Scrivere nella pandemia

Day and Night_Maurits Cornelis EscherÈ possibile scrivere nella pandemia? È possibile leggere? Le riflessioni di tre autori di talento: Cristò, Enrico Macioci e Paolo Zardi.

 

Qual è la morale della storia? Semplicemente questa: che uno scrittore americano a metà del ventesimo secolo è sfiancato dal tentativo di capire, descrivere e quindi rendere credibile la realtà americana che stupisce, dà la nausea, fa infuriare e finisce per creare imbarazzo a chi si trova ad avere un’immaginazione un po’ debole. L’attualità continua a mostrare i suoi talenti, e butta fuori, ogni giorno, personaggi che sono l’invidia di tutti i romanzieri.
(Philip Roth da Writing American Fiction – traduzione di Paolo Zardi)

 

Cristò:
È cominciata così: ho mandato un messaggio WhatsApp a Enrico Macioci e a Paolo Zardi; lo stesso messaggio ma separatamente. Avevo bisogno di sapere se anche loro, scrittori che stimo e soprattutto sento vicini per poetica e visione del mondo, se anche loro – dicevo – stessero reagendo come me alla quarantena nazionale derivata dalla pandemia da Covid-19.
Il messaggio era questo:

Ho un problema enorme con la scrittura.
Ho un problema proprio concettuale legato alla situazione, un problema che mi blocca totalmente non solo nell’atto della scrittura ma anche in quello della pura immaginazione.
Vengo al punto: mi sembra che qualunque storia mi venga in mente appartenga a un passato remoto. Qualunque cosa io immagini è inserito in un contesto sociale, quello di poco più di un mese fa, che mi sembra totalmente inattuale e che, sospetto e temo, sarà inattuale e obsoleto anche quando sarà finita la quarantena. Per la prima volta nella vita non ho previsioni sul futuro perché sono saltati tutti i riti e tutte le certezze. Non so come vivremo di qui a qualche mese.
Non si tratta solo di come raccontare ma anche e soprattutto di cosa raccontare. Come tutti sono tentato dal raccontare proprio la quarantena ma mi sembra un orizzonte piccolo e sterile dal punto di vista letterario. Potrei tornare indietro nel tempo (avevo pensato a un romanzo sull’infanzia) ma anche questa possibilità mi puzza di stratagemma, non ne vedo gli sbocchi. Mi sembra di essere all’inizio del tempo e che la scrittura possa essere solo fantascienza, ma una fantascienza di pura invenzione, senza un’idea della società e, quindi, anch’essa piuttosto sterile.
Insomma sono completamente bloccato: scrivere mi sembra una bestemmia.
Tu? Come la vedi?

Entrambi mi hanno risposto che anche loro non stanno scrivendo nulla. Che anche loro sono nella stessa difficoltà.
Allora abbiamo provato a tirare un po’ le somme e a buttare giù alcune riflessioni un po’ più strutturate sull’argomento che, per quanto oggettivamente marginale rispetto all’enorme crisi sanitaria ed economica che l’Italia, l’Europa, il mondo stanno vivendo, è comunque un argomento: è possibile scrivere nella pandemia? È possibile leggere?

Enrico Macioci:
Non pretendo di stabilire una norma generale, ma per me funziona così: nessun romanzo si mostra all’altezza della realtà odierna. La realtà ha superato la fantasia, l’ha soppiantata. Il mondo è cambiato all’improvviso, e tutto ciò che è stato scritto rischia d’apparire vecchio e opaco, perfino menzognero. Lasciando da parte il puro intrattenimento, mi chiedo quali saranno le conseguenze dell’impatto della pandemia sull’immaginario collettivo alla ricerca di una lettura “seria”. Un narratore nel futuro più o meno prossimo non potrà, ritengo, aggirare la questione o fingere che non sia accaduta; ma ciò non significa, al di là della prevedibile e fatua fioritura di libri sul coronavirus, che i narratori si mostreranno all’altezza della sfida. Penso all’altro novum dei nostri anni, il web, e al fatto che non ha ancora trovato una voce adeguata. I temi cosiddetti “universali” reggeranno all’urto inedito del presente? O viceversa la narrativa si vedrà costretta a inventare una nuova “zona” nella quale ciò che stiamo vivendo possegga una grammatica, una sintassi e un pensiero? O ancora, diversamente, l’avvento del coronavirus impregnerà di sé pure i temi all’apparenza distanti? Ed esistono poi davvero temi distanti da una minaccia individuale e globale, fisica e psicologica, politica ed economica? Mai come oggi, forse, la frase più rivoluzionaria della storia sembra avverarsi e spingerci a un cambio di paradigma. La pronunciò un tipo strano duemila anni fa, e recitava pressappoco: il tempo è compiuto.

