Intervista ad Andrej Longo – Professione scrittore 20

Andrej LongoL’altra madre è l’ultima opera di Andrej Longo, pubblicata da Adelphi così come i racconti Dieci (che hanno ottenuto diversi riconoscimenti, tra i quali il Premio Chiara) e i romanzi Chi ha ucciso Sarah? e Lu campo di girasoli. Il suo esordio è del 2002 con Più o meno alle tre (Meridiano zero), a cui è seguito Adelante (Rizzoli).
L’altra madre intreccia nel momento più drammatico le esistenze di due personaggi: Genny, un bravo ragazzo che cerca di sottrarsi senza successo alle insidie della periferia napoletana, e Irene, poliziotta integerrima che dovrà fare i conti con una sofferenza e una rabbia senza eguali. È una storia su come il dolore possa innescare reazioni incontrollate, sulla facilità con la quale possa essere varcato il limite tra bene e male ma resti sempre possibile scegliere tra i due.

Da quali spunti narrativi e suggestioni hanno preso forma la storia e i protagonisti de L’altra madre?
La risposta non è semplice, perché tu mi chiedi l’origine stessa del processo creativo. Sono brandelli d’immagini che si sovrappongono e si confondono: un ragazzo a bordo di un motorino che porta i caffè tra i vicoli della Sanità. Una donna che grida affacciata a una finestra. Un cane che abbaia nella notte. Sono parole che tornano alla mente. Tre righe di cronaca. Un’inquietudine che all’improvviso si mette a camminare al mio fianco. Un dolore intollerabile. Un amore infinito che temi possa finire. Ecco, io ancora non lo so, ma da qualche parte, dentro di me, c’è già una storia che ha cominciato a prendere forma. Chissà quando e dove è iniziato tutto. Forse in quel documentario sull’amore che realizzai anni fa. O nel racconto muto di una donna anziana che raccoglieva oggetti per sopravvivere al suo dolore e al suo senso di colpa. O forse è in quel ragazzetto che lavorava con me in pizzeria e che ogni giorno mi raccontava brandelli della sua vita di periferia. Forse nello sguardo disperato di un amico che aspetta la morte senza ancora saperlo. Forse nel sorriso di una donna che dorme per terra accanto al suo bambino. Tutto si fonde nella creazione, alla ricerca di una risposta, di un perché, di una rivelazione. Che a volte, ed è sempre una sorpresa, si materializza in un romanzo o in una raccolta di racconti.

Andrej Longo, L'altra madre (Adelphi)Anche L’altra madre è ambientato a Napoli e conferma la tua capacità di plasmare un linguaggio composito dalla marcata sonorità campana; eppure, a dispetto delle origini ischitane, da diversi anni vivi lontano dalla tua regione d’origine. Come mai le tue storie continuano ad avere un’ambientazione prevalentemente partenopea? L’utilizzo di uno stile contaminato anche nelle parti narrate in terza persona è solo una scelta espressiva?
Il richiamo dell’“altra madre”, Napoli, si fa sempre più imperioso. Lì ci sono le radici. C’è la linfa vitale che scorre. C’è il battito d’ali dell’anima.
 Per quanto riguarda lo stile, invece, era da tempo che cercavo una storia da poter raccontare in terza persona manipolando la lingua. Una terza persona che, nella foga del racconto, si trova costretta, proprio per quella frenesia di raccontare, a mescolare italiano e napoletano. Una terza persona legata più alla tradizione orale che all’onniscienza del narratore moderno.

Le tue ultime opere erano uscite a due anni di distanza l’una dall’altra, in questo caso ne sono trascorsi cinque: come mai? Quanto ti ha condizionato l’essere tornato a dedicarti con costanza alla scrittura teatrale?
Il teatro non ha molto peso in questo. Più banalmente, tre anni fa avevo terminato un altro libro. Ma secondo l’Adelphi non era un lavoro abbastanza valido. Nell’impeto del momento ho pensato di cercare un’altra casa editrice. Poi ho preferito lasciar passare qualche mese e rileggerlo a sangue freddo.
Adelphi non aveva tutti i torti.
Detto questo la creatività, almeno la mia, dipende dalla vita, da quello che mi capita, da quello che vivo, che leggo, che imparo, che conosco. A volte c’è perfino qualcosa di meglio da fare che scrivere un libro. Perciò, chi lo sa, il prossimo forse lo scriverò fra altri cinque anni, o invece magari lo sto già scrivendo.

Emerge con forza anche in questo romanzo il desiderio di sensibilizzare alla responsabilità individuale: la letteratura deve porsi altri obiettivi oltre a quello dell’intrattenimento?
Nel momento in cui la letteratura si pone degli obiettivi di questo tipo è destinata a fallire.
Lo scrittore non deve scrivere per ammonire o arringare le folle. Lo scrittore racconta più umilmente quello che vede, quello che sa, quello che immagina, quello che sente, quello che per lui è degno di essere raccontato.
In maniera onesta.
E quando questo succede, capita a volte che una storia diventi un capolavoro. Capace di farci riflettere. Fino al punto da mettere in discussione le nostre convinzioni più solide. Ribaltando perfino la nostra visione del mondo.
In ogni caso, sempre a parer mio, se la scrittura ha un compito è quello di seminare dubbi, non certezze.

