LA STRADA di Cormac McCarthy e le parole che portano il fuoco

the-road_filmUna riflessione di Emma Cannavale che parte dalla Strada (Einaudi) di Cormac McCarthy per ragionare sull’importanza delle parole e della scrittura

Poco prima che il mondo cambiasse all’improvviso, poco prima che ci trovassimo a fare i conti con una realtà delle cose assai poco reale e assolutamente inedita, poco prima di vivere una condizione esistenziale anomala della quale sfugge il senso, non solo di quanto sta accadendo ma anche di come lo si sta raccontando, avevo proposto di leggere La strada di Cormac McCarthy al gruppo di lettura che si tiene mensilmente da tre anni alla Libreria Campus di Bari.
Il romanzo di McCarthy è un’apocalisse desolata; un paesaggio di cenere, fame e solitudine nel quale un padre e un figlio spingono un carrello della spesa in un mondo di pioggia nera, alberi scheletrici e rovine fumanti. Un silenzio cattivo in cui si aggirano branchi di individui resi bruti dall’istinto di sopravvivenza fine a se stesso, dal freddo e dalla paura; nutrono se stessi di una violenza cannibale, si aggirano in un mondo senza scampo.
Il padre e il figlio sono in marcia, verso sud, verso il mare, verso qualsiasi salvezza possibile, o anche solo immaginabile; e questa liberazione che si rincorre non è un futuro nel quale scommettere, è il salvarsi ogni giorno. Conducono una vita allo stato grezzo, essenziale, ferina, difesa con una pistola e vissuta tra teli di plastica e coperte.
Le ultime pagine di un libro che sembra senza speranza invitano a resistere, e il bambino diventa una invocazione intangibile in un mondo sconsacrato, si trasfigura in speranza, in luce.

Sì, ce la caveremo.
E non succederà niente di male.
Esatto.
Perché noi portiamo il fuoco.
Sì. Perché noi portiamo il fuoco.

La scrittura di McCarthy è asciutta, quasi arida come i paesaggi che descrive; essenziale e scarna, eppure potentemente evocativa, capace di riportare l’eco smorzata dei gemiti e delle grida, pur non urlando mai.
Ogni parola è perfetta, aderente, precisa.

Se si vive un’apocalisse le parole ci restituiscono stabilità.
In questi giorni surrealmente statici e insieme convulsi cerco sollievo e consolazione, come al solito, come sempre, nei libri.
Ciò che ci resta della vita con gli altri, delle relazioni, è stato rinchiuso in una bolla di ipertrofia mediatica, ridondante di post, articoli, servizi televisivi, bollettini e conferenze stampa.
Tutto ciò che leggo, fuori dai libri, non è scrittura.
Perché per reggere sulla schiena una società terrorizzata, addolorata, sofferente, e non sempre capace di capire e comprendere quello che accade intorno, occorrono parole oneste, ovvero l’onestà delle parole. Che consiste nell’aderenza a ciò che de-finiscono, nella precisione della de-terminazione degli eventi intorno, nella sincerità.
Definire significa tracciare dei contorni, in modo che non sfugga nulla; determinare sembra un sinonimo, ma aggiungerei che significa mettere a fuoco nitidamente ciò che si è circoscritto.
La strada_McCarthy_copertinaNell’apocalisse di McCarthy non vengono mai pronunciati nomi, permangono solo i ruoli (il Padre, il Figlio); non c’è una storia ma un tempo livido e congelato, senza passato né futuro.
È un mondo senza colore, disvelato nella sua nudità più cruda, perché colore e celare hanno la stessa radice latina, si usa il chiasso dei colori anche per coprire, occultare, nascondere. Tuttavia, per quanto livido, è un mondo sincero: il termine sincerità ha un etimo bellissimo, richiama la necessità di guardare alle cose sine cera. La cera veniva utilizzata per sanare le crepe degli oggetti in ceramica sin dall’antichità: ecco, chi scrive parole sincere ha il dovere di grattare via tutto ciò che ricopre e guardare, dire, le rotture, le ferite, anche ciò che si è danneggiato, così com’è, insomma, senza edulcorazioni.
E solo chi le maneggia quotidianamente e le ha studiate e lette e usate da sempre, sa come offrirle.
Prima di scrivere, qualsiasi cosa in qualunque modo, occorre saper distinguere le forme e conoscere alla perfezione l’arte di descriverle. Poi si può anche decidere se restare nel bianco e nero o sfruttare le variopinte sfumature polisemiche che le parole possono raffigurare.
Infatti sanno anche giocare con la realtà, creare universi paralleli, offrire vite alternative e universi di finzioni che abitiamo e che solo chi sa usarle può svelare nelle loro consapevoli menzogne. Esse possono cambiare il mondo, e non è propaganda né intellettualismo; perché quanto più lo raccontiamo scrupolosamente, tanto più ne comprendiamo i meccanismi e gli ingranaggi.
E quanto più si conosce e si sperimenta il linguaggio, tanto più ci avviciniamo al nostro autentico raccontarci, e solo allora smettiamo di parlare, per finalmente viverci. Il linguaggio è il nostro peccato originale, la nostra dannazione e il nostro miracolo.
Dunque è anche vero, verissimo, che la narrazione INVENTA, certo che sì.
Ma non mente.
Mai.
Sono le parole il fuoco che portiamo.

 

Emma Cannavale insegna storia e filosofia in un liceo scientifico barese e anima diverse delle iniziative letterarie della Libreria Campus di Bari; è coautrice del blog ApoTeche – La Farmacie Letteraria (su Instagram @apotechefarmacialetteraria).

2 thoughts on “LA STRADA di Cormac McCarthy e le parole che portano il fuoco

  1. salomé alexandra ha detto:

    La strada è un racconto magnifico e raro, che parla pochissimo ed è per quello che dice tantissimo.Questo racconto sembra un film però con i pensieri nascosti svelati, sebbene con pudore. La strada è unico perché è semplice, niente di troppo ed è per quello che a imitarlo non mi pare possibile come ha voluto fare Casey Afleck con il suo film ” Light of my life”. salomé alexandra

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