Ecco i migliori blog letterari italiani (1)

literay blogSempre più spesso lo spazio della critica letteraria si è spostato dalla carta stampata al web, dove non ci sono limiti di battute, né costi tali da richiedere investimenti promozionali da parte di aziende e marchi editoriali – di cui si vanno poi a sponsorizzare i testi con pretestuose recensioni. Certo, la democraticità della rete concede la parola anche a chi non ha gli strumenti per esprimere giudizi significativi, ma nel tempo si è andata definendo una costellazione di blog collettivi in cui la discussione su argomenti letterari è spesso seria e approfondita. Qui di seguito il primo di tre post in cui i loro ideatori ci raccontano come questi siti siano nati, cosa li caratterizzi e quanti siano i collaboratori. Continua a leggere

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Piccoli editori con grandi idee

editoria indipendente_effequ_quodlibet_scrittura&scrittureProsegue il percorso di scoperta della piccola editoria e giunge alla terza tappa; a raccontarci il progetto delle loro case editrici questa volta sono Francesco Quatraro per Effequ, Manuel Orazi per Quodlibet, Chantal Corrado per Scrittura & Scritture. Continua a leggere

Intervista a Leonardo G. Luccone: editor, agente letterario e curatore di SARÀ UN CAPOLAVORO, raccolta di lettere di Fitzgerald

Sarà un capolavoro, Fitzgerald, a cura di Luccone, copertinaSarà un capolavoro è una raccolta di lettere di e per Francis Scott Fitzgerald che, insieme alle note di Leonardo G. Luccone, compongono una biografia dettagliata dello scrittore e consentono di seguire il tormentato processo creativo delle sue opere, offrendo anche un disincantato spaccato del mondo culturale ed editoriale degli Stati Uniti nella prima metà del ’900. Emerge il profilo di un autore dall’animo umbratile e dallo stile di vita sregolato, tormentato dai debiti, ma allo stesso tempo consapevole del proprio talento, puntuale revisore di se stesso e lettore attento degli scritti altrui, capace di slanci generosi e risentite stoccate tanto verso i colleghi (in particolare l’amico-rivale Hemingway) quanto nei confronti della sua odiata e adorata compagna, Zelda. Di tradurre le lettere se n’è occupato Vincenzo Perna, mentre a curare l’opera è stato Leonardo G. Luccone, titolare dell’agenzia letteraria Oblique: ne ho approfittato per intervistarlo sia su questa pubblicazione edita da minimum fax sia sul suo lavoro.

Come nasce Sarà un capolavoro – Lettere all’agente, all’editor e agli amici scrittori? Hai proposto tu l’idea a minimum fax o sei stato contattato dalla casa editrice?
Lavoravo alle lettere di Fitzgerald da qualche anno e ho proposto a Giorgio Gianotto, il direttore editoriale di minimum fax, di progettare una specie di biografia di Fitzgerald attraverso la corrispondenza e i diari. Mi sono reso conto che era possibile raccontare questo grande autore da un altro punto di vista. Ne viene sovvertita la sua immagine istituzionale. Fitzgerald si è consumato nella scrittura. Eccessi e stravaganze sono una componente minoritaria della sua vita, è la buccia. Il libro mostra uno scrittore consapevole del funzionamento della macchina editoriale, un uomo fragile che diventa vittima dell’architettura che aveva messo in piedi. Nelle lettere scorre la preoccupazione per l’inefficacia dei suoi scritti e per la mancanza di soldi. Un assillo che lo spinge a chiedere continui prestiti al suo agente e al suo editor. Poi c’è il padre e il marito cinico e dolcissimo, geloso e vendicativo. Continua a leggere

