CONFORME ALLA GLORIA di Demetrio Paolin, recensione e intervista

Conforme alla gloria, Demetrio Paolin, Voland (copertina)A sette anni dal primo, esce il nuovo romanzo di Demetrio Paolin, Conforme alla gloria

Conforme alla gloria di Demetrio Paolin, pubblicato da Voland, è un romanzo duro nei contenuti e nitido nello stile, come se la scrittura densa e sorvegliata faccia da argine alla sofferenza dei tre protagonisti: Rudolf, figlio di un infervorato nazista, dal quale eredita una testimonianza delle atrocità commesse; Enea, sopravvissuto al campo di concentramento di Mauthausen, che continua a cercare un’impossibile espiazione; Ana, una giovane affetta da disturbi alimentari, ossessionata dalla sua pelle e dal suo corpo. Le loro storie si intrecciano e sembrano suggerire che anche chi non ha colpa non può redimersi dal male commesso, dalla sua ordinarietà: «Nessuno si sente colpevole, nessuno lo è, eppure se si guarda nel profondo tutti lo sono, tutti sono quel passato: è come un albero che ha le sue radici in un terreno inquinato, i suoi frutti saranno inquinati, incolpevoli ma comunque marci e malvagi al gusto».
Paolin ricostruisce anche alcuni brutali episodi di cui scrittori come Primo Levi e Imre Kertész hanno già dato testimonianza, ma sembra soprattutto volerci mettere in guardia: il nazi-fascismo non è stato solo frutto di una follia collettiva, ma è l’espressione del fascino che il male esercita sull’uomo e che continuamente si rinnova. Non mancano i riferimenti a persone reali (tra le quali lo stesso Levi) e a crimini più recenti (come quelli perpetrati dalla dittatura argentina tra gli anni ’70 e ’80), ma soprattutto al pericolo che la spettacolarizzazione e la quotidianità della violenza alle quali siamo sottoposti possano generare assuefazione. Così, quando Rudolf metterà in mostra il cimelio paterno che ha devastato lui e la sua famiglia, non otterrà che un’attenzione fugace: «Abituati ormai a tanto orrore in diretta televisiva, nelle foto, sui siti internet, le persone sbadigliavano davanti alla tela sempre più impolverata al museo». Così quando Enea farà di Ana un corpo deturpato in un’installazione temporanea, le categorie dell’arte finiranno per addomesticare e neutralizzare quella che per lui non è solo una provocatoria messinscena.
Qui di seguito l’intervista a Demetrio Paolin.

Sorprende, come ha sottolineato Enrico Macioci su il primo amore, la vicinanza emotiva al dramma dell’Olocausto di uno scrittore nato nel 1974. Come nasce la tua sensibilità per questo tema?
Con la memoria e la scrittura dell’Olocausto io ho avuto un rapporto non scolastico. Mi spiego, come tutti ho letto Levi alle medie, ma è stato durante gli anni dell’università, intorno ai 19/20 anni, che ho avuto modo di avere una maggiore conoscenza emotiva e critica del fenomeno della concentrazione. Insieme ad altri studenti ho partecipato a un seminario, organizzato da Marziano Guglielminetti mio maestro e grande critico letterario, sul tema della scrittura concentrazionaria. Ho incominciato a leggere questi testi non solo come memorie, ma come opere letterarie. Intanto che approfondivo questo aspetto,  conoscevo anche dal vivo molti ex deportati, Bruno Vasari e Bepi Calore su tutti. Questa doppia tensione tra il loro vissuto e gli scritti che andavo catalogando, leggendo e recensendo mi ha portato a sentire una profonda e reale vicinanza emotiva, psicologica a questi uomini che hanno subito alcune delle cose più terribili che io abbia mai visto o sentito. Mi sembrava anche dai colloqui che avevo con loro che la luce oscura della deportazione si allungasse su tutto il resto della loro vita, e fosse una sorta di schermo in cui potessero oscuramente scrutare ciò che accadeva nel mondo. Il lager diventava una sorta di setaccio nel quale far passare l’intera nostra storia, anche quella posteriore al 1945. Questo perché il fulcro di quelle narrazioni, e delle testimonianze di quegli uomini, era profondamente universale: cosa fa di un uomo un uomo? In che modo l’uomo sopravvive al male che gli viene fatto e che compie? Esiste un limite, un confine tra ciò che è umano e ciò che no? Come decidiamo noi cosa non lo è e cosa lo è?

