Intervista a Rossella Milone – Professione scrittore 18

Il silenzio del lottatore (minimum fax) è la terza raccolta di racconti di Rossella Milone e segue Prendetevi cura delle bambine (Avagliano), con cui ha esordito nel 2007, e La memoria dei vivi (Einaudi); ha inoltre pubblicato con Einaudi il romanzo Poche parole, moltissime cose e con Laterza Nella pancia, sulla schiena, tra le mani. Da poco più di un anno Rossella Milone coordina Cattedrale, un osservatorio online sul racconto.
Il silenzio del lottatore è un’opera incentrata sulla volubilità e sulla conflittualità delle relazioni umane ed è composta da sei storie raccontate in prima persona da donne – che potrebbero anche essere una sola in diverse stagioni della vita.

Tutti i racconti del Silenzio del lottatore (eccetto in parte il primo) sono ambientati in un contesto ordinario: la quotidianità è la prospettiva migliore dalla quale osservare l’evoluzione dei personaggi e le dinamiche dei rapporti di coppia, tra attrazione conforto e insofferenza?
Sì. Almeno, per me lo è. Mi piace scrivere storie che in qualche modo potrebbero appartenermi, che avrei potuto vivere io o chiunque altro – così da poter dedicare al personaggio quanta più empatia possibile. Scovare lo straordinario nell’ordinario, andare ad osservare i nodi nelle situazioni che tutti vivono, aprire un occhio in più su ciò che solitamente diamo per scontato: è il mio modo di fare narrativa. Scomporre e ricomporre, distruggere, costruire e ancora distruggere la realtà in mille frammenti, forse è l’unico modo che ha la narrativa di dare senso alle cose. Continua a leggere

Intervista a Gianluca Morozzi – Professione scrittore 17

Gianluca Morozzi

L’esordio di Gianluca Morozzi risale al 2001 con il romanzo Despero, pubblicato da Fernandel. Molte delle sue ultime opere sono invece apparse nel catalogo della casa editrice Guanda, tra queste Blackout, L’era del porco, Radiomorte e infine Lo specchio nero. Un noir anche quest’ultimo: si alternano le vicissitudini di Walter, editor che si risveglia in un appartamento sconosciuto al cospetto di due cadaveri, e quelle di Erik, con la sua adolescenza problematica; gradualmente il lettore scoprirà in che modo siano intrecciate le loro esistenze, mentre sino alla fine cercherà insieme al protagonista principale di scoprire quale macchinazione abbia condotto al suo coinvolgimento nel duplice delitto.

Lo specchio nero si ispira al classico giallo della stanza chiusa, mentre Blackout è quasi tutto ambientato nello spazio ristretto di un ascensore: concepisci la scrittura come una sfida alla tua abilità oltre che con il lettore? Com’è nata l’idea del tuo ultimo romanzo?
Il giallo è in buona parte una sfida al lettore, amichevole e divertita: il lettore NON vuole vincere, il lettore, non vuole indovinare il colpevole, vuole essere sorpreso e ingannato, ma siccome tu, scrittore, qualche indizio glielo devi dare, se lo fai maldestramente il lettore attento indovina. Un romanzo alla Blackout era più una sfida a me stesso, invece: riuscirò a tenere vive duecento pagine di storia tutte dentro un ascensore?
Lo specchio nero è nato, come spesso accade, da una ragazza, del vino, Bologna, e un lago (be’, il lago non c’è spesso, in effetti). Stavo accompagnando una ragazza in un’enoteca di periferia e ho parcheggiato di fronte a questa assurda via, via della Luna, che vista dall’alto ha la strana forma di una mannaia. E non è lontana da un parco con un laghetto. E questo è accaduto proprio nei giorni in cui dovevo rileggere Le tre bare di John Dickson Carr per parlarne a un corso di scrittura. Il circuito, a questo punto, si è chiuso.

