Intervista a Francesca Lang, editor Piemme

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Francesca Lang lavora dal 2005 per le Edizioni Piemme, di cui attualmente è l’editor della narrativa italiana.

Quale percorso formativo e professionale ti ha portato a diventare editor delle Edizioni Piemme?
Mi sono laureata in Filosofia Contemporanea, alla Statale di Milano, poi ho frequentato un corso di editoria alla New York University e, al mio ritorno, ho iniziato uno stage in Piemme, dove lavoro tuttora. In passato mi sono occupata anche di narrativa straniera, ma la mia vera passione è, da sempre, la narrativa italiana. Quindi ora sto facendo ciò che mi piace fare, mi ritengo molto fortunata.

Attraverso quali canali vi giungono i manoscritti inediti? Quali errori non deve commettere chi propone un testo alla tua attenzione?
I manoscritti inediti arrivano o attraverso gli agenti letterari oppure per posta, elettronica e non.
Un consiglio per chi non ha un agente – e quindi non ha nessuno che perori la sua causa – è sicuramente studiare bene l’editore a cui ci si rivolge, evitando di inviare testi che non rientrino minimamente nei generi pubblicati dall’editore stesso. In secondo luogo, credo sia importante aggiungere al manoscritto una descrizione della trama e dei punti salienti del libro, che possa aiutare chi deve leggere a comprendere ciò che ha davanti da subito.
Infine, sicuramente rivolgersi a una persona in particolare, piuttosto che alla “redazione”, aiuta quantomeno ad arrivare alla scrivania giusta.
Credo che attualmente il self-publishing sia un ottimo modo per farsi “notare” dagli editori. Certo, anche in quel caso, la concorrenza è tanta e si rischia di essere una goccia nel mare.

Quanto contano nel tuo lavoro i criteri letterari e quanto gli orientamenti del mercato?
Piemme è una casa editrice di taglio commerciale, quindi l’attenzione al mercato ci viene sempre richiesta. Penso che l’attenzione ai gusti del pubblico sia sempre necessaria. Certo è che i veri casi editoriali, tra questi il nostro Cacciatore di aquiloni, solitamente nascono proprio da storie originali, che non assomigliano a nulla, ma creano un genere nuovo.
In ogni caso credo che, per un editor, sia importante scegliere libri di cui è convinto al cento per cento, non solo perché “funzionano” e in cui, in qualche modo, si riconosce. Continua a leggere

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PAZZI SCATENATI – USI E ABUSI DELL’EDITORIA di Federico di Vita, recensione

pazzi-scatenati_ticQuella di Pazzi scatenati è una lettura consigliata se volete saperne di più sui retroscena editoriali, obbligata se intendete “lavorare” in questo settore.