Tante le opere sui campi di concentramento di scrittori e testimoni – tra loro Primo Levi, Imre Kertész, ma anche l’antifascista Enea Fergnani (di cui uno dei tuoi protagonisti prende il nome). Come hai vissuto il confronto con i loro testi e come collochi Conforme alla gloria in questo mosaico letterario?
Diciamo che Conforme alla gloria è un romanzo, mentre i testi di Levi o Kertész e anche quelli Fergnani sono anche opere di testimonianza nel senso più stretto del termine, ovvero loro scrivono di cose che hanno subito. Io scrivo episodi verisimili ma modificandoli a seconda anche delle esigenze narrative di una struttura di racconto. Io credo che il mio testo apra una discussione, o meglio spero che la apra, su come e se scrivere di deportazione e campi di concentramento dopo che a uno a uno i testimoni scompariranno. È di questi giorni la morte di Kertész, anche biologicamente le persone che hanno vissuto quegli anni e quelle esperienze muoiono, e di tutto questo tesoro cosa ci rimane? Ovviamente ci rimangono i loro scritti, ma secondo me a questo devono affiancarsi testi diversi saggistici, narrativi in cui gli scrittori, gli studiosi si fanno carico di raccontare quella storia. Questo può produrre alcuni dilemmi, anche di tipo morale: posso io che non ho vissuto quelle atrocità creare un personaggio fittizio e mettergli in testa pensieri che sono appunto miei? Posso io che non sono ebreo, che non ho avuto parenti deportati, partigiani in famiglia etc. etc. mettere a cardine del mio universo espressivo e narrativo quegli episodi? In questi lunghi anni di scrittura e riscrittura spesso me lo sono chiesto. La risposta che mi sono dato è legata alla responsabilità dello scrittore, che riprende per me una lezione fondamentale di Primo Levi, lo scrittore è colui che è responsabile di ogni singola parola che ha scritto. Nel romanzo ho cercato di seguire questo dettame. Essere responsabile, ho sempre cercato di costruire episodi che non fossero “difformi” da ciò che avevo letto nei testi sulla concentrazione, anche quando si trattava di raccontare l’altra parte, quindi i nazisti. Ho cercato di essere il più fedele possibile alle intuizioni che i testi dei deportati suggeriscono. Ad esempio il tema della colpa e del male di sopravvivere è un tema comune e diffuso nei testi. La mia scelta è stata solo di mettere quello come fuoco della narrazione. Conosco il monito di Adorno, dopo Auschwitz nessuna poesia è possibile, e ricordo le ultime parole di Levi: Se c’è Auschwitz non c’è Dio. Ecco io ho provato, non so se ci sono riuscito ovviamente, a scrivere un’opera letteraria sui lager in cui si chiamasse in causa Dio.

Diverse le persone reali che attraversano queste pagine (sebbene nell’avvertenza specifichi che si tratti di “semplici allegorie”), così come gli episodi della storia e della cronaca (come l’incendio alla filiale torinese della ThyssenKrupp) a cui fai riferimento. Quale valenza assume la commistione di finzione e realtà nel tuo romanzo?
Negli anni, sia prima di scrivere il romanzo che durante, ho conosciuto persone legate alla deportazione e ai campi di concentramento. Scrittori, critici, storici, ex deportati e loro familiari. Ognuno di loro in maniera più o meno profonda ha inciso in parte nel processo creativo di Conforme alla gloria. Nello stesso tempo in alcuni episodi di cronaca, tipo l’incendio della Thyssen o il rogo della Cappella del Guarini, ho sentito l’eco di quello che stavo scrivendo: io credo che un romanzo è un’opera in cui qualcosa che è finzione diviene così potente da risultare reale, simile al reale. Ciò non è molto diverso da quello che fa il Manzoni ne I promessi sposi o ancora di più ne La storia della colonna infame, che guarda caso sono due dei libri tutelari di Levi scrittore. Lavorare sulla verisimiglianza, nei dialoghi, nei movimenti delle persone, nelle loro reazioni a fatti accaduti realmente era la vera sfida, sottotraccia, per me come scrittore. Ho capito quando ho immaginato e pensato al romanzo, che questo testo non poteva risolversi in un testo agile, ma aveva bisogno di tempo e di spazio. Non era un quadro, ma era un affresco, in cui l’idea generale doveva entrare nel particolare. Un giorno dissi a un amico: “Io se sono bravo a scrivere sono più simile a uno che fa piccoli dipinti e invece mi sono messo in capo di provare a realizzare il mio Giudizio Universale”. Ecco la tensione tra la realtà e la finzione sta in questo tentativo, nel movimento che spero ampio e lungo della pagine, in una lingua al servizio delle immaginazioni.

