Intervista a Luigi Ballerini, poeta e traduttore di James Baldwin, Edgar Lee Masters ed Herman Melville

Luigi Ballerini, intervista, poeta e traduttoreJames Baldwin, in Stamattina stasera troppo presto, riesce a esprimere tutto il disagio di chi viene discriminato per il colore della propria pelle insieme alla rabbia e alla frustrazione che ne scaturiscono; ma nei suoi racconti non c’è vittimismo: sono storie di uomini e donne che vorrebbero smettere di avere aspettative troppo alte sui loro simili e sulla propria vita e non sempre ci riescono. Forse è proprio questo che rende Baldwin, prima ancora che una “figura di spicco della coscienza nera”, uno scrittore di straordinario talento. A tradurre Stamattina stasera troppo presto per Racconti edizioni è stato Luigi Ballerini, docente di letteratura italiana e poeta, oltre che traduttore: tra le altre opere di cui si è recentemente occupato ci sono anche Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master e Benito Cereno di Herman Melville.

Sei stato tu a proporre a Racconti edizioni la traduzione di Stamattina stasera troppo presto o è stata la casa editrice ad affidartela?
No, la proposta mi è stata fatta da Racconti edizioni. Si tratta in effetti di una traduzione rivista, e a tutti gli effetti migliorata, di una mia traduzione pubblicata molti anni fa da Rizzoli. Aggiungo molto volentieri che alcuni dei miglioramenti sono stati suggeriti da Emanuele Giammarco. Certe modalità espressive erano un po’ troppo “datate”, cioè, nel caso specifico, troppo vicine a modi di dire in voga negli anni Sessanta; altre risentivano un po’ troppo di alcune predilezioni stilistiche che non erano del tutto allineate con la scrittura di Baldwin. È stato un bel lavoro di messa a punto. Oddio non era male nemmeno prima, però adesso è meglio. Continua a leggere

PARIGI È UN DESIDERIO di Andrea Inglese, breve recensione e intervista

andrea-ingleseAndrea Inglese in Parigi è un desiderio affronta temi (come l’amore, l’inettitudine, il precariato) e luoghi (Parigi, Milano, Procida) che immagineremmo letterariamente consunti, invece sbaraglia le nostre resistenze in uno dei migliori esordi narrativi di quest’anno – un plauso per l’ottimo lavoro va anche a Ponte alle Grazie e a Vincenzo Ostuni, che con Il Giardino delle mosche di Tarabbia hanno pure sfiorato il Premio Campiello.
Il narratore di Parigi è un desiderio, Andy, confessa subito la propria inquietudine esistenziale e ci racconta la precoce infatuazione per la capitale francese, le velleità accademiche e letterarie, ma soprattutto la sua bulimia sentimentale, trascinando il lettore nel gorgo della sua vita disordinata, conquistandolo con una scrittura incalzante ipotattica e centrifuga, con il sarcasmo e con il coraggio di mostrarsi inerme dinanzi alle proprie fragilità e all’avversione di un sistema in cui chi, come lui, non è classificabile e allineato è perduto. Anche se quello di Andrea Inglese – di vocazione poeta – è uno stile irriverente e originale, i suoi riferimenti sono classici, da Bianciardi, citato in corso d’opera, agli innumerevoli scrittori maledetti come Henry Miller, che hanno fatto di Parigi la propria sede di elezione e del sesso una forma di resistenza. Qui di seguito l’intervista all’autore.