Paolo Zardi:
Sebbene la pandemia sia, per noi italiani nati nella seconda metà del Novecento, una novità quasi assoluta – è vero, avevamo sentito parlare dell’ebola, qualche anno fa, e avevamo smesso di mangiare carne di mucca al sangue, e polli, e nelle aziende avevano messo l’Amuchina in tutti i gabinetti ai tempi dell’influenza suina, ma nulla era cambiato nelle nostre vite – non si tratta di un evento così raro nella storia del mondo; e anzi, con un po’ di cinismo, si potrebbe dire che questa situazione sia stata, tra alti e bassi, la norma per molti secoli. In Armi, acciaio e malattie, Jared Diamond sostiene che la comparsa delle epidemie coincide con il passaggio da una società di cacciatori e raccoglitori a una basata sull’agricoltura, che per sua natura è stanziale: nel brodo primordiale di case ammassate, nella promiscuità con animali da allevamento e montagne di feci, si sono create infinite forme di orrore – malattie che ora riteniamo, forse con un po’ di presunzione, definitivamente sconfitte. Rimangono i virus dell’influenza, che continuano a formarsi ogni anno in estremo oriente, che poi si spostano verso ovest e che raggiungono ogni angolo della Terra. Quello di quest’anno, ed è questa la novità alla quale noi contemporanei non siamo abituati, ha una percentuale di mortalità drammatica, per non dire spaventosa. Ma la paura che stiamo conoscendo ha caratterizzato tutto il nostro passato, anche il più recente, come è possibile leggere in Nemesi, ultimo romanzo pubblicato da Philip Roth prima di abbandonare le scene.
Dal punto di vista di chi scrive, ci sono sicuramente degli eventi che è impossibile eludere, quando ci si inventa una storia: per gli scrittori statunitensi, direi che l’attentato alle Torri Gemelle rappresenta un importante spartiacque; quelli parigini, credo siano stati obbligati a cambiare prospettiva dopo gli attacchi terroristici che hanno funestato il 2015 – a considerare un certo tipo di problema che prima non esisteva, e che Houellebecq, con quel misterioso potere che hanno i grandi scrittori, aveva intercettato un attimo prima che emergesse così violentemente, con il romanzo Sottomissione. L’attuale pandemia, però, ha una portata maggiore, in termini di vastità del fenomeno, di universalità, se vogliamo, per questa condivisione tra tutte le nazioni, e di durata. Ed è questo ultimo aspetto a portare i problemi più pesanti per chi sta scrivendo adesso: l’impossibilità di immaginare un orizzonte temporale dopo il quale la vita tornerà, più o meno, a quella di prima. Da un punto di vista tecnico, qualsiasi storia realistica ambientata ai giorni nostri non può andare oltre aprile del 2020; e qualsiasi storia ambientata prima assomiglierà a una di quelle foto di un anno fa dove c’è un sacco di gente abbracciata, che già adesso, dopo un mese di clausura, ci appaiono quasi inverosimili (e i sorrisi sono tutti sinistramente ignari del futuro che li aspetta). Il secondo aspetto riguarda proprio il futuro: quando arriverà, quale forma avrà? Per quanto io sia ottimista sul fatto che il capitalismo sappia tirarsi su da ogni catastrofe (una condanna che, una volta tanto, mi pare un po’ meno minacciosa), sentiamo di camminare su un terreno molliccio, instabile, che non offre punti di riferimento, una specie di palude. Come possiamo far muovere i nostri personaggi in un mondo che non conosciamo? Possiamo inventarcelo, ma a quel punto sappiamo che la nostra distopia dovrà fare i conti con una realtà che potrebbe essere peggiore delle nostre più brutte fantasie.
C’è poi un terzo aspetto, almeno per me, che ha a che fare con il sospetto che la letteratura, in un momento come questo, sia futile o perfino inutile – che da un lato sia imbarazzante inventare storie in un periodo così drammatico, e che dall’altro un romanzo non possa (ancora) fornire alcuna visione particolare su ciò che sta accadendo: che si sia troppo immersi in questo fango per poter trasfigurare la realtà, per poterla rielaborare e presentare come assoluta: nessuno scrittore, che io sappia, ha parlato della fame mentre era impegnato a cercare un pezzo di pane.
Forse, come diceva De Filippo, deve passare ’a nuttata prima che la letteratura possa smontare ciò che è successo e rappresentarlo secondo le regole, e i mezzi, che il romanzo e il racconto in generale offrono.

