IL GRANDE ANIMALE di Gabriele Di Fronzo, recensione e intervista

il grande animale, gabriele di fronzo, nottetempoIntervista a Gabriele Di Fronzo, autore del romanzo Il grande animale

Il grande animale (nottetempo), convincente romanzo d’esordio di Gabriele Di Fronzo, ha per singolare narratore un tassidermista, Francesco Colloneve. A spingerlo a fare l’imbalsamatore, a cercare di trattenere una parvenza di quiete e di vita in corpi ormai esanimi, forse è anche il timore degli imprevisti a cui le relazioni ci costringono, a partire dalle più intime, come quella con i propri genitori.
Dopo essere rimasto orfano di madre da bambino, il protagonista si trova a dover accudire il padre degente, che sta perdendo la memoria e che tanta responsabilità ha avuto nel rendergli traumatica la giovinezza. È dunque la storia di un complesso legame tra un figlio e suo padre, di come ciascuno cerchi di far cicatrizzare a suo modo le proprie ferite, ad esempio per sottrazione: «il vuoto è il medicamento che si può contrapporre a ogni altra cosa che non sia se stesso […]».
Di Fronzo ha avuto la capacità di elaborare temi forti, come il lutto e l’irrazionalità della violenza, la fragilità dell’infanzia e quella della malattia, senza ricorrere a toni patetici, senza cercare di dare risposte lì dove non possono che rimanere interrogativi sospesi; Il grande animale è un’opera intessuta di silenzio (e i rari discorsi diretti sono inglobati nei brevissimi capitoletti – talvolta anche di un solo rigo), dove le riflessioni vengono spesso sostituite dalle azioni, meticolose e ossessive come quelle che richiede la cura di un infermo o la trasformazione di un involucro in simulacro di qualcosa che più non gli appartiene.
Qui di seguito l’intervista a Gabriele Di Fronzo.

Qual è stato il percorso umano e letterario che ti ha portato a ideare e pubblicare Il grande animale?
C’è di mezzo l’inconveniente della perdita, che si riverbera, che si protrae: questa è una definizione di vita che mi sembra sufficientemente buona. Esaustiva lo sarebbe se oltre alla perdita facessi cenno al momento del possesso, della presenza, ma tant’è. Kurt Vonnegut in uno dei suoi scarabocchi, certi abbozzi di illustrazioni che come i suoi romanzi mi fanno provare un grande affetto per lui, ha disegnato una lapide e sopra c’ha scritto “Life is no way to treat an animal”. La storia che racconto con il romanzo è quella di un uomo che si illude e si dà un gran daffare per disinnescare l’inconveniente che altrove, ovunque risuona.

Il protagonista e narratore, Francesco Colloneve, è capace di interiorizzare le motivazioni dei suoi committenti quando imbalsama gli animali, ma sembra non avere amici né frequentazioni assidue: cosa determina la sua solitudine? O si tratta di un espediente per focalizzare l’attenzione esclusivamente sul rapporto con suo padre?
Francesco Colloneve ha indole solitaria, introversa. Non cerca né vuole attenzione dal prossimo, il disagio che avrebbe all’interno del consesso umano lo sconsiglia anche solo a uscire di casa. Esige dunque per sé una vita reclusa, con pochi episodi di socialità, quelli davvero necessari, e una quotidianità in cui il prossimo non è previsto se non addirittura escluso. E la sua solitudine certo non si attutisce quando le circostanze lo obbligano al rapporto così ravvicinato con il padre: salvo le ovvie distorsioni alle sue consuetudini e dei compromessi dettati dalla convivenza con il genitore anziano, Francesco mantiene quell’attitudine dello star ricoverato in disparte. La chiusura dall’esterno, credo, aguzza sempre più la sua sensibilità in merito a quelli che sono gli aspetti del mondo che lo incuriosiscono, che lo spaventano. È proficua quindi, la solitudine del protagonista, ad appuntirgli l’osservazione nel buio che frequenta.

In molte opere, anche contemporanee (da La ferocia di Lagioia a Il paradiso degli animali di Poissant), gli animali fanno da contrappunto all’azione umana o acquisiscono valenza metaforica; Francesco insiste sull’affettività che suscitano: cosa rappresentano nel tuo romanzo?
Tutte le bestie sono il ricovero dentro cui il protagonista del romanzo cerca rifugio. Metodo in latino ha come significato la via per passare attraverso. Gli animali sono il metodo per attraversare la vita, le cavità in cui nascondersi per passare oltre, magari indenni.

Il grande animale si compone di frammenti narrativi e di risonanze: lo hai scritto subito così o lo stile è soprattutto il risultato di un successivo lavoro di riduzione e limatura?
Quella è necessariamente la voce del protagonista. Lo è stato fin da subito. Levigature, certo, via via che sono seguite le revisioni ce ne sono state, e anche molte, ma sempre piccole. Era dirimente calibrare una sonorità e non trasgredirla. Ordinata, coerente e capace di uno spettro sufficientemente ampio da farmici stare dentro sia che avessi dovuto assecondare con maggior verosimiglianza mi fosse stata possibile le mani dell’imbalsamatore tra le ossa e la carne dell’animale, sia perché lo stesso personaggio avesse in dote l’opportunità di farsi riflessivo, contemplativo, in alcuni istanti anche e addirittura estraneo alle cose organiche.

Gabriele Di FronzoDopo il tuo esordio, sta cambiando qualcosa nel rapporto con la scrittura? Stai lavorando a un altro romanzo?
Ho iniziato qualche mese fa a dedicarmi a una seconda storia. Ci tengo moltissimo, ma riconosco di non tenerci abbastanza. So quindi che non passerà al mio vaglio adesso che la riprenderò in mano. Mi serve totale abnegazione con la storia con cui è facile prevedere passerò del gran tempo, una monogamia senza sbavature o tentennamenti.

Tra le ultime opere che hai letto, quali sono quelle che hai maggiormente apprezzato?
L’arte di collezionare mosche di Sjoberg Fredrik, Io e Mabel di Helen Macdonald e Sembrava una felicità di Jenny Offill.

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