NELLA PERFIDA TERRA DI DIO di Omar Di Monopoli, recensione

NELLA PERFIDA TERRA DI DIO di Omar Di MonopoliEdito da Adelphi il nuovo thriller di frontiera di Omar Di Monopoli

Nella perfida terra di Dio sta raggiungendo un pubblico di lettori molto più ampio e variegato rispetto a quello che già conosceva e apprezzava la scrittura di Omar Di Monopoli e l’impressione è che anche molti critici stiano scoprendo solo ora il quarantenne di Manduria: del resto, gli autori italiani contemporanei nel catalogo Adelphi sono talmente pochi che ogni nuova acquisizione desta sempre un certo interesse. Chi tuttavia ha letto i romanzi Uomini e cani, Ferro e fuoco, La legge di Fonzi o i racconti Aspettati l’inferno, tutti pubblicati con Isbn, e si aspettava che, insieme alla veste grafica più sobria e tradizionale, potessero essere mutati la voce dell’autore o il suo immaginario viene decisamente smentito. Continua a leggere

Intervista ad Alessandro Garigliano, autore di MIA FIGLIA, DON CHISCIOTTE

Mia figlia, don Chisciotte_Alessandro Garigliano_copertina romanzo_NN EditoreIn Mia figlia, don Chisciotte (NN Editore), Alessandro Garigliano racconta e analizza il capolavoro di Cervantes attraverso il tenero rapporto con una figlia bambina e, viceversa, interpreta il ruolo genitoriale e lo scontro tra realtà e illusioni alla luce del legame tra Don Chisciotte e Sancio Panza: è un azzardo audace e riuscito che genera un romanzo delicato e capace di inglobare anche un appassionato saggio letterario. Che il narratore sia o meno un alter ego dell’autore cambia poco, si innesca comunque una forte empatia nei suoi confronti per la levità spudorata e la grazia con la quale introduce il lettore nella sua intimità affettiva, domestica e culturale. Mia figlia, don Chisciotte è dunque un romanzo seducente e programmaticamente insolito, franto (come era anche il bel Mia moglie e io con cui Garigliano aveva esordito per LiberAria): «Dovrei denunciare il male assoluto che alla letteratura hanno arrecato tutti i congegni a orologeria imbastiti per irretire il lettore: le agnizioni, il climax, la coerenza, il conflitto, le unità di tempo luogo e azione. Tecniche esibite nel tempo in modi strumentali, anziché scattare per necessità cognitive narrative estetiche». Qui di seguito l’intervista ad Alessandro Garigliano.

Hai concepito sin dall’inizio un romanzo che avesse per protagonisti un padre, sua figlia e don Chisciotte o la possibilità di intersecare i due piani (studio critico e dimensione affettiva) si è prospettata in corso d’opera?
L’intuizione da cui tutto è partito è stata: i padri sono Sancio Panza! Anzi, riandando all’origine, devo confessare che scrivere un libro sulla relazione tra padre e figlio è stato sempre un mio grande desiderio. Me ne sono reso conto definitivamente dopo aver letto La strada di Cormac McCarthy. Concentrandomi su me stesso, mi sono ricordato che in tutte le opere, di diversi ambiti culturali, ogni volta che era rappresentato un padre insieme a un figlio – anche prima di diventare genitore (d’altronde sono pur sempre un figlio!) – io mi commuovevo. E così, ai miei occhi, Cavaliere e scudiero non potevano diventare che un padre e un figlio. A quel punto è iniziata l’attività di ricerca. Non appena ho preso coscienza di questa attrazione che, prima di diventare razionale, mi aveva attraversato carsica in maniera fisica emotiva inconscia, mi sono messo a ripassare i miti: dai padri che mangiano i figli, ai figli che uccidono i padri e così via. Insomma, nonostante avessi trascorso anni rileggendo il Don Chisciotte e spulciando ogni monografia, non fosse stato per questo cortocircuito tra la vita privata e i due eroi del romanzo di Cervantes, il libro non sarebbe mai esistito. Continua a leggere