Come mai, pur non disdegnano il pulp, hai fatto dell’ironia la nota prevalente del tuo stile?
Io ho passato quindici anni (dall’adolescenza, con la prima macchina da scrivere) a copiare, essenzialmente Stephen King senza saperlo fare. Quindi cercavo di esasperare toni drammatici e horror in modo totalmente maldestro. Poi, a fine anni Novanta, ho iniziato a scopiazzare autori umoristici… da Benni a David Lodge a Nick Hornby, da Paolo Villaggio a Douglas Adams, e ho scoperto che il registro comico mi veniva più naturale. Così, quando sono tornato a scrivere cose pulp (alternandole a quelle divertenti), l’ho fatto avendo già migliorato il mio stile, con più consapevolezza. Ma il registro naturale rimane quello comico, per me.

Quale percorso ti ha condotto alla casa editrice del tuo esordio, Fernandel, e poi a Guanda?
La mia agente, Silvia Brunelli. Che mi ha scoperto con il secondo libro Fernandel (Luglio, agosto, settembre nero, del 2002), e mi ha chiesto di scrivere qualcosa che avesse una trama più strutturata e magari una vena noir, da proporre a qualche grosso editore. Io ho scritto Blackout, l’anno successivo, e lei lo ha piazzato a Guanda. Continua a leggere

Intervista a Giampaolo Simi – Professione scrittore 16

Giampaolo Simi, intervistaGiampaolo Simi ha esordito nel 1996 con Il buio sotto la candela (Mauro Baroni Editore, poi Flaccovio); i suoi ultimi romanzi sono stati pubblicati da Einaudi Stile libero (Il corpo dell’inglese e Rosa Elettrica), e/o (La notte alle mie spalle), Sellerio (Cosa resta di noi). Ha collaborato come soggettista e sceneggiatore alla serie tv RIS (quinta stagione) e alle tre stagioni di RIS Roma.
Cosa resta di noi si apre con la storia di Edo e Guia (bagnino lui, scrittrice lei) che non riescono ad avere figli. Gradualmente, però, quello che si presentava come un romanzo sentimentale diventa un noir e si impongono altri due personaggi: Anna e il suo molesto compagno.

In Cosa resta di noi si sviluppano due indagini in parallelo: quella di Edo, delle forze dellordine e dei mass media sulla scomparsa di Anna e quella dellautore su due relazioni in crisi. Il noir come pretesto per indagare il disamore?
Sì, ma sostituirei a “pretesto” la parola “strumento”. Il noir, per come si è evoluto per quasi un secolo, ha saputo raccontare non solo il disincanto o l’abbandono, ma anche il lato oscuro e imprevedibile della passione amorosa più intensa. In fondo il noir racconta l’individuo alle prese con forze che non riesce a dominare o a comprendere appieno. L’amore più autentico e travolgente è una di queste, credo.

Cosa resta di noi, Giampaolo Simi, SellerioIl romanzo è ambientato in una località di mare della Versilia in un arco di nove mesi (gli stessi necessari a una gestazione): da settembre a maggio, escludendo dunque il periodo estivo in cui quei posti si rianimano. Solo una scelta datmosfera?
All’inizio sì. Poi ho capito che tutta la storia, in realtà, era basata sulla mancanza e sull’assenza di qualcosa o di qualcuno. Nel romanzo le cose e le persone diventano decisive, si fanno portatrici di verità solo quando non ci sono o spariscono. Come Anna, come la maternità sperata da Guia, come l’estate appena finita.

Cosa resta di noi è dedicato a Luigi Bernardi e fa pensare a lui uno dei personaggi secondari quando afferma: «Io sto nelleditoria da quando avevo diciotto anni. A cinquantacinque mi ritrovo ad aprire la partita IVA, a passare le giornate a riscrivere traduzioni orrende di libri orrendi e a lavorare quasi gratis di notte per i pochi romanzi che valgono davvero». Quanto manca al panorama culturale italiano una figura come la sua?
Tantissimo, o forse per nulla, paradossalmente. Luigi intuiva le cose prima di tutti gli altri, talvolta persino con troppo anticipo. Aveva quell’intelligenza, quella profondità di sguardo che oggi manca, ma che del resto sarebbe addirittura vissuta come inutile e fastidiosa. In un mondo in cui non si progetta più, a che serve saper guardare un orizzonte più distante dei prossimi tre mesi?

