Intervista a Helena Janeczek, autrice de LA RAGAZZA CON LA LEICA – Professione scrittore 26

Helena Janeczek, foto di Chiara Ciccocioppo

Helena Janeczek, foto di Chiara Ciccocioppo

Helena Janeczek vive in Italia dal 1983 e ha lavorato come lettrice professionista per Mondadori, editore presso il quale ha esordito come narratrice nel 1997 con Lezioni di tenebra (ora Guanda) e ha poi pubblicato Cibo nel 2002. Sono seguiti Le rondini di Montecassino (Guanda), Bloody Cow (il Saggiatore) e La ragazza con la Leica (Guanda). Quest’ultimo ha per protagonista Gerda Taro, morta nel 1937 mentre faceva un servizio fotografico sulla guerra civile spagnola; la sua breve parabola esistenziale, di donna ribelle ed entusiasta, viene ripercorsa attraverso l’impronta lasciata nella memoria di tre suoi amici, oscillando tra due piani temporali: la seconda metà degli anni ’30 e i primi anni ’60. Qui di seguito l’intervista, in cui si parla anche di differenze di genere e precariato nel mondo editoriale, blog e social network, editing e lettura. Continua a leggere

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SENZA TRAUMA di Daniele Giglioli, recensione

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Daniele Giglioli, Senza trauma. Scrittura dell’estremo e narrativa del nuovo millennio, Macerata, Quodlibet, 2011, pp. 116.

Daniele Giglioli in questo breve saggio parte dall’assunto che la nostra sia l’epoca «del trauma dell’assenza di trauma» e che questo generi una «scrittura dell’estremo» (p. 7). Durante la sua traversata della narrativa italiana contemporanea, e di alcune opere in particolare, si esime allora dall’esprimere giudizi di merito, per concentrarsi sulla ricerca di indizi che corroborino la sua tesi e per evidenziare una tendenza letteraria espressione dei tempi e anche, come si giunge a comprendere nelle ultime pagine, della nostra inettitudine.
Il linguaggio sensazionalistico dei media avrebbe esasperato a tal punto i riferimenti della comunicazione quotidiana che «senza il linguaggio del trauma […] non abbiamo più niente da dire su ciò che ci circonda» (p. 9), ecco allora che «la scrittura dell’estremo è il tentativo di rimotivare a posteriori i segni vuoti in cui ci specchiamo» (p. 18) attraverso una «strategia dell’oscenità» volta a produrre «intensità affettive disturbanti» (p. 24). Sarebbe nella letteratura “di genere” e nell’autofinzione che tale scrittura dell’estremo troverebbe le sue forme congeniali e Giglioli le analizza in due sezioni autonome, per poi riunificare il discorso nelle conclusioni. Continua a leggere