Intervista a Sandro Campani, autore del GIRO DEL MIELE – Professione scrittore 22

sandro-campani-autore Einaudi-intervistaIl giro del miele di Sandro Campani è la storia di due sconfitti che non si sono arresi: l’anziano Giampiero, che ha portato avanti la falegnameria di Uliano, e il figlio di quest’ultimo, Davide, che della passione per l’apicoltura non è riuscito a farne un lavoro. Trascorrono insieme una lunga notte di confessioni per riappacificarsi con il passato, in cui uno ha finito per ingannare le persone che ama e l’altro per compromettere la relazione con Silvia, l’unica donna che abbia mai desiderato. Intorno a loro e nei racconti, nei ricordi, è vivido l’Appennino tosco-emiliano, con i suoi paesaggi e le sue atmosfere, ed è questa simbiosi con la natura, insieme ai temi della paternità (non sempre biologica) e dello scarto tra aspirazioni e realtà, a imporre un parallelismo con Le otto montagne. Come quella di Cognetti, poi, la scrittura di Campani è sorvegliata, matura, attenta ai dettagli e per giunta capace di calcare le battute su chi le pronuncia, impiegando dove occorre costrutti e termini dell’oralità. Il giro del miele è il quarto romanzo di Sandro Campani, qui di seguito intervistato. Continua a leggere

LA NOVITÀ di Paul Fournel, recensione

recensione-la-novita-paul-fournel-voland«L’editoria è sessualmente trasmissibile», lo suggerisce Paul Fournel

È innegabile il fascino esercitato dalle professioni legate al mondo del libro, soprattutto su chi non lo conosce dall’interno: La novità di Paul Fournel, tradotto per Voland da Federica Di Lella, è però scritto da un autore che lavora nell’editoria e ce la racconta con sincerità, passione e perspicacia, tanto da fornirci in questo pregevole romanzo anche un ottimo manuale sull’argomento.
Il protagonista e narratore, Robert Dubois, è ormai diventato un ingombrante relitto per i soci di maggioranza della casa editrice che porta il suo nome e avverte con disagio le nuove prospettive aperte dal digitale; il suo, del resto, è ormai uno sguardo disincantato: «Da secoli ormai non leggo più, rileggo soltanto. Sempre la solita minestra che noi trasformiamo in novità, tendenze, rentrée letterarie, successi e flop, molti flop». Dubois sa di essere corresponsabile del declino delle patrie lettere: «Abbiamo svuotato i libri di contenuto per venderli meglio e ora non li vendiamo proprio più», ammette e poco oltre rincara: «Non facciamo che ripeterci all’infinito che pubblichiamo troppi libri inutili, che dovremmo smetterla, dopodiché continuiamo tutti a farne uscire il dieci percento in più all’anno»; follia? No, calcolo, poiché, come spiega a uno di quei manager che stanno prendendo il posto dei direttori editoriali, un’indagine di mercato richiede «tre volte il costo di un libro. Per cui abbiamo preso la brutta abitudine di fare i libri per sapere come vanno i libri». Poi, certo, gli editori non sono gli unici colpevoli: «Quando un autore ha successo, tutti desiderano che riscriva lo stesso libro. I lettori, i librai, l’editore (soprattutto se lo nega). Solo l’autore a volte ha qualche dubbio». Continua a leggere

CANDORE di Mario Desiati, intervista

mario-desiatiCandore di Mario Desiati, ovvero la nostra epoca attraverso la lente della pornografia

Nel suo ultimo romanzo, pubblicato da Einaudi, Mario Desiati indaga la nostra epoca attraverso uno dei suoi aspetti più pervasivi: la brama di erotismo, agevolata oggi dall’infinità di materiale immediatamente disponibile online.
Martino Bux, il protagonista di Candore, è infatti un giovane pornomane condannato alla solitudine dalla sua dipendenza; nelle ragazze di cui si innamora cerca i tratti delle pornodive e ogni circostanza si presta alla proiezione delle sue perverse fantasie: «non c’era essere vivente che incontrassi, uomo, donna, animale, che non facesse parte dei miei film mentali, sempre pornografici, sempre sul crinale della passione che avevo in quel momento».
Più che di perdizione è però una storia di smarrimento, perché Martino non ha il coraggio o la determinazione per andare oltre il voyeurismo e, anche quando qualcuno prova a tirarlo fuori dal suo mondo di sesso e pixel, non riesce a non anteporre candidamente i suoi desideri a ogni reale forma di relazione.
Con Ternitti (Mondadori) Desiati era giunto finalista al Premio Strega, qui però torna agli scenari del suo esordio, la Roma degradata di Neppure quando è notte e allo stile caustico e ironico degli inizi.