Hai ancora l’abitudine di appuntare le idee su dei pizzini? Qual è il tuo “metodo di scrittura”?
Sono pieno di pizzini. Foglietti di carta che s’infilano da ogni parte. E che a volte rileggendo non riesco neanche più a comprendere. Da un po’ di tempo ho anche la brutta abitudine di prendere appunti con il cellulare.
L’anno scorso ho perso il cellulare a mare. E in un colpo solo sono andate a fondo chissà quali meravigliose idee. A parte gli scherzi, l’abitudine di appuntare idee non mi abbandonerà mai.
Per quanto invece riguarda il metodo di scrittura di solito scrivo di getto senza avere troppo chiaro il seguito della storia che sto immaginando. Di solito. Per L’altra madre, invece, ho seguito il procedimento inverso, stabilendo in maniera dettagliata, prima di cominciare a scrivere, la trama e i personaggi.
I metodi sono validi tutti e due, e di certo ce ne saranno altri. L’importante, però, è avere qualcosa che valga la pena essere raccontato.

Raccontaci il tuo percorso editoriale da Meridiano zero ad Adelphi, passando per Rizzoli.
Nell’estate del 2001 lavoravo in un ristorante. Intanto Lucy, adorabile compagna, si ostinava a spedire i miei manoscritti alle più svariate case editrici (allora si usavano le raccomandate e la spesa non era indifferente).
L’11 settembre cadono le Torri Gemelle. Suggestionato dall’ambiente in cui lavoravo, in poco tempo scrivo Più o meno alle tre, una raccolta di racconti ambientati a Napoli all’ora dell’attentato in America. Stavo ancora scrivendo l’ultimo racconto, quando mi chiama Marco Vicentini (grande scopritore di talenti) di Meridiano Zero. Era interessato a uno dei manoscritti che gli era arrivato. Poi saltano fuori questi racconti che stavo ultimando. E lui mi chiede di leggerli. Una settimana dopo mi dice che vuole pubblicarli.
Non passa nemmeno un anno. Mentre il libro esce io scrivo Adelante, un romanzo breve, leggermente grottesco. Vicentini non è convinto. Probabilmente non è il suo genere. Ma durante la presentazione a Milano di Più o meno alle tre, un giovane lettore di Rizzoli, Michele Rossi (oggi uno dei responsabile del settore narrativa di Rizzoli), mi chiede di leggere questo inedito a cui avevo accennato.
E così Adelante viene pubblicato da Rizzoli.
Ancora qualche anno ed ecco Adelphi. Ma la storia di Adelphi è così gustosa e interessante che te la racconto la prossima volta.

Quando e perché hai deciso di affidarti a un’agente letteraria (Kylee Doust)?
Kylee l’ho incontrata dopo l’uscita di Adelante. I miei libri le erano piaciuti e così si è proposta come agente. Di lei mi piacque subito la schiettezza e l’autoironia.
Per un po’ provò a vendere le cose che avevo scritto, ma il risultato fu deludente (forse anche per la mediocrità dei miei scritti).
Visto l’esito negativo della collaborazione, decidemmo amichevolmente di proseguire ognuno per la sua strada.
Quando però scrissi Dieci e fece capolino Adelphi, fui io a richiamare Kylee e a chiederle di rappresentarmi. Non avevo nessuna voglia di mescolare la burocrazia dei contratti, all’aspetto creativo della scrittura.
Kylee è stata la mia agente per otto anni.
Da qualche mese, però, ha deciso di tornare a vivere in Australia. Con lei è partita anche un’amica.
Non credo che cercherò una nuova agente. Almeno per l’Italia. Però, come nel film in cui Sean Connery torna a vestire i panni di James Bond, ‘mai dire mai’.

Non sei presente su nessun social network, una scelta ormai abbastanza inconsueta tra gli scrittori: da cosa è determinata?
Quando arrivo alla fine della giornata c’è sempre qualcosa che ancora vorrei fare: leggere un articolo di giornale messo da parte, andare a correre mentre il sole tramonta, vedere un film che da tanto volevo vedere, provare una nuova ricetta, mettere ordine a tutte le idee che s’inseguono nella mente, cominciare a studiare il greco moderno, o più semplicemente passare mezz’ora a guardare il mare senza fare niente… perciò, quel poco di tempo che rimane alla fine della giornata, preferisco passarlo a chiacchierare con qualcuno, ma qualcuno che posso guardare negli occhi, di cui posso sentire la voce e di cui posso sfiorare la mano.

Tra le opere lette di recente, quali sono quelle che hai apprezzato maggiormente?
Le mie letture sono per fortuna confuse e non seguono che il desiderio, la curiosità e a volte la casualità. Ricordo volentieri Antigone a Scampia di Serena Gaudino; L’epoca delle passioni tristi di
Benasayag e Schmit; Sottomissione di Houellebecq; e l’irresistibile Non scendete a Napoli di Pascale.

Qui tutte le interviste della rubrica Professione scrittore:
https://giovannituri.wordpress.com/category/professione-scrittore/

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One thought on “Intervista ad Andrej Longo – Professione scrittore 20

  1. Molto interessante; di Longo ho letto i racconti, “Dieci” che ho trovato molto pregnanti. I titoli dei dieci capitoli, i Comandamenti, già ti proiettano verso una narrazione che non lascia scampo. Il numero uno, è un pugno nello stomaco. Ma non è il solo. Che dire dell’8? Da leggere, assolutamente. Li avevo letti subito appena usciti e ora è tempo di leggere anche altro di questo meritevole autore.

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