SENZA TRAUMA di Daniele Giglioli, recensione

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Daniele Giglioli, Senza trauma. Scrittura dell’estremo e narrativa del nuovo millennio, Macerata, Quodlibet, 2011, pp. 116.

Daniele Giglioli in questo breve saggio parte dall’assunto che la nostra sia l’epoca «del trauma dell’assenza di trauma» e che questo generi una «scrittura dell’estremo» (p. 7). Durante la sua traversata della narrativa italiana contemporanea, e di alcune opere in particolare, si esime allora dall’esprimere giudizi di merito, per concentrarsi sulla ricerca di indizi che corroborino la sua tesi e per evidenziare una tendenza letteraria espressione dei tempi e anche, come si giunge a comprendere nelle ultime pagine, della nostra inettitudine.
Il linguaggio sensazionalistico dei media avrebbe esasperato a tal punto i riferimenti della comunicazione quotidiana che «senza il linguaggio del trauma […] non abbiamo più niente da dire su ciò che ci circonda» (p. 9), ecco allora che «la scrittura dell’estremo è il tentativo di rimotivare a posteriori i segni vuoti in cui ci specchiamo» (p. 18) attraverso una «strategia dell’oscenità» volta a produrre «intensità affettive disturbanti» (p. 24). Sarebbe nella letteratura “di genere” e nell’autofinzione che tale scrittura dell’estremo troverebbe le sue forme congeniali e Giglioli le analizza in due sezioni autonome, per poi riunificare il discorso nelle conclusioni.
La fortuna della letteratura di genere viene ricondotta sia alla standardizzazione di personaggi e stilemi narrativi, che garantirebbe una maggiore leggibilità, sia alla sua frequente celebrazione dell’estremo
; ad accomunare gli svariati generi sarebbe «il ricorso a quel predominio dell’azione cospirativa (tu non puoi niente perché “loro” possono tutto)» (p. 45) e la deresponsabilizzazione del soggetto sarebbe anche alla base della frequente tendenza a far confluire i diversi generi nel romanzo storico: «rimettere le mani nella pasta della storia offre la possibilità di giustificare i fallimenti e l’impotenza del presente» (p. 47), da qui anche la tendenza «a redigere una controstoria dell’Italia contemporanea» (p. 29) – come esempio lampante viene additata molta della produzione di Giancarlo De Cataldo da Romanzo criminale a I traditori.senza-trauma-giglioli
Il successo dell’autofinzione viene invece letto come la risposta al «timore di non essere» (p. 55): «comune è soprattutto il senso di contingenza, di non necessità, di mancata presa su se stessi e sul mondo che gli scrittori dell’autofinzione condividono con i loro lettori (e con gli autori, lo si è visto, della letteratura di genere)» (p. 57). Giglioli passa dunque a un’analisi accurata e in alcuni casi illuminante di un buon numero di opere di autofinzione a patire, come è prevedibile, da Gomorra di Roberto Saviano (dopo un breve cenno ai racconti di Antonio Franchini). Il segreto del successo di uno dei più clamorosi best-seller dello scorso decennio viene individuato in quell’“Io” che «ci disturba, ci ricatta, si commuove al posto nostro. […] È andato là dove noi non avremmo avuto il coraggio di andare» (p. 60); non solo: la paura e l’impotenza degli abitanti di Casal di Principe, sebbene per ragioni e in contesti diversi, è la medesima che proviamo noi. Il vittimismo è diventato uno straordinario generatore di identità (e anche qui si volge uno sguardo retrospettivo alla letteratura di genere): «solo nella forma cava della condizione di vittima troviamo oggi un’immagine verosimile, pur se rovesciata, della pienezza di essere cui aspiriamo» (p. 62). Ugualmente radicale è l’autofinzione di Sappiano le mie parole di sangue di Babsi Jones, benché lei si schieri dalla parte di quelli che si è soliti considerare i carnefici (i serbi nel “grande mattatoio della ex Jugoslavia”).
Di Lezioni di tenebra e Le rondini di Montecassino di Helena Janeczek viene invece messo in evidenza come il rapporto con i genitori, che hanno attraversato l’orrore del secondo conflitto mondiale, mostri quanto lo spaesamento e i timori odierni della figlia (autrice e io narrante) siano non meno radicati, seppur apparentemente ingiustificati. Subito dopo Giglioli prende in esame L’onda del porto di Emanuele Trevi, in cui questi cerca nello scenario post Tsunami 2004 la concretezza di quella catastrofe sempre incombente (ma appunto il “post” sta a indicare l’intempestività), e soprattutto Scuola di nudo e Troppi paradisi di Walter Siti: dove il primo sarebbe «la descrizione di una battaglia» (p. 78), mentre il secondo «la storia di un’integrazione» (p. 79), di una resa. Tutt’altro che arrendevole, invece, la disposizione di Antonio Moresco in Lettere a nessuno, ma l’esito non cambia, perché «là dove l’Io si accampa, il mondo si dilegua, e viceversa» (p. 83). Si passa poi attraverso la scrittura dell’estremo di Francesco Pecoraro, che fronteggia senza esitazione il trauma e il caos, vedendo nel linguaggio l’ultima forma di resistenza, e quella di Aldo Nove, che si fa oscena perché la sua vita abbrutita e sofferente divenga la nostra (è la nostra), per concludere con Giuseppe Genna che scrive: «la mira politica della scrittura è il trauma, e il trauma dietro il trauma, e finalmente il vuoto che sostanzia ogni mito, ogni storia» (p. 96) e consente a Giglioli di concludere che, appunto, a generare il trauma è una mancanza, ma in realtà «non abbiamo alcun bisogno di un ulteriore “mondo dietro il mondo”» (p. 97) «per orientarci in quello presente e vivo» (p. 98).
Ossia, nessun complotto giustifica la nostra presunta impotenza (che si traduce in colpevole, questa sì, rinuncia ad agire) e nessun Io abnorme può sostituirsi al nostro assolvendone l’ignavia.

[Giovanni Turi]

Articolo pubblicato su «La Rassegna della Letteratura italiana» (Casa Editrice Le Lettere), anno 117°, serie IX, n. 1, gennaio-giugno 2013.

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