Intervista a Federica Aceto, traduttrice di Lucia Berlin e di Don DeLillo

Lucia Berlin, scrittriceNel 2016 sono state pubblicate ben sette traduzioni di Federica Aceto, tra cui Zero K, e su Satisfiction ha già raccontato il suo rapporto con la scrittura di Don DeLillo. Qui viene invece intervistata, oltre che sulla sua attività, su La donna che scriveva racconti di Lucia Berlin: una splendida raccolta di racconti, quasi tutti narrati in prima persona, che traggono ispirazione dalla travagliata esistenza dell’autrice, sino quasi a comporre una suggestiva autobiografia romanzata. Tra i quarantatré testi che compongono il volume pubblicato da Bollati Boringhieri ce ne sono diversi, come Fammi un sorriso, Morsi di tigre o Manuale per donne delle pulizie, che non sfigurerebbero in un’antologia delle migliori short stories in lingua inglese; la Berlin ha la stessa abilità tecnica della Munro, della Hempel o di Carver nel raffigurare con poche frasi la parabola di intere vite o alcuni momenti epifanici, ma in più manifesta una delicata empatia per i suoi personaggi, così fragili e simili a lei, che fa emozionare e sentire vulnerabile lo stesso lettore.

La donna che scriveva racconti è stata la tua prima traduzione per Bollati Boringhieri: sei stata tu a proporgliela o è stata la casa editrice ad affidartela?
Me l’hanno proposta loro. Non conoscevo l’autrice e sono rimasta folgorata. Non sarò mai abbastanza grata a Bollati Boringhieri e al destino per aver scelto proprio me per tradurre i racconti di Lucia Berlin. Continua a leggere

Intervista a Claudio Morandini, autore di NEVE, CANE, PIEDE e LE PIETRE – Professione scrittore 23

Claudio MorandiniSono stati entrambi pubblicati da Exòrma gli ultimi due romanzi di Claudio Morandini: Neve, cane, piede e Le pietre. Il primo trova un sorprendente equilibrio tra i toni cupi del noir e quelli più lievi della novella: è la storia di un misantropo che non tollera altra compagnia oltre a quella di un cane e che, con il disgelo primaverile, troverà una macabra sorpresa dinanzi al suo rifugio montano. Nelle Pietre, invece, il tono prevalente è quello ironico con cui il narratore, che spesso parla a nome della comunità, racconta come abbia avuto inizio e con quali conseguenze un inspiegabile fenomeno: il progressivo animarsi e proliferare delle migliaia di pietre che caratterizzano il paesaggio di Sostigno, il villaggio a valle, e Testagno, quello a monte dove prima ci si trasferiva in estate e ora molto più spesso.
Prima di queste due opere, Morandini ha pubblicato diversi romanzi con altri piccoli editori: Nora e le ombre (Palomar), Le larve (Pendagron), Rapsodia su un solo tema (Manni), Il sangue del tiranno (Agenzia X), A gran giornate (La Linea).

