo che riporta la storia di Ferrero). Troppo vasto, altrimenti, troppo complesso.
Insomma, il sacrificio era quasi necessario, vista la forma che ho scelto. Penso ad Annie Hernaux, che con Il posto ha scritto un romanzo breve pressoché perfetto: anche lì molte cose restano inesauste, solo abbozzate – per quanto, nel suo caso, con la forza di certi bozzetti di Giacometti. E va bene così, no? Perché, ecco, se lavorare per tutti questi anni nell’editoria mi ha influenzato in qualche modo, è questo: una certa insofferenza nei confronti delle narrazioni in cui tutto è esplicito, messo in chiaro, raccontato in maniera distesa. Se devo sbagliare – e si sbaglia sempre, scrivendo – preferisco sbagliare per eccesso di rarefazione.
Inoltre, volevo anche scrivere un romanzo solo all’apparenza convenzionale, ma che fosse anche spiazzante, che lasciasse una buona dose di perplessità, rifiutando il modello del romanzo “ben fatto” – quello con i personaggi a tutto tondo, un arco narrativo ben sviluppato, tutto a modino, ecc. ecc. – e per questo mi sono voluto riservare la libertà, anche un po’ eccessiva per i nostri attuali standard, di, chessò, D’Arrigo quando ha scritto Cima delle nobildonne o di Malerba quando ha immaginato praticamente tutta la sua opera.

Il nitore stilistico fa pensare a un testo di lunga gestazione e sono del resto trascorsi sei anni dal tuo primo – introvabile – romanzo, I fuochi dell’86. Come si approccia alla scrittura chi per lavoro valuta la grana di quella altrui?
Be’, in realtà ce ne sarebbe stato un secondo – una specie di fantasma – intitolato Tutto quel vuoto e andato perduto nelle vicissitudini incorse alla casa editrice. In ogni caso L’appartamento ha avuto bisogno di tempo per prendere forma, è vero, perché potessi metterlo a fuoco. E anche perché potessi limarlo (la scrittura vera e propria, grazie anche alle dimensioni contenute, è stata piuttosto veloce). Dipende appunto – e mi sembra inevitabile – dal dover giudicare gli altri: sono molto autocritico e ho degli standard molto alti. Prima di scrivere e mentre scrivo non posso evitare di chiedermi: è davvero necessario, quello che scrivi? E, un passo così, o una simile trovata, la perdoneresti a un altro? Spesso, la risposta è negativa e, dunque, lascio, semplicemente, andare ciò che sto scrivendo o imbastendo – senza grossi rimpianti, nessuno, io per primo, ne sentirà la mancanza. Diciamo che L’appartamento è passato attraverso questo vaglio dalle maglie molto molto strette.

Raccontaci del tuo esordio con Eumeswil Edizioni e di come sei poi giunto alla Tunué.
Oh, mi fa davvero piacere poter parlare di Eumeswil, una casa editrice che, nel bene e nel male, ha vissuto dell’energia e dell’entusiasmo del suo editore, Paolo Pedrazzi, e che ha, purtroppo, terminato la sua avventura. L’esordio è stato molto naturale, conoscevo Eumeswil perché, ai tempi, pubblicava la prima incarnazione di Satisfiction – rivista che leggevo con piacere anche perché frutto di una grande trovata (quella della free-press culturale). Ho mandato il romanzo a Paolo che ha deciso di farlo. Poi le cose non sono andate benissimo, come spesso succede con le case editrici piccole, ma tant’è.
Tunué, invece, l’ho scelta conquistato dall’idea della collana ideata e diretta da Vanni Santoni. Mi sembrava calzare perfettamente a L’appartamento, anche per la faccenda delle dimensioni. Ho mandato il testo a Vanni, via mail, come da “bando” e, dopo qualche titubanza (non ero un esordiente, per dire), ha deciso di lavorarci su insieme e pubblicarlo.