Condividi la denuncia di Giacomo Sartori: «Mi sembra che la stragrande maggioranza degli editori italiani cerchino il risultato immediato, con effetti nefasti non solo sugli esordienti, ma anche su tanti scrittori con buone possibilità e un bellinizio, che diventano poi più banali, o anche scimmiottano se stessi»?
Condivido. Parola per parola.

Ti andrebbe di raccontarci il tuo percorso nel mondo editoriale dallesordio sino a Sellerio, passando per Einaudi Stile libero ed e/o?
Il mio progetto è sempre stato quello di interpretare il “genere” (detective story, noir, romanzo di suspense) in modo sghembo, di andare a trovare la tensione dove sembrerebbe non essercene. Ho sempre cercato quindi situazioni ed editori che condividessero questa, chiamiamola così, vocazione alle storie oblique e ibride. Continua a leggere

Intervista a Tommaso Pincio – Professione scrittore 15

Tommaso Pincio, intervistaTommaso Pincio ha inaugurato con Panorama la collana ViceVersa di Enne Enne Editore. Il suo romanzo è a suo modo una storia d’amore nell’era dei social network e insieme una riflessione sul mondo letterario, sulla difficoltà di rinunciare alle proprie illusioni e aspirazioni. Il protagonista Ottavio Tondi, lettore di professione, dopo un’angosciante nottata abbandona i libri, ma il suo desiderio di indagare le esistenze altrui troverà compensazione in un social network (Panorama, appunto); è qui che si imbatte in Ligeia Tissot, con la quale in quattro anni di corrispondenza raggiungerà una forma di intimità mai conquistata con una donna reale.
L’esordio letterario di Tommaso Pincio è del 1999 con M (Cronopio), cui sono seguiti Lo spazio sfinito (Fanucci, ora minimum fax), Un amore dell’altro mondo, La ragazza che non era lei, Cinacittà (questi ultimi tre pubblicati da Einaudi Stile libero), Hotel a zero stelle (Laterza), Pulp Roma (Il Saggiatore).
Il suo blog personale è http://tommasopincio.net/.

«Si legge soli, e anche quando non si legge, se si è consacrati alla letteratura, la testa seguita a dimorare nei libri, distaccata da tutto». Ottavio Tondi ha dunque scelto, come Peter Kien di Auto da fé di Canetti, l’esilio volontario in un mondo cartaceo, a cui successivamente si sostituisce quello del social network Panorama: letteratura e virtualità sono universi stranianti?
Possono esserlo entrambi ma non vanno confusi o messi sullo stesso piano. La letteratura può degenerare in pericolose forme di evasione ma presuppone comunque compassione, empatia. Se non ci si identificasse nel destino e nei sentimenti dei personaggi, non si trarrebbe alcun godimento dalla lettura dei romanzi. Altrettanto non si può dire dei social. Malgrado siano in grado di generare mondi narrativi, malgrado siano diventati una forma assai diffusa di intrattenimento, i social non favoriscono l’empatia. Ovviamente non intendo affatto sostenere che sia impossibile immedesimarsi nelle vicende altrui, tutt’altro. Dico soltanto che non è la regola. Nei social, è più facile restare concentrati su se stessi, usare gli altri come amplificazione della propria persona. Non per nulla nei social non sono rari i casi di reazioni esagerate, aggressività gratuita, cinismo impietoso e fuori luogo. Si dice spesso che certi comportamenti vengono favoriti dall’anonimato, ma non credo sia il vero motivo. La verità è che nei social non ci si sente più spettatori e in parte non è una semplice sensazione. In parte, su Facebook e altri social, si cessa di essere spettatori. In parte è però anche un protagonismo illusorio o comunque molto più limitato di quel che ci piace pensare. Mettendola in altri termini, se la lettura di un romanzo favorisce una dissoluzione positiva del nostro io, nei social avviene il fenomeno opposto: le persone con le quali entriamo in contatto prima di essere motivo di empatia o identificazioni, funzionano come cassa di risonanza del nostro bisogno di sentirci presente. Ottavio Tondi si illude di trovare in Panorama (il social immaginario del mio romanzo) ciò che un tempo trovava nei libri. Ma i due i mondi non sono affatto interscambiabili e per questo errore di valutazione pagherà un prezzo salato. Continua a leggere

