LEGGENDA PRIVATA di Michele Mari, recensione

Laggenda-privata-Michele-Mari-Einaudi-recensioneUn’autobiografia romanzata in cui confluiscono realtà e fobie: Leggenda privata di Michele Mari

Vien da chiedersi se con le prime pagine di Leggenda privata (Einaudi), così immaginifiche e a tratti manierate, Michele Mari abbia voluto creare una soglia oltre la quale chi non conosce già le sue opere potrebbe non spingersi, come a tutelare quanto d’intimo rivelano le successive, in cui la scrittura preserva la letterarietà e la carica inventiva, ma senza più farsi oscura – anche perché il lettore ha iniziato a comprendere chi siano le oscure presenze in cui si è imbattuto. Sì, perché Leggenda privata è un’autobiografia popolata di mostri, quelli che una mente inquieta come quella dell’autore ha generato sin dalla giovinezza e che ne hanno condizionato pensieri e azioni come e più delle persone reali: sono loro a pretendere questa confessione narrativa e ne vien fuori, come Mari stesso promette, «un romanzo triste/angosciato e dunque caratterizzato da una certa quota di divertimento e di virtuosismo». Insomma l’ennesima prova che abbiamo a che fare con uno dei migliori scrittori italiani contemporanei, capace di osare percorsi inediti e di confrontarsi con una moltitudine di stili e generi, anzi intenzionato a rilanciare sempre la sfida: «il mio lievito romanzesco è nella forma, non nei fatti».
Non si creda però che il tutto si riduca a un esercizio di bravura, perché Mari riesce ad affastellare i suoi ricordi-feticci in una struttura romanzesca, dalla forte componente autobiografica ma programmaticamente parziale: «avete la casa in cui si è reificata la mia infanzia, l’adolescenza, il sesso mancato e dunque il sesso più vero, la lettura e la scrittura, la misantropia e la nevrosi, l’arresto del tempo, il ripiegamento: la solitudine. Ed i fantasmi».
Il nucleo fondante, come nella splendida raccolta di racconti Tu, sanguinosa infanzia, è la giovinezza, un’età carica di turbamenti, soprattutto per chi come il narratore, oltre che con una precoce e insana capacità di autosuggestionarsi, deve fare i conti con una madre votata all’infelicità e con un padre ingombrante e autoritario, Enzo Mari: noto designer, che ha portato a compimento la scalata sociale intrapresa dal padre, arcigno pugliese trapiantato a Milano. Accanto ai genitori, compaiono la sorella, gli zii, i quattro nonni, ma anche personaggi noti, come Enzo Jannacci o Eugenio Montale e Dino Buzzati, amici questi ultimi del nonno materno e il secondo anche compagno di escursioni montane della madre, quando ancora il suo carattere umbratile non aveva preso il sopravvento.
Procedono in parallelo il dialogo del narratore con le macabre figure che popolano la sua fantasia e giudicano via via quanto va raccontando e la ricostruzione memoriale del suo vissuto, arricchita da numerose foto; la forza innegabile di Leggenda privata deriva proprio dalla commistione inevitabile dei due piani, storico e creativo: «Tolti alcuni puerilia, ho incominciato a scrivere seriamente nella tarda adolescenza: da allora mi sono pensato come uno che scrive quello che vive e che vive per poterlo scrivere, sicché ogni debolezza (tutta a carico della vita) si trasformava immediatamente in forza». Ma è lo stesso Mari a precisare che questa pratica non è affatto un adeguato risarcimento: «[…] tutta quella pena e quel turbamento diventano letteratura: ma a starci dentro garantisco che non lo erano, letteratura»; ancora, poche pagine dopo: «Fuggire dai piccoli orrori della vita, fuggire dalla famiglia per essere ghermiti dai demoni non è un grande affare […]». Verrebbe però da augurargli nuove ossessioni insieme alle perduranti, se da queste scaturiscono le sue opere, non fosse che di mostri che popolano la sua esistenza ce ne sono fin troppi perché a questi possano aggiungersi i suoi lettori.

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