Demetrio PaolinLa scrittura di Conforme alla gloria ti ha impegnato dal maggio 2008 al gennaio 2016, cosa ha significato convivere per un periodo così lungo con personaggi e temi tanto intrisi di sofferenza?
Significa che ora mi sento svuotato, che non ho idea se posso scrivere altro. È stato un continuo ragionare su di loro e con loro, immaginare le pose, immaginarne i dialoghi, che non suonassero artefatti o sciocchi, è stato insomma un lavoro che ha preso buona parte delle mie forze. Credo, sinceramente, che non sia stato facile neppure per le persone che mi hanno vissuto accanto: la devozione e la dedizione a quest’opera è stata totale. Ora è come se mi sentissi diminuito di qualcosa. Ma il loro vuoto è riempito, debbo dire, dai lettori che poco alla volta incominciano a leggere il libro e a parlarne e a chiedermi cose. È molto importante questo momento, aiuta a fare in modo che i demoni che hai coltivato nella tua testa assumano un’aria meno truce, meno fatale. Sono i personaggi di un romanzo e la gente ti parla normalmente di essi, e questo alla fine va bene.

Sei arrivato alla casa editrice Voland tramite l’Agenzia Letteraria Internazionale: quando e perché hai deciso di rivolgerti a loro?
Molti amici mi hanno parlato bene di Valentina Balzarotti e del suo lavoro per l’ALI. Le ho scritto una mail, le ho mandato alcune pagine del romanzo che era ancora in fase embrionale. A lei è piaciuto, a me è piaciuta lei. E da lì è iniziato il mio rapporto con l’ALI. Nel contempo credo che avessi bisogno di qualcuno che mi rappresentasse, proprio perché sapevo scrivendo Conforme alla gloria di rischiare il tutto per tutto. Ci sono stati alcuni rifiuti, che debbo dire sono stati utili per comprendere alcuni punti deboli del romanzo, e che mi hanno anche persuaso che stavo andando nella giusta direzione. Valentina e l’ALI hanno sempre creduto nel valore del testo (come per primo ci ha creduto Giulio Mozzi) e il fatto che loro fossero dalla mia parte ecco mi ha aiutato a lavorare con serenità.

Oltre a diversi articoli, hai pubblicato due saggi di critica letteraria Una tragedia negata. Il racconto degli anni di piombo nella narrativa italiana (Il Maestrale, 2008) e Non fate troppi pettegolezzi (LiberAria, 2014). Come mai secondo te la critica letteraria in Italia sta diventando sempre più marginale nel dibattito culturale?
Io non sono un critico letterario, sono uno scrittore che ogni tanto riflette su certi meccanismi narrativi. Con questo non voglio tirarmi indietro e non risponderti. A me pare che ci siano molti critici letterari valenti, penso ad esempio al convegno che abbiamo organizzato lo scorso ottobre su vibrisse a proposito de Il quinto Evangelio di Mario Pomilio. Un convegno che ha avuto anche una certa eco sulle pagine cultuali dei quotidiani. Penso ai libri di Gilda Policastro, di Chiara Fenoglio, di Matteo Marchesini, di Domenico Calcaterra, Alessandro Cinquegrani, penso a riviste come FuoriAsse o Achab. A me non pare marginale, a me pare solo che stia cercando nuovi luoghi in cui aggregarsi. E questo significa che la critica letteraria è feconda.