Intervista a Raul Montanari – Professione scrittore 14

raul montanariL’ultimo romanzo di Raul Montanari, Il Regno degli amici, è una storia di iniziazione all’amore, agli aspetti controversi dell’amicizia, alla violenza – subita e inferta; ci conduce all’inizio degli anni ’80 a Milano, sul naviglio Martesana, dove un gruppo di ragazzini elegge a rifugio una dimora abbandonata: qui, in un crescendo di tensione, i protagonisti smarriranno la propria innocenza. Il Regno degli amici, opera avvincente e ben costruita, è la prima che Montanari pubblica con Einaudi Stile libero; i suoi ultimi romanzi erano usciti con Baldini & Castoldi (tra questi Chiudi gli occhi, L’esordiente, Il tempo dell’innocenza), ma suoi scritti figurano anche nei cataloghi di Feltrinelli, Rizzoli, Marcos y Marcos, Indiana.
Raul Montanari si è anche occupato di traduzioni da lingue classiche e moderne ed è docente di scrittura creativa.
Il suo sito internet è http://www.raulmontanari.it/.

Il Regno degli amici rientra a pieno titolo in quello che hai contribuito a definire come post-noir, ossia una narrazione in cui gli aspetti oscuri irrompono nella quotidianità di personaggi comuni: quanto c’è di torbido nell’adolescenza? Come nasce lo spunto narrativo di questo romanzo?
Come mi è già capitato di dire, l’adolescenza è un’occasione narrativa formidabile almeno per tre motivi.
Anzitutto è l’età in cui incontriamo noi stessi e la nostra identità. Potranno passare anni, decenni, ma il nocciolo essenziale della nostra identità, con il suo carico di paure, desideri, struggimenti, rimarrà sempre quello.
In secondo luogo l’adolescenza è la vera età filosofica, anzi direi metafisica. È l’età in cui ci poniamo le grandi domande sul destino, sul senso della vita, su Dio, sulla morte – tutte questioni su cui nell’infanzia non eravamo ancora in grado di riflettere, e che diventando adulti passeranno in secondo piano, perché saremo distratti e logorati dal quotidiano, dal lento lavoro implacabile delle minuzie della vita, come già osservava Heidegger.
Infine, l’adolescenza è il campo di battaglia fra l’amicizia e l’amore, i due modi fondamentali con cui ci mettiamo in relazione con gli altri quando usciamo dalla rete affettiva della famiglia. Prima incontriamo l’amicizia e creiamo con alcuni nostri coetanei a noi affini un gruppo che ha le sue ritualità e che si affida essenzialmente alla condivisione: tutto è di tutti. Quando arriva l’amore, e arriva proprio nell’adolescenza, impone una logica opposta: non più la condivisione ma l’esclusività, non più il gruppo ma il rapporto a due.
Non a caso il protagonista del romanzo, Demo, comincia a vedersi di nascosto con la quattordicenne Valli, che con la sua apparizione ha incantato tutti i membri del gruppo. Demo vive l’amore come una colpa, un tradimento verso gli altri, e proprio questi incontri clandestini preparano una svolta drammatica negli eventi raccontati.

