Intervista a Luca Pantarotto autore di HOLDEN & COMPANY

Way of Great American WritersDal 2013 al 2015 gli appassionati di letteratura statunitense hanno trovato nel blog anonimo Holden & Company brevi saggi e articoli caratterizzati da uno stile chiaro, ironico e appassionato; ora l’autore, Luca Pantarotto, è ormai uscito allo scoperto e una selezione di quei contributi è stata raccolta e pubblicata nella collana Glitch di Aguaplano, con il titolo Holden & Company – peripezie di letteratura americana da J. D. Salinger a Kent Haruf. A molte delle domande che avrei voluto porgli, Luca Pantarotto ha già risposto su Senzaudio, qui quelle che mi sono rimaste. Continua a leggere

Intervista a Carlo Mazza Galanti, traduttore dei racconti di Marcel Aymé

carlo-mazza-galanti-traduttore-dei-racconti-di-marcel-ayme-intervistaCon Martin il romanziere e altre storie fantastiche (L’orma editore), i lettori italiani possono tornare a confrontarsi con la scrittura di Marcel Aymé, popolare e controverso scrittore francese: a fare da fil rouge tra i racconti qui selezionati è l’attitudine per il paradossale, che diviene spesso il pretesto per irridere l’ipocrisia dell’alta società francese. La curatela e la traduzione della raccolta è di Carlo Mazza Galanti, qui di seguito intervistato.

Sei stato tu a proporre a L’orma la traduzione di Martin il romanziere e altre storie fantastiche o è stata la casa editrice ad affidartela? Quando e come hai scoperto questo scrittore?
Il libro l’ho proposto io a Lorenzo Flabbi e Marco Federici Solari anche se poi ho dovuto adattare il mio progetto iniziale (che prevedeva una selezione più ampia ed eterogenea) alle loro esigenze editoriali. Aymé l’ho incrociato diverse volte nel corso di mie letture e studi che spesso giravano intorno ad autori francesi eccentrici, tra umorismo, surrealismo e gioco letterario. Quando ho visto Kreuzville Aleph, la collana dell’Orma dedicata a scrittori del passato, ho pensato che Aymé potesse funzionare. L’unica raccolta di racconti tradotta era Le passemuraille (per la Biblioteca del Vascello) e da anni era ormai introvabile. All’epoca avevo letto solo quella e Les contes du chat perché. A quel punto mi sono letto altri libri, ho capito che si poteva tirarne fuori una bella antologia e ho fatto la proposta. Mentre discutevamo di come fare il libro uno degli autori dell’Orma, lo scrittore belga Bernard Quiriny – che tra parentesi è tra i migliori novellisti in lingua francese contemporanei e consiglio molto a chi ama il racconto e il racconto fantastico in particolare – ha detto a Lorenzo, senza sapere niente del nostro progetto, che considerava Aymé uno dei suoi principali modelli. È stata una bella coincidenza, in un certo senso ha chiuso il cerchio. In fondo una casa editrice funziona e ha senso anche perché tra i vari libri e autori e collaboratori tira un’aria di famiglia, ci sono dei riferimenti comuni, degli amici in comune: è un modello di redazione editoriale che negli ultimi decenni è stato soppiantato da un’impostazione diversa, molto più aziendalistica e orientata al profitto, ma ancora esiste nella piccola e media editoria, per fortuna. Continua a leggere

I libri migliori degli ultimi mesi scelti dai critici letterari

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Dopo le scelte di editor e direttori editoriali, ecco quelle della critica riguardo agli esordi italiani più interessanti e alle pubblicazioni più significative dello scorso anno, a riprova del fatto che, sebbene talvolta l’ambito di esercizio si sia spostato dalle università e dai giornali al web, chi prova a decretare i canoni letterari della contemporaneità non ha abdicato al proprio ruolo. Non solo, credo che quanto leggerete vi dimostrerà che, nonostante i travagli dell’editoria nostrana, si continuano a produrre (anche) molti libri di qualità.

