Intervista a Federica Aceto, traduttrice di Lucia Berlin e di Don DeLillo

Lucia Berlin, scrittriceNel 2016 sono state pubblicate ben sette traduzioni di Federica Aceto, tra cui Zero K, e su Satisfiction ha già raccontato il suo rapporto con la scrittura di Don DeLillo. Qui viene invece intervistata, oltre che sulla sua attività, su La donna che scriveva racconti di Lucia Berlin: una splendida raccolta di racconti, quasi tutti narrati in prima persona, che traggono ispirazione dalla travagliata esistenza dell’autrice, sino quasi a comporre una suggestiva autobiografia romanzata. Tra i quarantatré testi che compongono il volume pubblicato da Bollati Boringhieri ce ne sono diversi, come Fammi un sorriso, Morsi di tigre o Manuale per donne delle pulizie, che non sfigurerebbero in un’antologia delle migliori short stories in lingua inglese; la Berlin ha la stessa abilità tecnica della Munro, della Hempel o di Carver nel raffigurare con poche frasi la parabola di intere vite o alcuni momenti epifanici, ma in più manifesta una delicata empatia per i suoi personaggi, così fragili e simili a lei, che fa emozionare e sentire vulnerabile lo stesso lettore.

La donna che scriveva racconti è stata la tua prima traduzione per Bollati Boringhieri: sei stata tu a proporgliela o è stata la casa editrice ad affidartela?
Me l’hanno proposta loro. Non conoscevo l’autrice e sono rimasta folgorata. Non sarò mai abbastanza grata a Bollati Boringhieri e al destino per aver scelto proprio me per tradurre i racconti di Lucia Berlin.

La donna che scriveva racconti, Lucia Berlin, copertinaQuella della Berlin è una scrittura che coniuga emotività e minimalismo, autobiografia e reinvenzione romanzesca: quali difficoltà specifiche hai affrontato durante la traduzione?
Premesso che i libri ben scritti e in genere i testi di autori consapevoli dei propri mezzi sono più facili da tradurre, la difficoltà è stata quella di non dire troppo, di non disturbare il perfetto equilibrio di una scrittura così profonda, matura e umana.

A che tipo di lettore consiglieresti La donna che scriveva racconti e cosa gli diresti per convincerlo?
Lo consiglierei ai lettori come me, che hanno poca pazienza e che non si fanno remore ad abbandonare i libri: Lucia Berlin non l’abbandoni e non te la dimentichi.

Qual è stato il tuo percorso accademico professionale?
Mi sono laureata in Lingue e letterature straniere moderne all’Istituto Universitario Orientale di Napoli, ho conseguito un master in Letteratura anglo-irlandese allo UCD di Dublino e un altro in Mediazione linguistica e culturale a Roma Tre. Ma non credo che questo sia indicativo. Sono finita a tradurre libri quasi per caso. Oggi, col senno di poi, mi sembra che tutto abbia avuto un senso. Ma mentre percorrevo (e abbandonavo) strade a volte totalmente sconnesse non sapevo benissimo cosa stavo facendo e perché.

Hai tradotto diverse opere per minimum fax, Einaudi, Feltrinelli, Rizzoli: come si è instaurata la collaborazione con queste case editrici e perché in alcuni casi si è interrotta?
Con minimum fax perché ho fatto uno stage da loro nel lontano 2003. Con Feltrinelli perché per un breve periodo Ali Smith, che avevo tradotto per minimum fax, era passata con loro. Con Einaudi perché una collega che non poteva tradurre un libro ha suggerito il mio nome e con Rizzoli non lo so, non lo ricordo, potrei aver mandato un curriculum.
I rapporti con le case editrici si interrompono per i più svariati motivi e non è escluso che a un certo punto possano riprendere. A volte succede anche che un traduttore e una redazione abbiano due modi diametralmente opposti di concepire il lavoro e quindi per un po’, o per sempre, non si lavora più insieme. È normale, umanissimo, fa parte del gioco.

Federica Aceto, traduttrice, intervistaDiversi professionisti traducono scrittori dallo stile abbastanza simile o che rientrano tutti in determinati filoni narrativi, tu invece ti sei occupata di autori molto diversi tra loro (oltre a DeLillo e alla Berlin, Martin Amis, James Graham Ballard, Kerry Hudson, Ali Smith, per citarne alcuni): è stata una tua scelta?
Sì. Di solito se decido di non tradurre un testo è perché non ho tempo e/o perché non ci si mette d’accordo sul compenso. Mi piace tradurre i testi più svariati, mi aiuta a crescere professionalmente e a non annoiarmi.

Un po’ di tempo fa si è molto dibattuto sulla difficoltà dei traduttori di riscuotere i propri compensi: è un problema ancora attuale? Riesci a vivere solo di traduzioni?
Il problema è purtroppo ancora attuale, anche se forse oggi gli editori si vergognano un po’ di più rispetto a un tempo di fare certi discorsi sulla passione e la gente che sarebbe disposta a lavorare gratis per loro. Il lavoro va pagato sempre, punto. È una questione di dignità. Se non paghi chi lavora per te non c’è passione, missione o visione che tenga: sei un imbroglione.
Personalmente non riesco a vivere di sola traduzione, non mi concederebbero mai un mutuo, per dire. Ma c’è gente che ci riesce, anche se in Italia è oggettivamente complicato.

Tra i romanzi pubblicati negli ultimi mesi, di quali ti sarebbe piaciuto occuparti? Hai altre opere in traduzione al momento?
Non so rispondere alla prima domanda. Ma in generale ci terrei tanto a tradurre un autore della Repubblica d’Irlanda. Ho vissuto a Dublino per tanti anni, è la mia seconda casa, l’inglese irlandese è il mio inglese e non mi capacito di non aver mai tradotto un autore irlandese.
Al momento sto traducendo due libri The Mighty Franks di Michael Frank per Einaudi e The Wangs vs the World di Jade Chang per Ponte alle Grazie, quest’ultimo insieme a una stimata collega, Sara Sedehi. E più vado avanti e più mi chiedo perché gli editori siano così restii ad assegnare le traduzioni a due persone. In due, se c’è sintonia, si lavora meglio, ci si rivede a vicenda, si consegna un lavoro di qualità mediamente migliore. E per dopo l’estate ho Autmn di Ali Smith per Sur.

Tra gli ultimi romanzi da te tradotti Wintering di Peter Geye per Einaudi Stile Libero e The Wolf Border di Sarah Hall per Mondadori: ci diresti qualcosa a riguardo?
Dentro l’inverno di Peter Geye e La terra dei lupi di Sarah Hall sono usciti tra marzo e aprile. Sono due romanzi e due scritture per molti versi molto simili: natura selvaggia, solitudine, introspezione.

Qui tutte le interviste ai traduttori pubblicate su Vita da editor:
https://giovannituri.wordpress.com/category/professione-traduttore/

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One thought on “Intervista a Federica Aceto, traduttrice di Lucia Berlin e di Don DeLillo

  1. […] ma occorre assolutamente menzionare anche Il paradiso degli animali di David James Poissant (NN) e La donna che scriveva racconti di Lucia Berlin (Bollati Boringhieri). Ci sono, poi, piccole case editrici che sempre più spesso […]

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