il regno degli amici_raul montanariLa vicenda è raccontata in prima persona da uno dei protagonisti, ormai trentenne: questo genera insieme immedesimazione e un parziale distacco, consentendoti di disseminare alcuni indizi di quanto accadrà. È stata una soluzione che avevi ponderato sin dall’inizio?
Certo. Dedico lo stesso tempo alla preparazione e alla scrittura: un mese per fare le ricerche necessarie e mettere a punto storia, intreccio, personaggi, luoghi, tempi, tecnica narrativa e tutto quello che mi serve. Poi un mese per scrivere la prima stesura. Ho la fortuna di avere una scrittura piuttosto precisa, per cui fra la prima e le stesure successive non ci sono mai grossi scarti.
Nel caso del Regno degli amici, il punto di vista narrativo spostato avanti di diciassette anni rispetto alla vicenda raccontata ha una doppia funzione. Anzitutto permette di aumentare la suspense perché, come tu osservi a ragione, il Demo del 2000 sparge nel suo racconto piccole prolessi, anticipazioni soprattutto emotive che promettono al lettore eventi sempre più coinvolgenti. In secondo luogo, il Demo ultratrentenne ha ormai una sapienza della vita che gli permette di commentare le vicende accadute al Demo sedicenne con un’intelligenza e una profondità che all’epoca non poteva avere. Questo per me è importantissimo: trovo imperdonabile che si attribuisca a un personaggio uno sguardo sul mondo troppo complesso per l’età o per la condizione in cui si trova. Quando l’autore fa sentire platealmente la propria voce usando il personaggio come un megafono trasgredisce una delle regole fondamentali dell’arte narrativa. Continua a leggere

Intervista a Enrico Macioci – Professione scrittore 13

Enrico Macioci, intervista, Breve storia del talentoÈ da poco in libreria Breve storia del talento (Mondadori), che racconta con sguardo limpido e acuto l’adolescenza, con i suoi interrogativi e turbamenti, con le sue estasi e i suoi sfregi: il protagonista-narratore è un ragazzo segnato da una difficile educazione sentimentale e, ancor più, dallo scomodo confronto con un amico capace di far prodezze con il pallone tra i piedi. L’esordio di Enrico Macioci risale però al 2005 con L’alba (Tracce), cui sono seguiti la raccolta di racconti Terremoto (Terre di mezzo) e il romanzo La dissoluzione familiare (Indiana). Suoi scritti sono anche apparsi su Il primo amore, Nazione indiana, Nuovi Argomenti, Vibrisse.

«Le due faccende – la masturbazione e la scrittura, specie delle poesie – mi sembravano non solo connesse ma coincidenti, le due facce della medesima, fasulla moneta. Entrambe cagionavano vergogna, entrambe richiedevano isolamento, entrambe si nutrivano di fantasia»: queste le considerazioni del protagonista di Breve storia del talento. Il tuo rapporto con la scrittura è stato altrettanto problematico?
Uhm, temo di sì. La celebre e magnifica poesia di Rimbaud, I poeti di sette anni, spiega tutto molto meglio di come potrei fare io. La scrittura per me è arrivata precocemente e dunque non ero pronto, a livello emotivo, per gestire una cosa che in qualche modo mi distingueva, rendendomi diverso. Col tempo poi mi resi conto che questa diversità ero più io a vederla – o a immaginarla – e che tutt’al più produceva interesse quando non addirittura ammirazione, ma tant’è: oramai la frittata era fatta. Così ho smesso di scrivere (e leggere!) per qualcosa come tredici anni, dai 14 ai 27, ficcandomi in un vicolo cieco e durando poi gran fatica a venirne fuori. Continua a leggere

Luca Ricci – Professione scrittore 12

Luca Ricci_scrittore

Luca Ricci ha esordito a ventisei anni con una silloge di brevi narrazioni, Duepigrecoerre d’amore (Addictions, 2000), a cui sono seguite due raccolte di racconti: Il piede nel letto (Alacràn, 2005) e L’amore e altre forme d’odio (Einaudi, 2006, vincitore del Premio Chiara). A eccezione di Come scrivere un best seller in 57 giorni (Laterza), le sue successive opere sono state tutte pubblicate da Einaudi. Il suo nome risulta tra quelli antologizzati da Andrea Cortellessa in Narratori degli Anni Zero (riproposto lo scorso anno da L’Orma con il titolo La terra della prosa).