Daniela Brogi, critica letteraria
Tra gli esordi italiani del 2015, il lavoro che ho più apprezzato è L’invenzione della madre, di Marco Peano (minimum fax). Per usare un’espressione metaforica di cui vorrei recuperare l’immagine letterale, si tratta di un racconto che si fa letteratura per snidare il dolore, vale a dire per sradicare la sofferenza dai luoghi oscuri dove aveva trovato riparo – e consolazione. Il libro è un’opera d’invenzione che, tanto nel tema quanto nella forma, tiene insieme i tempi diversi e scollati dell’esperienza e della memoria di una malattia terminale. Tutto è percepito come uguale, e per sempre; e tutto, al contrario, sembra irripetibile, come qualcosa che sta per sparire e non tornerà mai più. Questa alternanza tra inerzia e dinamismo è resa da una scrittura fatta di tante lasse scandite di racconto, che impediscono il senso di una sequenza progressiva, mentre intanto però la struttura d’insieme compone una sorta di racconto di formazione, inventa per l’appunto – nel duplice senso di invenzione come atto del “creare” e del “ritrovare”. (Mentre la seconda parte del titolo del libro, la madre, sembra caricarsi della funzione di soggetto, oltre che di oggetto, dell’invenzione).
Un’altra opera d’esordio interessante, per la cura dell’impianto narrativo, è Gli anni al contrario, di Nadia Terranova (Einaudi Stile libero).
Non è un libro d’esordio, ma, mantenendosi sempre nell’ambito della narrativa italiana, è una delle opere d’autore più interessanti del 2015: Il giardino delle mosche, di Andrea Tarabbia (Ponte alle Grazie).

Raoul Bruni, critico letterario
Tra gli esordi che ho avuto modo di leggere nell’anno appena trascorso, quello che mi ha colpito maggiormente è senz’altro Dalle rovine di Luciano Funetta, edito nella collana Romanzi di Tunué diretta da Vanni Santoni. Funetta (classe 1986) ha una vasta cultura letteraria, e nel suo romanzo – conturbante storia di un allevatore di serpenti – le molteplici ispirazioni (il titolo stesso rinvia a uno dei racconti più belli di Borges, Le rovine circolari) certamente emergono. Eppure non vengono esibite alla stregua di pedigree culturali (come invece accade troppo spesso in molta narrativa pseudo-colta), ma sono talmente penetrate nel testo da diventare parte integrante del tessuto narrativo: non per nulla lo stile di Funetta è rastremato, controllatissimo, senza inutili dilatazioni.
La pubblicazione più significativa del 2015 credo sia Sottomissione di Houellebecq (Bompiani), anche per ovvie ragioni extra-letterarie. Nell’ambito dell’editoria italiana, però, vorrei segnalare la pregevole edizione complessiva dei Saggi di Proust curata da Mariolina Bongiovanni Bertini e Marco Piazza (in collaborazione con Giuseppe Girimonti Greco) per Il Saggiatore, un volume di cui da tempo si sentiva il bisogno. Continua a leggere

LA GUERRA CONTRO I CLICHÉ di Martin Amis, recensione

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La guerra contro i cliché, una selezione di saggi letterari di Martin Amis

La guerra contro i cliché – Saggi letterari nell’edizione Einaudi (a cura di Federica Aceto) è in realtà una riduzione del ben più corposo The War Against Cliché di Martin Amis, scrittore e critico letterario inglese. È bene specificare subito che si tratta precipuamente non di un’opera sulla critica letteraria ma di un’opera di critica letteraria; per cui all’illuminante prefazione seguono articoli e saggi su singoli autori e opere. Spesso la forma adottata da Martin Amis è però quella del racconto-intervista, come per Saul Bellow (che con i suoi romanzi sembra voler dire che «la sanità mentale, come la libertà, come la democrazia americana è una condizione fragile e forse solo temporanea»), per John Updike (che «sguscia e viviseziona i suoi personaggi. (Se è una cosa che fanno gli esseri umani, allora va bene). E lo stesso fa con i dettagli intimi del pensiero e dei sentimenti») o per Truman Capote (la cui idea era «che si potesse raccontare fedelmente una storia reale, ma in modo tale da evocare l’ampio respiro della narrativa poetica»).
Vero elemento unificante della Guerra ai cliché, insieme all’esplorazione della letteratura insieme alla dimensione umana degli scrittori, è lo stile di Amis: Continua a leggere