Collabori con vibrisse, il sito web curato da Giulio Mozzi. Quali sono gli altri lit-blog che segui abitualmente? Ritieni che possano sopperire agli spazi sempre più esigui che i media tradizionali concedono alla letteratura?
Io leggo molti siti e in modo disordinato (Il primo amore, le parole e le cose, nazione indiana e poi quasi tutto quello che vedo segnalato e mi interessa). Il sito di Giulio è per me il luogo dove posso mettere in ordine la mia cassetta degli attrezzi, in cui posso ragionare sui ferri del mestiere mio, sui libri che ho letto. Questi ultimi mesi debbo dire ho latitato un po’ ma conto nei prossimi mesi di rimettermi in corsa. Io credo che la rete possa essere un luogo dove esercitare la capacità critica. Non basta però aprire un blog, e dire: questo mi piace e questo no. La critica letteraria è una scienza un po’ più complessa, c’è dietro lavoro, studio e una visione del mondo e del mondo dell’arte molto più profonda. Ecco secondo me bisognerebbe distinguere tra un blog o un sito in cui uno dice ho letto questo e mi piace (in questo senso una realtà come aNobii va più che bene) da una realtà che produce studi e riflessioni più profonde.

Quali tra le tue ultime letture ti hanno sorpreso positivamente e quali ti hanno invece deluso?
Proprio per confermarti che la critica è viva, mi ha molto colpito un saggio di Roberto Contu Anni di Piombo, penne di latta (Aguaplano editore). Tra i romanzi ho trovato molto bello Cella (Marsilio) di Gilda Policastro. Non amo parlare delle cose che mi deludono, continuo a pensare che sia bello parlare di ciò che ci piace.

 

Qui tutti i post sulla Voland Edizioni: https://giovannituri.wordpress.com/tag/voland/

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6 thoughts on “CONFORME ALLA GLORIA di Demetrio Paolin, recensione e intervista

  1. Adriano ha detto:

    Libro molto approssimativo. Erroneamente si dice un libro sul nazismo, cosa che in realtà non è. Paolin è stato abile e furbo, ha scritto la sua bella storiella che ha come sfondo espisodi avvenuti ai tempi del nazismo ma effettivamente non affronta il tema, manca lo spirito critico, il discernimento. Quindi, per favore, di queste storie è pieno il mondo. Paolin dice di averci messo sette anni. Joyce in sette anni ha scritto Ulisse. Qua ci troviamo davanti un libro che non è nè carne nè pesce, un tentativo mal riuscito di spacciarlo per capolavoro, un libro scritto, tirato fuori dal cassetto e rimaneggiato ad hoc per lo Strega. Ma i lettori attenti, i lettori istruiti che non siano la massa delle casalinghe, degli amici stretti dei circoletti, dei parenti, non li inganni.

    • Giovanni Turi ha detto:

      Adriano, credo che nessuno lo abbia definito un libro sul nazismo: non lo è e non vuole esserlo. Semmai il tema è il lascito delle colpe dei padri e la quota di responsabilità personale nei momenti di follia collettiva.
      Il confronto con Joyce mi pare poco pertinente e le possibilità di arrivare in cinquina allo Strega sono quasi nulle (ammesso che sia possibile “rimaneggiare ad hoc” un’opera).
      Si può magari discutere su alcuni aspetti del romanzo, ma in altri termini, con meno astio, e allora chissà, su alcuni punti ci si potrebbe pure trovare d’accordo.

      • Adriano ha detto:

        Ma no, non volevo essere polemico e meno che mai astioso.
        Solo non capisco tutto questo clamore, che è un libro sul nazismo l’ho letto altrove e da più parti.
        A mio parere è un romanzo di modesta fattura, tuttavia gradevole, scorrevole, impegna il lettore fino alla fine ma da qua a definirlo capolavoro ce ne vuole.
        Io, contrariamente a te, penso che arriverà nella cinquina, rispetto all’imbarazzante Stancanelli, ad altri decantati come dalla “scrittura potente” e ad altri ancora illegibili, Paolin ha buone chance di arrivare nella cinquina. Se non ci arriverà per i meccanismi oscuri dello Strega, è discorso altro…

  2. CORINNE ha detto:

    BELLO

  3. stefano ha detto:

    scialbo e piacione

  4. […] Fatta queste premessa, il libro che ha venduto di più nell’anno appena passato è stato Conforme alla gloria di Demetrio Paolin. Sono convinta che sia uno splendido romanzo, e questo credo sia il motivo principale del suo […]

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