Quando e perché hai iniziato a scrivere?
Ho iniziato a scrivere seriamente dopo un clamoroso fallimento artistico. Per evitare l’università – che all’epoca mi sembrava soltanto replicare certe insensate dinamiche liceali – ero andato alla Paolo Grassi di Milano a fare l’attore, ma dopo pochi mesi mi resi conto che non era nient’altro che un’altra scuola, per lo più popolata da velleitari, e io ne avevo piene le scatole di registri e campanelle. Tornai in provincia e tutto mi si chiarì, grazie anche a un mal di gola ostinato che non ne voleva saperne di guarire. Incontrai un momento esistenziale perfetto per cominciare a scrivere: mi sentivo come bruciato, perso. La scrittura è sempre una forma di rivalsa, di compensazione. Per me è stata un’ultima spiaggia più che una seconda carriera (i romanzi del semiologo Umberto Eco) o il lato oscuro di una persona altrimenti irreprensibile (l’assicuratore Franz Kafka).

Come nasce la tua predilezione per la forma del racconto e perché secondo te ha così poca fortuna in Italia?
Rispondo con un racconto breve, perché ormai mi sono abituato così. Verso i nove anni passavo il pomeriggio nell’ufficio di mia madre. Lì ebbi il mio primo incontro con una vera macchina da scrivere, e produssi il mio primo racconto. Dopo poche righe però mi pareva di aver detto tutto quanto avrei voluto dire. Allora chiesi a mia madre: “Mamma, ma come fanno gli scrittori a scrivere così tanto, a fare quei libri così grossi?” In un certo modo, me lo sono continuato a chiedere fino a oggi. Il romanzo naturalmente è una forma letteraria complessa e affascinante – come si fa a parlarne male? –, tuttavia penso che sia una narrazione lunga che contiene necessariamente alcune cose sbagliate. Sono d’accordo con Edgar Allan Poe, credo che il romanzo nasca esteticamente fallato. Quanto alla poca fortuna editoriale del racconto, le ragioni sono molteplici. Di sicuro l’Italia storicamente ha avuto nella poesia la forma antagonista al romanzo. Nonostante ciò, nel Novecento i nostri scrittori di racconti sono stati grandissimi: se Dino Buzzati fosse nato in Inghilterra o in Francia sarebbe un eroe nazionale. Continua a leggere

Alessandra Sarchi – Professione scrittore 11

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Alessandra Sarchi, studiosa di storia dell’arte con un dottorato di ricerca all’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha esordito nel 2008 con una raccolta di racconti: Segni sottili e clandestini (Diabasis); successivamente sono stati pubblicati da Einaudi Stile libero i romanzi Violazione (vincitore del premio “Paolo Volponi Opera prima”) e L’amore normale.
Il suo sito internet è: http://www.alessandrasarchi.it/.

Quando e perché hai iniziato a scrivere?
Ho scritto fin da quando ero piccola. Quaderni di favole e rielaborazioni di fumetti o cartoni animati che facevo incollando figure e frasi. Scrivere era soprattutto un tentativo di rielaborare il vissuto, o il visto, riprodurne l’essenza a parole, stupendomi ogni volta che fosse così inafferrabile. Credo di aver sempre avuto un’attrazione mimetica per la vita: riprodurla, ricrearla. Ho continuato a scrivere al liceo e all’università. L’intento di scrivere per pubblicare si è manifestato però relativamente tardi, per molto tempo ho schiacciato la scrittura espressiva o creativa dentro le maglie di quella della critica d’arte. Un grave incidente d’auto mi ha messo davanti all’evidenza che non potevo rimandare all’infinito un’urgenza che fino a quel punto ero riuscita a dirottare altrove. Ho capito che il tempo non era infinito davanti a me, e dovevo concentrarmi su quella che mi sembrava la priorità.