I libri migliori pubblicati negli ultimi mesi secondo i critici letterari

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Dopo aver pubblicato le indicazioni degli editor, ecco le risposte dei critici letterari alla domanda su quale ritengono sia stato l’esordio italiano più interessante e quale la pubblicazione più significativa degli ultimi mesi.

Daniela Brogi, critico letterario
Per l’esordio indicherei Cartongesso, di Maino (Einaudi), Premio Calvino 2013. Per due motivi, sinteticamente parlando: perché Maino racconta una storia interessante da sperimentare attraverso la scrittura; perché costruisce un punto di vista e un dispositivo di selezione tematica e compositiva proprio attraverso il linguaggio, come in modi diversi accade anche in Stati di grazia, di Davide Orecchio (il Saggiatore). Questi due romanzi, cioè, lavorano sul linguaggio, lo trasformano in voce, per costruire, inventare, realtà, senza rimanere intrappolati nel manierismo (come mi pare accada a Roderick Duddle, di Mari, e in parte, e purtroppo perché è uno degli scrittori che più apprezzo, ne La gemella H, di Falco – entrambi Einaudi).
Quanto alla seconda parte della domanda, bisogna prima capire cosa si intenda per significativa. Ragionando in termini di successo editoriale, e facendolo senza rimanere troppo attaccati a certe forme di dandismo romantico, ma cercando davvero di capire e di non trattare il pubblico come “la gente” ma come un’aerea che consuma storie in modo spesso molto meno stupido di quanto si vorrebbe credere; attuando questo spostamento di sguardo e di attenzione, la pubblicazione più significativa è Il cardellino di Donna Tartt (Rizzoli), che attesta un bisogno di una misura borderline delle narrazioni di qualità rivelato anche dalle serie tv e che vale la pena di trattare più seriamente. Se si tratta invece di riferire il senso di “pubblicazione significativa” all’ambito più ristretto del giudizio di valore, direi senz’altro Il posto di Annie Ernaux, per due motivi. Perché la casa editrice L’Orma ha portato in Italia un’autrice davvero importante, una scrittura che scava nella memoria trasformando la scissione in dispositivo compositivo; e perché grazie a lei, come al Nobel a Alice Munro, abbiamo degli ottimi anticorpi, e non sono i soli, per rimanere più immuni alle tante semplificazioni e pregiudiziali sulla cosiddetta “letteratura delle donne”.

Raoul Bruni, critico letterario
Tra gli esordi più importanti dell’anno appena trascorso, molti indicheranno, con buone ragioni, Cartongesso (Einaudi) di Francesco Maino, che si è aggiudicato il Premio Calvino ed è sicuramente un debutto letterario da tenere in considerazione; per quanto mi riguarda, vorrei segnalare un esordio di cui si è parlato meno e che mi è sembrato notevole e singolare: Dettato del ventottenne Sergio Peter, edito nella nuova collana di narrativa di Tunué.
Difficile indicare invece un solo libro importante edito in Italia nel 2014. Mi piacerebbe andare controcorrente e indicare un epistolario, anche perché credo che la quasi totale estinzione della scrittura epistolare, almeno nella forma tradizionale, rappresenti uno dei più funesti effetti collaterali dell’avvento del web. Mi riferisco al carteggio tra Guido Ceronetti e Sergio Quinizio, Un tentativo di colmare l’abisso. Lettere 1968-1996, edito da Adelphi, che è, nello stesso tempo, un testo letterario, un eccezionale documento storico-culturale e un trattato asistematico di religiosità eterodossa a due voci.

