MADRIGALE SENZA SUONO di Andrea Tarabbia e altri interessanti romanzi italiani

Madrigale senza suono, Tarabbia; Sogni e favole, Trevi; La custodia dei cieli profondi, RibaDopo averlo sfiorato con lo splendido Giardino delle mosche, Andrea Tarabbia vince il Campiello con Madrigale senza suono (Bollati Boringhieri); nella cinquina del premio c’era anche Lo Stradone di Francesco Pecoraro, opera sulla quale scriverò prossimamente ed ennesima conferma dell’ottimo lavoro che stanno facendo nella casa editrice Ponte alla Grazie che, oltre ad aver pubblicato il precedente romanzo di Tarabbia, ha di recente proposto Sogni e favole di Emanuele Trevi (primo nella classifica di qualità dei grandi lettori promossa da L’Indiscreto). Mi soffermerò infine su un’opera di diversi mesi fa che ho tardivamente letto la scorsa estate e che meriterebbe più dell’attenzione che ha ricevuto: La custodia dei cieli profondi di Raffaele Riba (nel catalogo di 66thand2nd). Continua a leggere

Intervista a Simona Vinci – Professione scrittore 21

Simona VinciSimona Vinci ha esordito nel 1997 con Dei bambini non si sa niente, pubblicato da Einaudi Stile libero come la maggior parte delle sue opere (tra cui: In tutti i sensi come l’amore, Brother and Sister, Strada Provinciale Tre).
La prima verità, opera di sofferta denuncia civile, dalla scrittura intensa e contundente, è tra i cinque finalisti del Premio Campiello 2016. Si tratta di un romanzo dalla struttura ambiziosa e articolata, che si sviluppa tra la metà degli anni ’60 (quando in Grecia si instaurò la dittatura dei colonnelli) e la contemporaneità; tra i personaggi, insieme alla narratrice e a una giovane volontaria, ci sono uomini donne e bambini tacciati di pazzia – come se fosse possibile detenere una “prima verità” e non si fosse tutti fragili e fallaci. L’ambientazione prevalente nelle prime tre parti è l’isola di Leros, dove si sono incontrati prigionieri politici e malati psichici, e nella quarta parte Budrio, paese emiliano in cui la narratrice è cresciuta e ha iniziato a confrontarsi con diverse forme di disturbo mentale, a riconoscerle.

La prima verità presenta almeno tre percorsi di lettura, suggeriti dai tre prologhi: il primo che mette in relazione la narratrice con la storia che sta per raccontare, il secondo che riguarda l’aspetto sociale dell’esclusione dei malati psichici, il terzo che include la vicenda romanzesca vera e propria. Ha lavorato da subito e in contemporanea su questi tre piani narrativi?
Fin da subito ho avuto in mente che sarebbe stato un romanzo complesso, a più piani, ambientato in luoghi diversi e tempi diversi e sapevo che dentro volevo metterci tanti generi (il reportage, il romanzo storico, la ghost story, la detection, la poesia) anche se la paura che il troppo risultasse stucchevole o illeggibile mi ha guidata nel cercare dei fili capaci di tessere un arazzo con un disegno visibile e chiaro. Il memoir – la parte iniziale del libro che il lettore ritroverà verso la fine e che dice IO – è stato l’ultimo ad arrivare ed è stato anche quello verso il quale nutrivo più diffidenza e che ho cercato di sopprimere senza riuscirci. Non mi piace scrivere in prima persona, trovo che IO sia la “persona” più ingannevole di tutte, eppure ho dovuto cedere, perché il libro me la chiedeva.

«La storia del lager di Leros non è una leggenda, non è l’invenzione di un romanziere fantasioso e con il gusto per il macabro, ma una realtà documentata»: quanto è durata la fase preparatoria di quest’opera e come si è svolta?
Avevo idea di scrivere qualcosa che avesse a che fare con il disagio psichico ma ancora non sapevo cosa, andavo a caccia di storie. Sono arrivata all’isola di San Servolo, a Venezia, guidata dall’immagine di una donna che avanzava dentro l’acqua del mare. Volevo un’isola. Ma non sapevo ancora quale e perché. Avevo appena finito di lavorare a Strada Provinciale Tre, il mio ultimo romanzo prima di questo, ed ero ancora lungo il ciglio di una strada, in mezzo ai camion, con questa donna smarrita che non si sa di preciso da dove venga e dove stia andando. La storia di Leros l’ho incontrata per caso, su un forum di psichiatria, nella testimonianza anonima di un uomo (o forse era una donna?) che raccontava la sua esperienza come volontario al manicomio di Leros insieme ai basagliani negli anni ’90. Bum. Quando ho letto quelle pagine ho capito che era quella l’isola e quella la storia. Ho preso un aereo, un traghetto e ci sono andata. Poi, la documentazione in verità è durata fino all’ultima riga di stesura e ancora, durante le infinite revisioni e riletture. Continua a leggere