Quasi sempre le opere che trattano di editoria finiscono per essere piuttosto specialistiche per il pubblico generico o per inanellare evidenti ovvietà per gli addetti ai lavori. Pazzi scatenati – Usi e abusi dell’editoria di Federico di Vita riesce invece a coniugare un’argomentazione brillante e rigorosa con uno stile diretto e irriverente; va anche sottolineato che il testo risulta oggi più che mai attuale, sebbene sia uscito in una prima edizione per effequ nel 2011 e in una seconda ampliata per Tic Edizioni a fine 2012.
Le sezioni giornalistiche – in cui hanno una parte preponderante le interviste – sono intervallate dalle avventure dell’agente Vero Almont nella casa editrice Big Babol, ossia la parodia dell’esperienza di Federico di Vita in una piccola realtà editoriale: se qui il paradosso rientra nelle caratteristiche del divertissement, è però nelle pagine argomentative e nelle interviste ai professionisti del settore che le storture e le assurdità si manifestano in tutta la loro reale evidenza.
Il reportage parte dall’agonia delle librerie indipendenti, incapaci di reggere la concorrenza di un sistema in cui editori, distributori e librerie di catena fanno sempre più parte di poche strutture integrate e monopolistiche – che non hanno alcun interesse a concedere pur minimi spazi di visibilità ai piccoli editori (i “pazzi scatenati”, appunto). Si passa poi alla figura dei promotori, ormai quasi superflua, dal momento che la gestione dei titoli nelle librerie di catena viene stabilita dall’“alto” sulla base di algoritmi che non tengono conto né della letterarietà delle opere nella della specificità dei diversi contesti territoriali dei punti vendita. Viene anche spiegato come la tanto biasimata iperproduzione (in Italia si pubblicano poco meno di 60000 titoli l’anno!) sia in realtà una conseguenza dei meccanismi distributivi, per cui all’editore viene fatturato il valore dei titoli messi in circolazione senza tener conto dell’invenduto: di conseguenza ogni sei mesi questi è tenuto o a rimborsare le rese al distributore o a fornirgli un corrispettivo di nuovi volumi di pari valore (anche in questo caso puramente ipotetico).
PazziScatenati_effequSi giunge dunque all’analisi, sempre piacevolmente discorsiva, dei procedimenti e dei costi tipografico-editoriali, arrivando alle seguenti conclusioni: (1) il margine di guadagno di un editore, “se le cose vanno bene, è del 3 o 4 per cento l’anno, lo stesso che si otterrebbe mettendo i soldi in banca”; (2) “anche se molte piccole case editrici i costi riescono ad ‘ammortizzarli’ (abbassando il livello delle produzioni, o magari scaricando il lavoro di editing-grafica-redazione-impaginazione-ufficio stampa sulla persona dell’editore o su uno stagista non retribuito), il calcolo del punto di pareggio rimane svantaggioso: difficilmente infatti si può collocare sotto le cinquecento, seicento copie, e un editore piccolo non le vende quasi mai”. Continua a leggere

Self-publishing e altre chimere

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È iniziato il battage pubblicitario di http://www.scrivo.me/, la nuova piattaforma online del Gruppo Mondadori che intende offrire assistenza e visibilità a chiunque voglia autopubblicarsi; editor e altre figure professionali saranno messe a disposizione di chiunque coltivi il sogno della scrittura.

Ora, mi domando: anziché inseguire l’indotto del self-publishing, il più grande gruppo editoriale italiano non farebbe meglio a preoccuparsi soprattutto della qualità del proprio catalogo? Perché continuare a fomentare l’illusione (già innescata da ilmiolibro e affini) che esista una “democrazia della pubblicazione” e che si sia tutti scrittori?

Chiunque lavori nel settore sa che il mercato editoriale vive una contingenza asfittica, che l’editoria di qualità è sempre più penalizzata da un sistema distributivo e promozionale che insegue i bestseller e la letteratura di consumo (terribile ossimoro), che non basta pubblicare un’opera di valore per raggiungere il pubblico, che il mercato è inquinato dalla sovrapproduzione e da testi di infima qualità, che ci sono autori di talento che hanno rinunciato a scrivere perché non vogliono poi riciclarsi come promoter e saltimbanchi – e se non sono disposti a farlo non vengono presi in considerazione da nessun editore.

snoopy-good-writing-is-hard-workAl di là di tutto questo, tuttavia, non meno grave è che si stia perdendo la consapevolezza che scrivere è, dovrebbe essere, “silenzio, disciplina, sacrificio, capacità di rifiutarsi al mondo” (Elisa Ruotolo), “rinunciare a una fetta importante della propria vita” (Cosimo Argentina); potrei continuare con la testimonianza di Antonio Pennacchi (“scrivere non mi diverte, non mi piace. Per me la scrittura è tormento e fatica. Per me è diletto, mi diverto a leggere”) e di molti altri, ma il punto è che la scrittura va presa sul serio – e scrivo.me, ilmiolibro e affini suggeriscono il contrario. Continua a leggere