Il mutamento relazionale in atto e la difficoltà di leggere

Poesia d'estate_De ChiricoEnrico Prevedello ragiona sulla difficoltà con cui ci si approccia alla letteratura durante la quarantena e sulla portata sociale e relazionale del mutamento in atto

Fin dal primo giorno di isolamento forzato ho avuto difficoltà a leggere e a scrivere. Per più di un mese ho pensato fosse un problema solo mio, ma ultimamente ho letto varie interviste in cui scrittori che ammiro hanno manifestato lo stesso sintomo, in particolare mi è stato utile l’intervento di Cristò, Zardi e Macioci: Scrivere nella pandemia. Ho pensato: se questa difficoltà a entrare in relazione con le storie è condivisa, si potrebbe cercarne la motivazione nel modo in cui comprendiamo e costruiamo il mondo delle narrazioni. Allora ho ripreso in mano la tesi di laurea del 2010 con tema “narrativa e neuroscienze” e l’11 settembre come evento criptico da decifrare attraverso l’analisi di tre romanzi americani (L’uomo che cade di Don DeLillo, Follie di Brooklyn di Paul Auster, La strada di Cormac McCarthy). In poche parole, il romanzo viene inteso come strumento cognitivo utile a comprendere la realtà perché attiva gli stessi processi neurologici con cui comprendiamo e costruiamo il mondo che chiamiamo reale. Alcuni passaggi mi sono stati utili a tentare l’interpretazione che segue.

I romanzi ci permettono di esperire versioni di mondo alternative alla nostra, attraverso la possibilità di interazione dei personaggi nell’ambiente in cui sono immersi. Penso che la soddisfazione nella lettura derivi anche dalla comprensione della differenza tra la struttura di relazioni tra noi e il mondo in cui crediamo di vivere e la struttura di relazioni del mondo-versione di un romanzo. Il senso di una storia è il risultato di una significazione metaforica tra le relazioni interne alla narrazione (azioni che i personaggi fanno o non fanno in un dato ambiente) messa in confronto con le relazioni che noi, nel nostro ambiente, possiamo fare o non fare. Credo che la difficoltà di leggere romanzi e di scriverne sia dovuta alla mancanza di una delle due parti necessarie al funzionamento della comprensione, ovvero manca la versione consolidata ed evidente del mondo in cui siamo immersi, e questo perché noi comprendiamo la nostra realtà attraverso l’interazione con essa, e non ci siamo ancora adattati al pattern di interazioni di questa nuova realtà limitata che è lo stare a casa. Siamo costretti a stare a casa per evitare il contagio di una malattia invisibile, troppo simile a un’influenza per essere rinchiusa e quindi controllata in una rappresentazione forte e autonoma, individuabile. Siamo tutti in quarantena e tutti abbiamo subito limitazioni alle nostra libertà, come se fossimo malati, anche se non lo siamo (ma lo escludiamo?): questa mancanza di un limite ci impedisce di dare una forma al fenomeno, e rischiamo che l’oggettivazione di una causa dai confini fumosi comprenda anche quello che virus non è: potremmo avere paura non solo del virus ma anche del nostro stato di quarantena, del nostro prossimo, dei bollettini della protezione civile, forse anche dei nostri corpi perché troppo corruttibili per poter tornare a far parte di una folla. Non possiamo interagire con qualcosa di cui non abbiamo riconosciuto i limiti. Dobbiamo imparare a stare a un metro di distanza, usare le mascherine, i guanti, i disinfettanti, percepiamo ogni nostro simile come un possibile pericolo, e abbiamo dovuto imparare queste nuove pratiche non dalla nostra esperienza fisica, non da interazioni ma da indicazioni che ci sono arrivate attraverso video e documenti in internet. Possiamo acquistare solo determinati oggetti in modalità limitate nello spazio e nel tempo, quando l’acquisto è una delle interazioni che più danno significato alla nostra realtà: potersi comprare certi oggetti o pagare per certe esperienze, o al contrario non poterlo fare, è uno dei modi con cui capiamo gli altri e noi stessi, è un modo per definire la nostra identità e avere informazioni su quelle degli altri; ci significa e definisce, ma in questa emergenza non possiamo utilizzarlo per comunicare agli altri questa fetta della nostra identità, e sappiamo che anche gli altri sono meno loro stessi di quanto fossero quando potevano mostrare nuovi acquisti o condividere le nuove esperienze (viaggi, aperitivi, teatro, stadio, gite in macchina).

Una grossa fetta delle interazioni umane avviene attraverso i video, che spesso ci precludono la visione del corpo intero della persona con cui stiamo parlando, e di cui quindi non possiamo vedere la posizione e i movimenti delle gambe, delle braccia; spesso vediamo solo il mezzobusto o il viso. Non ne sentiamo gli odori, non ne percepiamo il calore, e soprattutto non c’è la possibilità della vicinanza, che è una delle condizioni con cui alcuni dei nostri neuroni si possono attivare per definire quello che abbiamo di fronte e quindi come possiamo interagirci (mi riferisco ai neuroni bimodali che definiscono il nostro spazio peripersonale). Non vediamo le persone entrare e uscire dal nostro campo visivo a seguito dello spostamento del nostro o del loro corpo: sembrerà capzioso, ma vederci comparire e scomparire le persone davanti allo schermo ci sta abituando a entrare in contatto saltando la prassi motoria, e questo credo sia determinante per comprendere lo scollamento che sta dilatando i processi di significazione che abbiamo sempre utilizzato (la traduzione visuo-motoria delle interazioni) e i fenomeni che avvengono nel nostro campo di attenzione.