mario capello, intervistaLe considerazioni del protagonista sulla realtà letteraria sono piuttosto disilluse, ma a differenza di Angelo tu non hai smesso di lavorare con i libri, giusto? Quali le soddisfazioni e le amarezze?
No, non ho smesso. Anche perché, al contrario del mio narratore, io non sono affatto disilluso. È ancora un ambiente, e un lavoro, che amo molto, animato da persone, perlopiù, appassionate e preparate.
Sono, questo sì, realistico, rispetto alla realtà che mi circonda. Non me ne nascondo i problemi e i difetti e spesso, con gli amici che ci lavorano come me, amo ironizzarci su. Ma se ci sono le amarezze – legate, perlopiù, a una precarietà stabilizzata, con tutto quello che comporta – ci sono anche le soddisfazioni: leggere per primo un libro che senti bellissimo, scoprire un piccolo capolavoro, migliorare un testo già bello. E leggere – a parte le sigarette, il whisky e la mia famiglia, leggere è la cosa che amo di più – ed essere pagati per farlo.

Quali sono le ultime opere (non necessariamente edite) che hai apprezzato? Come rimediare alla disaffezione degli italiani per i libri?
 L’ultima cosa veramente meravigliosa che ho letto è anche l’ultima in assoluto, ovvero La famiglia Moskat di Singer. Un romanzo-fiume fantastico e tragico, pieno di vita e morte, con un finale – dico, proprio l’ultima frase – che rivaleggia e forse supera quella geniale di Pastorale americana. Tra gli italiani non posso che citare L’invenzione della madre di Marco Peano, un romanzo con un tema così forte da rischiare di mettere in secondo piano la scrittura che, invece, è la sua vera forza, perché è così misurata e attenta da essere deflagrante.
Tra quelle ancora non edite (almeno in Italia, ma lo farà Stile libero l’anno prossimo) c’è Fourth of July Creek di Smith Anderson – un libro di una potenza rara, visionario e politico.
Quanto al rimediare alla scarsa propensione degli italiani alla lettura, non ho, in tutta sincerità, nessuna formula, nessuna soluzione. Però, vorrei sottolineare che questa disaffezione riguarda soprattutto i libri – mentre ho l’impressione, forte, che si legga molto altro e come mai prima, a partire dai contenuti dei social fino ai giornali sportivi e ai ricettari. Il punto è, secondo me, che quando si parla di disaffezione, siamo anche vittime di un problema di distorsione: l’impressione che ora si leggano meno libri che un tempo è un’illusione ottica. Ovviamente, oggi come oggi ci sono in Italia molti più lettori che nell’Italia degli anni ’60 (per citare un periodo apicale per la nostra letteratura). Non ci sono dubbi, al riguardo. E allora, questa distorsione a cosa è dovuta? Alla perdita di prestigio del libro, che non svolge più il ruolo distintivo principale – con la “distinzione” nell’accezione di Bourdieu – che aveva un tempo. Per dirla in altro modo, un tempo, i pochi che leggevano, erano, proprio per questo, reclutati in un’élite. Ora non è più così. Questa perdita di centralità fa sì che il libro venga sfidato da altri prodotti di intrattenimento – e, per questo, spesso perde il confronto.
Detto ciò, si può fare qualcosa perché si legga di più? Certo, purché non si trasformi in una crociata satura di benpensantismo e buone intenzioni o, peggio, di snobismo e paternalismo (invito a leggere, al riguardo, Lettori si cresce di Giusi Marchetta). A mio parere, aiutando tutte quelle realtà, molto spesso spontanee (e dunque sincere), che aggregano e producono saperi ed esperienze legate alla cultura: dai gruppi di lettura alle librerie (davvero) indipendenti, passando per i festival. Meno soldi ai testimonial, insomma, e più soldi (e sottolineo soldi) a tutti quelli che di libri parlano sempre, perché non possono farne a meno.

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3 thoughts on “L’APPARTAMENTO di Mario Capello, intervista

  1. rossellalofaro ha detto:

    Grazie per la segnalazione: Capello sembra una persona umile, e il tema del suo romanzo breve non può non attirarmi. Proverò a recuperarlo!

  2. […] 66thand2nd (9 voti) 2. Ilaria Bernardini, L’inizio di tutte le cose, Indiana editore (8) 3. Mario Capello, L’appartamento, Tunuè (8) 4. Tommaso Pincio, Panorama, NN Editore (8) 5. Paolo Zardi, XXI secolo, Neo Edizioni […]

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