Alessandro Cinquegrani, critico letterario e scrittore
In un anno di esordi di successo, spesso usciti dalla fucina del Premio Calvino (penso a Come fossi solo di Marco Magini o al Breve trattato sulle coincidenze di Domenico Dara), il più importante è sicuramente Cartongesso di Francesco Maino (Einaudi), già vincitore a sua volta del Premio Calvino 2013. È un testo nel quale sprofondare, un magma solenne e spurio, nel quale l’indignazione sociale diventa un moto dell’anima, un dramma intimo. Ma è la scrittura, la roboante e potente invenzione linguistica a farne un libro decisamente da segnalare: perché con questa pubblicazione non abbiamo scoperto solo un’opera, come capita coi libri di esordio, ma abbiamo scoperto uno scrittore, merce assai più rara e da tutelare con attenzione.
Potrebbe essere questa anche la pubblicazione più significativa del 2014, ma voglio segnalare anche un autore già affermato che ha pubblicato un libro che finora non ha riscosso l’attenzione che merita: si tratta di La sposa di Mauro Covacich (Bompiani). È stupefacente come Covacich, che ha ormai una lunga carriera, riesca a scrivere sempre parole che vibrano in ogni fibra, che rivelano la verità del dettato, non rinunciando tuttavia a una tecnica di grande qualità. In più in questa raccolta di racconti torna a far convergere moventi privati con eventi pubblici, di cronaca.
Infine, segnalo anche un esordio internazionale: Manuale di danza del sonnambulo di Mira Jacob (Neri Pozza), storia di una famiglia indiana emigrata negli Stati Uniti, alle prese con una difficile integrazione. L’autrice concilia felicità narrativa a invenzione simbolica, e si rifà addirittura a Don DeLillo (che cita).

Angelo Ferracuti, critico letterario e scrittore
L’esordio più significativo del 2014 è indiscutibilmente La fabbrica del panico di Stefano Valenti uscito per Feltrinelli, un libro che diventa biografia sociale nel racconto di un padre morto di amianto, e rinomina in modo originale la classe operaia. Un’opera prima che riesce a coniugare impegno civile e racconto del lavoro, rigore stilistico e immaginazione letteraria, cioè quello che si chiede a una buona opera di letteratura. Raramente si assiste a un esordio così consapevole dei mezzi formali, e sono certo che questo autore ci darà in futuro libri necessari e importanti. Mi ha colpito molto anche un libro passato sotto silenzio, Le lunghe notti di Anna Alrutz di Ilva Fabiani (Feltrinelli).
Direi che l’annata è stata molto ricca per quanto riguarda la letteratura italiana, pare finita la stagione intimistica cominciata negli anni ’80, quella dei “giovani scrittori”; sono usciti romanzi di notevole impatto e forza espressiva, come ad esempio quello di Francesco Pecoraro, La vita in tempo di pace (Ponte alle grazie) e La gemella H di Giorgio Falco (Einaudi), che recuperano anche un retroterra storico, elemento che «Lo straniero», la rivista diretta da Goffredo Fofi, ha colto dedicando alla nuova stagione del romanzo italiano una seri di numeri-inchiesta.
Un libro straniero di grandissima qualità che mi ha colpito molto è Il posto di Annie Ernaux (L’Orma), e i racconti di un altro grande stilista, Tobias Wolff, La nostra storia comincia (Einaudi). Continua a leggere

Perché nessuno stronca i libri brutti?