Quando scriviamo un romanzo lo facciamo a partire da esperienze e conoscenze pregresse; in questo come in altri casi il fare è un ri-fare, e quindi non avendo ancora compreso e fatto nostro il nuovo mondo in cui siamo immersi, non riusciamo a crearne di nuovi.

 

Enrico Prevedello fa l’insegnante di lettere alle Superiori, ha pubblicato racconti sul blog Grafemi e sulla rivista «CRACK»; assieme a Riccardo Fumagalli organizza i Racconti del Bar Z, con base alla libreria Zabarella di Padova e scampagnate in altre librerie indipendenti d’Italia.

One thought on “Il mutamento relazionale in atto e la difficoltà di leggere

  1. Giuliano Frau ha detto:

    Ho letto questo articolo, ho letto quello a sei mani di Cristò/Zardi/Macioci e, dal mio umile punto di vista vorrei provare a sovvertire il senso di astenia che permea questo blog – e non solo.
    Non mi occupo di editoria, sono un lettore puro trovatosi senza lavoro a causa dell’epidemia. Mentre ero occupato, ho impiegato più di tre mesi a leggere Anna Karenina, ricavando non tutto il piacere che avrei voluto e potuto da un indiscusso capolavoro. Poi, distacco. Sveglia, pasti, lavoro, sonno, poco altro nel mezzo e daccapo. Ma niente romanzi. Quelli, mi prosciugavano.
    Avendo riacquisito all’improvviso il controllo del 100% del mio tempo, ho voluto dare un tentativo a un romanzo di Asimov abbandonato su uno scaffale insieme a una fila intera di libri acquistati e non letti da chissà quando. Negli ultimi 40 giorni ho contato 12 romanzi terminati, 1 abbandonato, più un altro iniziato stamattina. Ho rinvigorito un’antica passione e la mia testa, con gli alti e bassi fisiologici di una vita da isolato, tutto sommato tiene botta.
    Non sto scrivendo questo commento per sentirmi dire “eh, che bravo!”, ma perché penso che stia sfuggendo un passaggio fondamentale. Vale a dire: tutt’ora stiamo vivendo una nostra storia reale, pronta a essere rimodellata in nuove forme artistiche, ed è lì, sotto il nostro naso pronta a essere manipolata.
    Prendendo ad esempio “Exit West”, il libro di Mohsin Hamid che a tutti gli effetti è una storia fittizia che descrive in maniera tremendamente credibile il contesto dell’immigrazione clandestina, eccetto un elemento – chiamiamolo “magico” – messo al servizio della narrazione.
    Veniamo a noi. Forse è un vaneggiamento, ma provate a rileggere questo post a partire dalla prima frase in grassetto presente nel testo. Non ci sarebbero tutti gli elementi di un romanzo “distopico-ma-non-troppo”?
    “Aprile 2020. L’umanità è confinata nelle proprie abitazioni per evitare il contagio di una malattia invisibile, La popolazione ha subito limitazioni alle più elementari libertà individuali, vivendo come se fosse vittima della malattia, anche se nessuno è in grado di stabilire di essere sano o infetto. Il pianeta è pervaso dalla paura. Paura del virus, dello stato collettivo di quarantena, del nostro prossimo, dei bollettini del Ministero della Salute del Governo Centrale, forse anche dei propri corpi perché troppo corruttibili per poter tornare a far parte di una comunità, di un tutto che da tempo non è più uno. Una razza disgregata. Distanze di sicurezza, mascherine, guanti, disinfettanti, sono tutte nuove pratiche derivate non da interazioni sociali ma da indicazioni arrivate in ogni casa attraverso video e documenti in internet diffusi dal Ministero della Propaganda Planetaria che controlla l’informazione a livello globale. Le interazioni umane avvengono attraverso i video, che precludono la visione di corpi interi della persona con cui si comunica. Né è possibile sentirne l’odore, o percepirne il calore, e soprattutto non c’è la possibilità della vicinanza e del contatto.”
    Questo è un buon contesto dove far navigare una storia, no? E se un protagonista, un nerd informatico con la passione del giardinaggio – mettiamo – riuscisse attraverso la creazione di un software a trasformare i pc in una “macchina dello spazio” dove i corpi possono proiettarsi in un universo fisico parallelo e incontrarsi ed essere vissuti nuovamente in una forma inedita? Non perché qualcosa non esiste non debba essere per forza reale. No?
    Non disperate, scrittori, ve ne prego. Noi lettori abbiamo tutti bisogno delle vostre storie, sia oggi che domani, fino alla prossima pandemia e ancora oltre.

    [ Un consiglio di lettura, per tutti:
    https://it.wikipedia.org/wiki/Assurdo_universo ]

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