Cristò:
Per quanto mi riguarda è una strana sensazione: ho voglia di scrivere, di raccontare storie, ma non ci riesco. Credo che sia un problema legato proprio alla narrazione, alla possibilità di astrarsi da me stesso e calarmi in una storia. Mi sembra che manchi la base per raccontare, ossia il sistema di regole sociali, di convenzioni, di abitudini. Certo, una soluzione potrebbe essere proprio raccontare la vita in questo spartiacque e ci ho anche provato trovandomi di fronte a un problema che avevo già affrontato poco più di quattro anni fa quando, appena nata mia figlia, mi ero sentito quasi in dovere di scrivere qualcosa sulla paternità. Ecco, credo che il mio blocco attuale sia molto simile a quello di allora: la nascita di un figlio – del primo figlio – è un evento epocale, un cambio di prospettiva, un confine netto tra il prima e il dopo. Da questo punto di vista, apparentemente pretende con forza di essere narrato. Eppure è un evento epocale comune alla maggior parte delle persone e di cui non si può conoscere, nel momento in cui si vive, la reale portata. Quando si diventa genitori, da un giorno all’altro, il tempo si ferma e attende di riorganizzarsi e, in questo tempo fermo, diventa molto complicato costruire il tempo fittizio della narrazione. Lo stesso vale per la quarantena: è un evento epocale, un cambio di prospettiva, un confine netto tra il prima e il dopo ma il mio è simile a quello di milioni di persone, forse miliardi. Il tempo si è fermato per tutti contemporaneamente e, credo, sia necessario aspettare che riparta per, piano piano, vedere come si comporta.
Però, penso anche che questo sia un problema specifico della scrittura narrativa o, meglio, degli scrittori di romanzi e racconti. Non vale lo stesso, per esempio, per la poesia: diversi amici poeti non stanno avendo le stesse difficoltà. Forse, nonostante io non sia un poeta, posso capirli: in questi giorni quando ho molta voglia di scrivere e non ci riesco mi metto a suonare la chitarra o il pianoforte e quella voglia riesce a tramutarsi in armonia o melodia meglio del solito.
Forse alcuni linguaggi riescono più di altri a descrivere il presente senza preoccuparsi del passato e del futuro?

Prima di presentarvi brevemente i tre autori di questo post, aggiungo soltanto che ho ridestato Vita da editor dal torpore il 22 marzo scorso aprendolo a contributi altrui per una ragione semplice: mi sto interrogando anche io su quale sia il compito di un editore, di chi ama la letteratura in questo frangente. Non ho trovato una risposta, ma il desiderio di rendere questo blog un luogo di scambio, di confronto, tra persone che hanno una sensibilità affine alla mia e la capacità di creare con le parole delle isole di terraferma sulle quali fermarsi a riflettere in queste acque agitate.

Cristò lavora in una libreria, suona il pianoforte e ha già pubblicato: Come pescare, cucinare e suonare la trotaL’orizzonte degli eventiThat’s (im)possible, La carne. Con TerraRossa Edizioni sono usciti gli ultimi due romanzi, Restiamo così quando ve ne andate La meravigliosa lampada di Paolo Lunare.

Enrico Macioci è autore della raccolta di racconti Terremoto (Terre di mezzo) e dei romanzi La dissoluzione familiare (Indiana), Breve storia del talento (Mondadori), Lettera d’amore allo yeti (Mondadori) e Tommaso e l’algebra del destino (in uscita per SEM).

Paolo Zardi ha pubblicato con Neo Edizioni le raccolte di racconti Antropometria, Il giorno che diventammo umani, La gente non esiste e i romanzi XXI secolo (finalista al Premio Strega) e La Passione secondo Matteo; per Feltrinelli Il principe piccolo, La nuova bellezza, Tutto male finché dura; per Chiarelettere L’invenzione degli animali. Il suo blog personale si chiama Grafemi.

8 thoughts on “Scrivere nella pandemia

  1. Riccardo Sapia ha detto:

    Macioci, come al solito, spacca. Con lui la parola è diretta, cruda e, in epoca di covid 19, assolutamente inefficace.

  2. Lucy the Wombat ha detto:

    Credo che questo sia il tempo della grande poesia.

  3. mirella alfarano ha detto:

    Mi chiamo Mirella Alfarano. Da anni ricevo i vostri articoli che leggo sempre con molto interesse. Quattro anni fa ho scritto una raccolta di racconti intitolata “Il privilegio di esistere”(si trova online), Sono stata colpita da questo articolo perché anch’io vorrei scrivere di questi giorni terribili ma sono bloccata. Spero di riuscirci presto….

  4. Giovanni Benzi ha detto:

    Forse il silenzio, ora, può essere una buona idea. Ma le storie, tra le altre cose, possono immaginare vie d’uscita possibili, ipotizzare traiettorie, dipingere scenari. Allenarci, in qualche modo, a quel qualcosa che verrà. Chi racconta storie, secondo me, ha oggi un compito importante: trovare le parole.

  5. ornella_spagnulo ha detto:

    Leggevo sui Social che anche Aldo Nove dice di avere difficoltà a leggere. Certo, adesso ci può sembrare di trovarci in mezzo al nulla per cui a chi scrivere? Su cosa scrivere fingendo che questa situazione non esista?

  6. […] momento per scrivere racconti e romanzi? Se lo sono chiesti Cristò, Enrico Maciochi e Paolo Zardi sul blog Vita da editor. Certo abbiamo tutti più tempo a disposizione, ma è un tempo segnato, inevitabilmente, dagli […]

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