Neve, cane, piede ha inaugurato il rinnovato interesse della narrativa contemporanea per le ambientazioni montane (penso a Le otto montagne di Cognetti, Il giro del miele di Campani, La cosa giusta di Cocchi) e anche Le pietre è un “racconto d’altura”: vuoi parlarci di Charles-Ferdinand Ramuz e degli altri autori che ti hanno ispirato?
Sto rileggendo Ramuz, con ammirazione. Lo avevo scoperto da ragazzino, come autore di testi di opere di Stravinskij (Les noces, L’Histore du soldat…); più tardi tentai, per la RAI di Aosta, una riduzione radiofonica di uno dei suoi romanzi più belli, Si le soleil ne revenait pas (Se non tornasse il sole), un progetto mai realizzato. E intanto andavo scoprendo le sue opere, in originale o nelle edizioni Jaca Book, il suo stile arruffato e solenne, i suoi ritmi irregolari. I suoi Souvenirs sur Igor Strawinsky, non ancora tradotti in italiano, sono un monumento all’amicizia e all’arte. Oggi pare sia in atto una timida riscoperta di Ramuz: ho appena finito di leggere La montagna ci cade addosso (il titolo originale, che preferisco, è Derborence) nella bella traduzione di Valeria Lupo per Ideafelix. Ecco, in Ramuz ho trovato una potente fonte di ispirazione, una montagna aspra, impraticabile, tragica, enigmatica. Da Ramuz mi viene quella tendenza a cercare, a leggere nelle pieghe della montagna i segni di una lingua indecifrabile; e in Ramuz prima che in altri ho trovato quell’idea di conflitto tra uomo e natura ben lontana dalla visione bucolica e talvolta sdolcinata di tanta narrativa. Della montagna si deve avere una grande paura (La grande peur dans la montagne è un suo titolo: ed è una paura “dentro la montagna”, non banalmente “della montagna”).
Ramuz non era un umorista, certo, la sua visione del mondo era appunto tragica, la tremenda solitudine dell’uomo di montagna è stemperata appena dalla fede – ma acutizzata da un corollario di questa fede, la certezza della presenza nel mondo del Male, del Diavolo. Qui non lo seguo più. Però il suo racconto dell’ostinata solidarietà tra uomini è bello, commovente, contagioso.
Ramuz possedeva anche un senso profondo per il fantastico – un fantastico che si nutriva di rocce, terra, contrasti fortissimi tra buio e luce, sudore e fatica, ed era in sostanza (lo trovo in Roger Caillois citato da Jacques Chessex) “l’intrusione dell’aldilà nel là”. La sua montagna (questo è Chessex) è “l’iniziazione pratica e metafisica al mondo della morte”, ed è luogo di confine tra più mondi, oggetto di transumanze continue tra realtà e mistero. Questo aspetto di Ramuz, più che altri analoghi in Buzzati, ha contato per i miei due romanzi di montagna. Poi, certo, ho mescolato le carte, messo robuste dosi di Buster Keaton e di Jacques Tati per non dire di Louis de Funès, nelle mie pagine, soprattutto in quelle di Le pietre, perché va bene percepire con un brivido il tragico, ma bisogna anche riderne.
C’è una scrittrice, svizzera di lingua francese anche lei, che ha saputo coniugare realismo e fantastico con la naturalezza del sogno: è Corinna Bille, di cui riporto in esergo a Le pietre una frase: «Enfin – pensa le caillou – on me remarque». Finalmente, pensò il sasso, mi si nota. Quella frasetta è un po’ la chiave d’accesso al mondo nascosto delle pietre, al brulicare della comunità minerale che nel mio romanzo interferisce con quella umana.
La montagna raccontata con robusto, filosofico umorismo l’ho trovata invece in certi libri di Paolo Morelli, soprattutto Caccia al Cristo e Vademecum per perdersi in montagna. Continua a leggere

Intervista a Sara Reggiani, coeditore di Edizioni Black Coffee e traduttrice di Alexandra Kleeman

Logo Edizioni Black Coffee, intervista a Sara ReggianiÈ Il corpo che vuoi di Alexandra Kleeman il primo romanzo del catalogo delle Edizioni Black Coffee, un progetto che prosegue il percorso intrapreso da Sara Reggiani e Leonardo Taiuti con l’omonima collana delle Edizioni Clichy: pubblicare autori nordamericani emergenti, con attenzione particolare per le scrittrici e per le raccolte di racconti.
Il corpo che vuoi ci introduce in presa diretta nella vita di A, la narratrice, che vive con un’altra giovane ragazza, B; sono ossessionate dal corpo, oltre che l’una dall’altra, e immerse in un flusso continuo di immagini che le marginalizza nel ruolo di spettatrici e acquirenti: «Il desiderio di cose sostituisce il desiderio di persone». Ogni bisogno indotto, però, accentua il malessere anche se viene soddisfatto, così quando A non troverà più nel suo fidanzato (C) risposte e rassicurazioni, finirà per cercarle nella misteriosa Chiesa dei Congiunti nel Cibo, dando inizio a un nuovo incubo. La Kleeman, adottando un punto di vista interno, può servirsi di una scrittura in prima persona priva di angoscia poiché manchevole – come lo è A – di spirito critico; si crea così un effetto straniante che turba il lettore e lo trascina attraverso questa originale rappresentazione dell’Occidente al collasso. Qui di seguito, un’intervista a Sara Reggiani, traduttrice del romanzo e coeditore della Black Coffee. 