Come nascono Martino Bux e l’idea di questo romanzo?
Il desiderio di raccontare un uomo fragile, inetto della mia generazione, molto più frequente di quanto si pensi, con lo scandalo dell’ossessione dove lui ripone le sue debolezze. Ognuno ha le sue ossessioni e poteva essere qualunque, nel caso specifico è la pornografia e nel caso specifico una pornografia che si dettaglia e seziona sempre più. È un aspetto del post moderno col quale la narrativa ha fatto i conti, ma i risultati sono sempre stati controversi perché a mio avviso i rischi di un tema del genere sono il morboso o il moralismo. Così tenendo presente questi due grandi spauracchi ho cercato di trovare una voce il più lontano possibile da loro. Non so se ci sono riuscito, ma su questo ho lavorato. Volevo raccontare anche Roma, la sua enorme carica trasgressiva che si nasconde nelle pieghe di degrado urbano, ma anche di speranze culturali inappagate, città delle illusioni perdute, l’unica città italiana in cui poteva ambientarsi una storia come questa.

È solo un caso che Candore sia stato di poco preceduto dal romanzo Dalle rovine di Luciano Funetta o è la naturale conseguenza della centralità dell’erotismo nell’immaginario contemporaneo?
Libro bellissimo, di uno scrittore che ha una padronanza stilistica fuori dal comune. Credo che anche lì l’erotismo non sia così centrale come si vuol credere, è un romanzo sul lato oscuro e il candore anche il suo.

candore-mario-desiati-copertinaLa gestazione di questo romanzo è durata dieci anni: quali difficoltà hai incontrato in corso d’opera? Come è stato alternare la scrittura di Candore a quella di altre opere (tra cui due per ragazzi, Mare di zucchero e Con le ali ai piedi)?
Era l’autunno del 2005 e in una pausa nei pressi di Via Sicilia a Roma dove lavoravo ai tempi per la Mondadori, Antonio Franchini, allora mio capo ed editore, mi chiese se avessi mai pensato di scrivere un libro con tutte quelle storie con cui intrattenevo i miei colleghi e amici di allora. I personaggi assurdi che frequentavo, i film assurdi che avevo visto, i locali assurdi dove ero stato. Tema: sempre il sesso. Un’aneddotica che aveva per protagonista dei personaggi reali che con gli anni crescevano, cambiavano, scomparivano in incidenti aerei e poi riapparivano con nomi diversi. Io li chiamavo demoni perché impersonavano le mie ossessioni, le mie paure, ma anche i miei desideri di essere un po’ libero e spregiudicato come loro. In quel momento pensai più a un reportage, erano anni in cui su Nuovi Argomenti stavamo sperimentando il racconto del reale da parte dello scrittore, che Enzo Siciliano chiamava la Letteratura delle Cose. Cominciai a raccogliere materiale, ma non trovavo la forma adatta. Quando ho capito che era meglio per me scrivere un romanzo, è cominciato il travaglio della voce, cercarne un’accettabile e credibile. I libri per ragazzi non influiscono minimamente, anzi trovo assurdo che si debba rimuovere la sessualità quando si parla di ragazzi, è in quegli anni che nascono identità e desideri. Continua a leggere

Intervista a Luciano Funetta, autore di DALLE ROVINE

Luciano Funetta, intervistaIntervista a Luciano Funetta, autore dell’ipnotico romanzo d’esordio Dalle rovine

Il protagonista di Dalle rovine (Tunué) è un appassionato di serpenti che, quasi per caso, si lascia invischiare nel mondo della pornografia, scoprendo un universo di solitudini attraversato da esplosioni di violenza; eppure Rivera continuerà a dimostrare la sua innocenza sino alla fine. Per raccontare la sua storia, Luciano Funetta dà voce a un imprecisato “noi” e ambienta il suo romanzo d’esordio in un contesto urbano indefinito (l’immaginaria città di Fortezza): scelte che contribuiscono a rendere ipnotica la scrittura e onirica l’atmosfera e dimostrano subito l’inattesa maturità di questo giovane autore – classe 1986 – che dissemina il testo di riferimenti cinematografici e letterari, sempre però senza alcuna ostentazione.
Qui di seguito l’intervista a Luciano Funetta.