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Negli ultimi tre mesi, ogni volta che ho letto una recensione letteraria online o sulla stampa mi sono appuntato se il giudizio espresso fosse positivo, negativo o neutrale; questi gli esiti: 64 pollice recto, 11 pollice verso, 39 non classificabili. Eppure, considerando i libri che leggiamo, le proporzioni sarebbero a dir poco invertite, o sbaglio? Insomma, senza farla lunga, le recensioni sono sempre o fin troppo generose o piuttosto vaghe. Perché?

Certo c’è la tendenza a ritenere, sulla scorta delle classifiche di vendita, che i lettori non sappiano comunque distinguere le pietre preziose dalla paccottiglia e dunque non ci si sforza più di tanto di entrare nel merito dei testi, ma è solo uno dei tanti problemi.

Com’è noto, per quanto riguarda la carta stampata, coloro che dovrebbero essere i critici autorevoli quasi sempre collaborano con qualche editore: se si esprimono favorevolmente su un testo la cortesia gli verrà restituita (con un bel pezzo su un’opera che hanno scritto o curato o che comunque afferisce alla loro stessa scuderia), se lo sminuiscono dovranno aspettarsi un colpo basso; oltretutto devono dar conto di quel che scrivono alla testata su cui lo fanno – e i giornali appartengono quasi tutti in maniera più o meno diretta ai grandi gruppi editoriali. Altro discorso andrebbe fatto per coloro che vengono reclutati dai quotidiani magari perché autori di successo, condizione che non implica avere le necessarie competenze per giudicare opere altrui e dunque si limitano a esporne la trama, corredandola con due o tre considerazioni aperte a ogni interpretazione.

Insomma, sulla presunta critica ufficiale non si può fare affidamento e sui blogger, allora? Ancor meno. Continua a leggere

L’IMPORTO DELLA FERITA E ALTRE STORIE di Pippo Russo, recensione

copertina_importo_della_ferita_RUSSOFaletti, Volo, Moccia, Pupo, Sangiorgi, Scurati, Piperno: Pippo Russo ha letto le loro opere e ci spiega perché noi possiamo farne a meno…

L’importo della ferita e altre storie (Edizioni Clichy) nasce dall’irriverente analisi, realizzata con masochistica abnegazione, che Pippo Russo ha condotto sulla produzione “letteraria” di diversi “scrittori”, qui divisi in tre categorie: quelli di successo (Giorgio Faletti, Fabio Volo, Federico Moccia), gli improvvisati (Pupo e Giuliano Sangiorgi), i premiati (Antonio Scurati e Alessandro Piperno). Russo ne rileva gli errori sintattici e grammaticali, le incongruenze e le lungaggini, ma anche le ossessioni e l’inconsistenza dei microcosmi narrativi, cercando sempre di attenersi a quanto si evince dai testi (ma la dissertazione è in realtà sempre preceduta da caustici commenti critici, spacciati per giudizi da lettore).
Il capitolo di apertura è dedicato a Giorgio Faletti, che nei suoi romanzi (“i thriller più lenti della storia”) offre un vasto campionario di errori e leggerezze: si va dalle preposizioni errate (ad esempio il/i dinanzi a pneumatico/i), al grottesco involontario (tipo: “i capelli biondi erano legati dietro la nuca da una coda di cavallo”, Fuori da un evidente destino) e al nonsense. Russo non manca nemmeno di segnalare (e deridere) la tendenza di Faletti a una prosa solenne e all’umorismo di bassa lega, e spesso le due attitudini si confondono (“Purtroppo, quando si crede di toccare il polso al tempo, finisce ogni volta che è il tempo a mostrare il polso. E indossa sempre un orologio”, Niente di vero tranne gli occhi).
Nella sezione dedicata a Fabio Volo la disamina si concentra, più che su refusi e inesattezze, sulla costante riproposizione in tutti i romanzi della medesima storia (ossia un “protagonista che vive una crisi di im-maturità e cerca di uscire dal bozzolo”), nonché sull’insistenza intorno a due argomenti: il sesso e il “cesso”, con una “vasta aneddotica su cacca, bisogni corporali e feticismo da water”. Continua a leggere