Dopo Il corpo che vuoi, Edizioni Black Coffee pubblicherà anche una raccolta di racconti di Alexandra Kleeman, Intimations. Come avete scoperto questa giovane autrice?
È stato un incontro casuale. Ero a New York con Leonardo in occasione del Brooklyn Book Festival e Il corpo che vuoi (il titolo originale è You Too Can Have a Body Like Mine) mi è capitato sott’occhio alla libreria Strand. Avevo già sentito parlare di Alexandra. In quel periodo erano uscite molte ottime recensioni del suo romanzo, così l’ho acquistato e l’ho divorato durante il volo di ritorno. Il giorno dopo mi sono informata sullo stato dei diritti di traduzione. Mi aveva folgorato e nei mesi successivi ho fatto di tutto per accaparrarmi sia il romanzo che la sua prima raccolta di racconti. Ho deciso di aprire il nostro catalogo proprio con Alexandra perché sono convinta che sia una delle autrici più promettenti del panorama letterario americano e intendo seguirne il percorso. Continua a leggere

Intervista a Fabio Cremonesi, traduttore di Kent Haruf

trilogia della pianura di kent haruf, nn editoreDopo la Trilogia della Pianura, Fabio Cremonesi ha tradotto anche l’ultima opera di Kent Haruf, Le nostre anime di notte, che ha subito raggiunto la vetta delle classifiche di vendita, confermando l’autore statunitense come uno dei più apprezzati del catalogo di NN Editore tra i lettori italiani.
Le nostre anime di notte, pubblicato postumo, ha ancora una volta come sfondo la piccola cittadina di Holt, che in questo romanzo ha un ruolo tutt’altro che secondario: la sua comunità giudica e biasima la relazione tra i due anziani protagonisti, Addie e Louis, rimasti entrambi vedovi e determinati ad “attraversare la notte insieme”, per lo meno finché sarà loro possibile. La scrittura di Haruf diventa qui ancora più intima, emozionale, ma anche “urgente”, come sottolinea nella nota conclusiva Cremonesi (qui di seguito intervistato).

Sei stato tu a proporre a NN Editore la traduzione delle opere di Kent Haruf o è stata la casa editrice ad affidartela? Com’è stato il tuo primo approccio con questo scrittore?
No, è stata l’editrice, Chicca Dubini – che l’aveva ricevuto da un agente – a darmelo da leggere per una valutazione. È stato un autentico colpo di fulmine, sia per me, sia per Chicca e per Gaia Mazzolini, l’allora caporedattrice prematuramente scomparsa. L’ho letto tutto d’un fiato, cosa insolita per un lettore lento come me, anche perché mi pareva un miracolo che un gioiello simile non fosse già stato acquisito da altri editori e mi pareva urgente tentare di prenderlo noi!

le nostre anime di notte di kent haruf, copertinaNella nota finale, scrivi: “Mentre leggevo Le nostre anime di notte continuavo a pensare all’autore, quest’uomo anziano e malato che lotta contro il tempo per riuscire a raccontare tutta la storia che ha dentro”. Il senso di urgenza e il delicato sentimentalismo di questo romanzo secondo te si devono dunque alla particolare condizione in cui è stato scritto?
Verso la fine del libro c’è una scena molto divertente in cui Addie e Louis parlano di uno spettacolo teatrale tratto da Canto della pianura. Addie chiede a Louis: “Potrebbe scrivere un libro su di noi. Ti piacerebbe?”. La risposta di Louis, che in quel momento è chiaramente un alter-ego dell’autore, è disarmante: “Non mi va di finire in un libro”. Questo è un uomo che sa di avere ancora poche settimane di vita e che anziché cedere alla disperazione e sedersi in veranda ad aspettare la morte, fa una cosa che non ha mai fatto prima: scrivere un libro in pochi mesi, anziché in cinque o sei anni, come aveva sempre fatto con gli altri romanzi. E in questo libro il tempo non è più quello ciclico, legato al susseguirsi delle stagioni, delle sue opere precedenti, ma è un tempo lineare, vettoriale oserei dire: una freccia che va in una direzione ben precisa. E il cuore di quest’ultima opera è un messaggio chiaro, semplice, emozionante: datevi, diamoci sempre un’altra chance; non importa come andrà a finire, anzi, sappiamo già che probabilmente andrà a finire male, ma diamoci comunque un’altra chance. Continua a leggere