Come sei giunta alla casa editrice del tuo esordio, Diabasis, e quando hai deciso di affidarti all’Agenzia Letteraria Internazionale (Ali)?
Il mio incontro con Diabasis è avvenuto grazie ad Alessandro Scansani che ne è stato direttore editoriale fino a qualche anno fa, quando è venuto mancare. Scansani lesse i miei racconti e decise di pubblicarli senza molti indugi, essendo un piccolo editore con un catalogo solido e ben costruito poteva permettersi scelte personalissime e anche rischiose, come pubblicare i racconti di una esordiente come me. L’agenzia Ali mi ha cercato dopo l’uscita di Violazione, il mio primo romanzo, pubblicato con Einaudi Stile libero. Ali è una delle più antiche agenzie letterarie in Italia, con un numero di autori ‘classici’ moderni notevole, credo che all’epoca e tuttora stessero facendo una campagna di apertura a nuovi autori di cui gestire i diritti.

Cosa ha rappresentato per te pubblicare i successivi due romanzi con Einaudi Stile libero?
L’incontro con Einaudi è avvenuto tramite Giulio Mozzi che all’epoca, 2010, ne era consulente. Giulio, Rosella Postorino, Severino Cesari e Paolo Repetti sono stati, e sono, interlocutori importanti che mi hanno aiutato a misurarmi con i meccanismi della grande editoria. Tutto quello che viene prima e dopo la pubblicazione di un libro. Non è stato tutto rose e fiori, gli autori Einaudi sono tanti e di qualità, talora si avverte la competizione interna, talora si ha l’impressione di essere una delle tante pedine di questa roulette russa che pare essere oggi l’editoria. Ma questo, un po’ come avviene con gli attacchi batterici, dovrebbe rafforzare le difese di chi vuole scrivere e la convinzione in quello che intende fare. Oggi ci sono tanti modi per essere scrittori, spesso legati alla proiezione di una certa immagine di sé, costruita attraverso i media, o fatti extra-letterari. Qualche volta mi trovo a invidiare una scelta come quella di Elena Ferrante che da sempre ha precluso l’accesso alla propria identità e vita privata, si tratta di una scelta estrema e che probabilmente riesce solo laddove l’autore ha una seconda vita. Io che invece ho deciso di essere l’autrice di Violazione e de L’amore normale ho anche scelto, inevitabilmente, di far coincidere buone fette della mia identità con quei romanzi. E questo direi che è il cambiamento più vistoso avvenuto dopo la loro pubblicazione, per chi li ha letti e mi parla: io sono anche i miei libri. Continua a leggere

Paolo Di Paolo – Professione scrittore 10

Paolo Di Paolo

Paolo Di Paolo ha esordito nel 2004, poco più che ventenne, con i racconti Nuovi cieli, nuove carte (Empirìa), finalisti al Premio Italo Calvino. Nel 2008 ha dato alle stampe il romanzo Raccontami la notte in cui sono nato (Perrone, ora Feltrinelli) e successivamente, con Feltrinelli, Dove eravate tutti (vincitore del Premio Mondello) e Mandami tanta vita (finalista Premio Strega). Le sue ultime pubblicazioni sono Tutte le speranze (Rizzoli), che indaga sulla figura e sull’insegnamento di Indro Montanelli, e la favola La mucca volante (Bompiani).
Ha inoltre curato diversi libri-intervista ad alcuni protagonisti del panorama culturale italiano e collabora con il supplemento domenicale del
Sole 24 Ore, con il Venerdì di Repubblica, con la rivista Nuovi Argomenti.