Qual è stato il percorso umano e letterario che ti ha portato a ideare e pubblicare Dalle rovine?
La prima stesura del romanzo è stata scritta in otto o nove mesi, nel 2012, metà a Bologna e metà a Roma. Venivo da un altro testo piuttosto lungo che non aveva avuto fortuna, da un paio di racconti pubblicati su riviste e da mesi passati a leggere con devozione solo Malcolm Lowry per la tesi dell’università. Un giorno mi arrivò un messaggio di Marco Lupo, che non conoscevo di persona e che mi chiedeva a nome di TerraNullius, il collettivo di scrittori di cui faceva parte, di inviargli un racconto breve per la loro rivista online. Quel racconto, che iniziai a scrivere un pomeriggio nella cucina della casa dove abitavo, si trasformò senza che me ne rendessi conto in un’impresa di cui avevo l’impressione che non sarei mai venuto a capo. Quando ormai mi ero trasferito a Roma ed ero entrato a far parte in pianta stabile di TerraNullius (senza aver mai inviato il racconto che avevo promesso, ma dopo aver preso parte a un numero esorbitante di bevute, discussioni, ritorni a casa in una città che per i miei nuovi amici era una foresta di cui conoscevano tutti gli anfratti e per me una sconvolgente novità), mi ritrovai davanti a quel mezzo manoscritto e mi dissi che dovevo portarlo a termine. Una volta terminata la prima stesura, lo feci leggere a Francesca, la compagna di allora che poi ho sposato, e a Leonardo Luccone, con cui da anni coltivo un riservato rapporto di amicizia. Qui la storia prende, in senso editoriale, una piega piuttosto tradizionale. Due riscritture, invii, lettere di rifiuto che sembravano encomi ma che celavano tutto ciò che una lettera di rifiuto può portare con sé, ovvero lusinghe, critiche aspre, buone osservazioni, frustrazione (da parte mia). Ci sono state anche lettere di rifiuto che avevano l’aria di referti psichiatrici. Referti per niente rassicuranti. Le migliori. Di fronte a quelle porte dorate che restavano chiuse ho provato ad aggrapparmi alla vecchia storiella di Faulkner (o di Sherwood Anderson, non ricordo), che teneva inchiodate ai muri della sua camera trentadue lettere di rifiuto. Sono aneddoti che aiutano ad andare avanti, soprattutto se riesci ad ammettere di non essere Faulkner e di non poter neanche sperare di essere vicino al talento ultraterreno di Anderson. Poi, quando già avevo iniziato a lavorare ad altro, alcuni editori si sono fatti vivi. Tra questi c’era Tunué, nella persona di Vanni Santoni. In due mesi, che sono sembrati due anni, abbiamo concordato la versione definitiva del romanzo che è stato pubblicato e spero possa superare indenne l’inverno. Continua a leggere

I CAPELLI DI HAROLD ROUX di Thomas Williams, recensione

I capelli di Harold Roux, Thomas Williams_copertina FaziFazi Editore ripropone I capelli di Harold Roux, romanzo con cui Thomas Williams vinse il National Book Award nel 1975

Iniziando a leggere I capelli di Harold Roux di Thomas Williams (traduzione di Nicola Manuppelli e Giacomo Cuva) sembrerebbe di avere a che fare con una scrittura e con una storia abbastanza ordinarie; mi era successo anche con Stoner di un altro Williams, John Edward, sempre pubblicato nella collana Le strade della Fazi Editore. Fortunatamente, in entrambi i casi ho avuto la perseveranza di proseguire, di lasciare che l’autore mi conducesse nel suo mondo, rimanendone infine irretito.
Tutti e due i romanzi hanno per protagonista un letterato, un accademico: quello di John Edward Williams esibisce senza remore un’integrità morale che lo espone alle prevaricazioni altrui; Stoner tuttavia non se ne angustia e finisce così per imporre la propria imperturbabilità su tutto e tutti. Thomas Williams delinea invece una figura complessa, contradditoria: il professor Aaron è un uomo coscienzioso ma non rinuncia al rischio della velocità quando è in moto, è nauseato dalla violenza ma ha indossato la divisa militare e nel cassetto custodisce una pistola, è incapace di sottrarsi agli obblighi sociali, alle responsabilità di marito e padre, ma tutto ciò che vorrebbe è concedere del tempo a se stesso per dedicarsi alla scrittura e magari riconciliarsi con il proprio vissuto: «Se soltanto riuscisse a iniziare, forse le realtà di quel romanzo non scritto lo obbligherebbero ad allontanarsi dal rigido passato e da un presente che sembra meritarsi un pianto o una risata isterica e lo porterebbero nel regno del significato. Ma come sempre quel mondo è subordinato al mondo reale […]». Continua a leggere