Quando e perché hai iniziato a scrivere?
Amavo l’idea della scrittura e dei libri già da bambino. Immaginavo i romanzi che avrei scritto giocando con le agende di mio padre… Ma i primi veri racconti li ho scritti nell’estate dopo la maturità. Quella libertà mi ha consentito di fare alcuni tentativi, che restano come “prove di voce”.

Come mai sei di recente passato dalla Feltrinelli al Gruppo RCS? Come ha avuto inizio e quali sono state le tappe principali della tua avventura editoriale?
Si tratta di un “prestito”, nato dal dialogo con gli editor Michele Rossi e Beatrice Masini.
La prima tappa fondamentale è stata quella del 2003: la finale del premio Calvino e del Campiello Giovani. Lì ho preso fiducia, poi sono venuti alcuni libri intervista con autori italiani come Maraini e Debenedetti, e il lavoro nella piccola editoria. Un cantiere che mi ha permesso di conoscere e sperimentare un po’ tutti gli aspetti del mondo editoriale. Continua a leggere

Giuseppe Merico – Professione scrittore 9

giuseppe mericoGiuseppe Merico è redattore della rivista letteraria «Argo» e ha esordito con la raccolta di racconti Dita amputate con fedi nuziali (Giraldi, 2007); sono seguiti i romanzi Io non sono esterno (Castelvecchi, 2011) e Il guardiano dei morti (Perdisa Pop, 2012).

Quando e perché hai iniziato a scrivere?
Ho cominciato per una necessità espressiva che mi porto dietro fin da bambino; ricordo che avevo un quaderno sul quale annotavo i titoli dei film che avrei voluto dirigere, mi inventavo i titoli e nella mia testa c’erano gli abbozzi di storie che mai avrebbero avuto uno svolgimento nella realtà, erano tutte storie dell’orrore. Mostri, fantasmi, bambini deformi e orfani, streghe, case abbandonate hanno avuto sempre un posto di riguardo nella mia immaginazione. Non sapevo bene come avrei fatto ovviamente a fare un film ma ero abbastanza trascinatore da solleticare l’immaginazione dei miei amici, così mettevo in scena assieme a loro delle scenette con trucchi molto artigianali, carta igienica bagnata incollata sui volti, avete mai provato?, quando la tirate via sembra si stacchino pezzi di pelle, questo era l’effetto zombie. Rido. E poi ferite sanguinolente, i trucchi li rubavo in casa.
Ho iniziato a scrivere nel 2005 credo, o giù di lì. Mandai un racconto alla rivista Inchiostro, me lo pubblicarono. Semplicemente scoprii che era una cosa che si poteva fare. Buttai giù i racconti che poi diventarono la raccolta Dita amputate con fedi nuziali, adesso a rileggerli mi sembrano molto acerbi e abbozzati, ma in quel periodo per me erano perfetti, brillavano. Avevo un blog, si chiamava Scrivoeleggo, li pubblicavo lì, ero seguito e sollecitato. In qualche modo avevo capito che la strada della scrittura per me era percorribile. Da qualche parte sarei arrivato.

Come sei entrato in contatto con gli editori con cui hai pubblicato (Giraldi, Castelvecchi, Perdisa Pop) e quali sono gli aspetti che hai apprezzato o le mancanze che hai rilevato nella loro attività?
All’inizio non ne sapevo un granché, non avevo contatti né persone a cui rivolgermi quindi ho fatto quello che può fare chiunque decida di presentare un manoscritto a una casa editrice, pur essendo un novello sapevo che avrei dovuto iniziare con le case editrici minori. Non ricordo a chi mandai la raccolta di racconti, Moby Dick, Fernandel mi pare, Giraldi era di Bologna, qualcuno me ne aveva parlato, pagai un contributo per la pubblicazione (orrore), venni recensito da qualche quotidiano e non venni stroncato. Dita amputate con fedi nuziali mi permise di entrare in contatto con il collettivo di «Argo» che allora era di stanza a Bologna, mi diede la spinta per iniziare a frequentare i corsi di scrittura, conobbi Luigi Bernardi. Continua a leggere