Dopo diverse raccolte di poesie, quali motivazioni e stimoli ti hanno portato alla stesura di questo romanzo?
I libri di poesie sono sei – se si escludono piccole plaquette. Vale la pena, però, di aggiungere a questi due libri “strani” di prosa: Prati (Camera Verde, 2007), poi confluito e ampliato nel volume collettivo Prosa in prosa (Le Lettere, 2009) e Quando Kubrick inventò la fantascienza (La Camera Verde, 2011). Il lavoro sulla poesia, quindi, è stato da tempo affiancato da un lavoro sulla prosa. Questa prosa, prima di Parigi è un desiderio, ha assunto fondamentalmente due forme: una che appartiene alla tradizione novecentesca del racconto e una, di più difficile definizione, che è distante sia dalla prosa d’arte sia dalla narrazione breve. Ma il precedente diretto del romanzo è Commiato da Andromeda (Valigie Rosse, 2011), un prosimetro, la cui parte in prosa è preponderante e ha costituito in qualche modo il nucleo germinativo della scrittura romanzesca successiva.
Naturalmente, queste precisazioni non sono ancora una risposta alla tua domanda. Mettiamola così allora: io non avevo una chiara intenzione di scrivere un romanzo, ma mi sono anche reso conto che non m’interessava scrivere un libro lungo di prose per così dire “sperimentali”. Avevo soprattutto un’esigenza: regolare i conti con la città di Parigi, e affrontare la foresta dei miei fantasmi femminili, che in quella città è sempre stata intricata e lussuriosa. Questo libro parla di come dei luoghi fisici (degli spazi metropolitani) siano infestati di chimere, ossia ricordi, ma anche proiezioni, attese, illusioni, immagini traumatiche, e come noi si viaggi nel mondo della più grande concretezza, ma non riuscendo quasi mai a mettere davvero i piedi per terra. E così vale anche per gli incontri con le persone, le amicizie, gli amori: nuotiamo sempre dentro dei grandi miraggi, degli effetti ottici, anche se poi le sberle che diamo o prendiamo dal prossimo sono del tutto reali e concrete.
Alla fine è quindi successo qualcosa di ovvio: come sempre è il soggetto su cui si vuole scrivere che decide della forma che prenderà la nostra scrittura. Per quello di cui volevo scrivere né una serie di prose né un volume di poesie sarebbero stati adatti. Quindi, dopo un’incubazione di diversi anni, con esperimenti di vario tipo, mi sono lanciato in una stesura “continuata” per un anno e mezzo. Alla fine mi sono reso conto che quello che stavo facendo assomigliava ad un romanzo, e che quindi andava “trattato” in modo romanzesco. Aggiungo solo che il trovarmi risucchiato nella forma romanzo mi ha procurato grandissime paure e incertezze. Lo so che oggi un romanzo non lo si nega a nessuno. Ma io, che ho un passato di studioso e teorico del romanzo, mi porto dietro un’idea nobilissima (e terribile) del genere, legata alle vicissitudini molteplici e spesso estreme del romanzo novecentesco. Quindi avevo il terrore di rimanervi schiacciato sotto. Continua a leggere

TUMBAS. TOMBE DI POETI E PENSATORI di Cees Nooteboom, recensione

Tumbas_tombe di poeti e pensatori, Cees Nooteboom, IperboreaIl viaggio di Cees Nooteboom e Simone Sassen alla ricerca dei sepolcri di poeti e pensatori

Tumbas, tradotto per Iperborea da Fulvio Ferrari, è il resoconto dei viaggi dello scrittore Cees Nooteboom e della fotografa Simone Sassen alla ricerca dei sepolcri di letterati e filosofi che hanno segnato la storia della poesia e del pensiero, ma è anche e soprattutto la testimonianza del dialogo ininterrotto reso possibile dai loro scritti: «La maggior parte dei morti tace. Non dice più niente. Ha – letteralmente – già detto tutto. Per i poeti non è così. I poeti continuano a parlare». Si susseguono così ottantadue foto in bianco e nero di tombe o semplici lapidi scattate da Simone Sassen e seguite da un testo a cura di Cees Nooteboom. Un ricordo, un episodio biografico o alcune considerazioni sull’opera, con spunti talvolta illuminanti come «un dramma di Bernhard è una camicia di forza in cui ci si lascia infilare di propria volontà»; oppure: «Borges aveva sempre trattato l’invenzione alla stessa stregua della realtà, citando il maggior numero possibile di fonti e autori falsi, così che la realtà in alcuni dei suoi scritti è avviluppata entro una trama di affabulazione, o, quantomeno, di dubbio». Continua a leggere

VIAGGIATORI NEL FREDDO, come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura

Mosca, RussiaIntervista agli autori di Viaggiatori nel freddo, Elisa Baglioni e Francesco Ruggiero del collettivo sparajurij

La collana Scritti Traversi della casa editrice Exòrma coniuga reportage, narrazione, fotografia e la sua ultima pubblicazione, Viaggiatori nel freddo, ha per sottotitolo come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura; è opera della traduttrice letteraria Elisa Baglioni e del poeta Francesco Ruggiero, membri del collettivo sparajurij, impegnato nella sperimentazione di nuove forme di “scrittura totale” e nella diffusione della poesia, anche attraverso la rivista «Atti impuri».
Viaggiatori nel freddo è una guida storica, geografica e letteraria di Mosca in forma narrativa: ciascuno dei ventuno capitoli corrisponde a un giorno di viaggio del narratore che, invitato a un festival di letteratura, approfitta della sua permanenza nella capitale russa per incontrare poeti e “agitatori culturali”, ma anche per esplorare i luoghi conosciuti attraverso la mediazione letteraria.
Qui di seguito l’intervista a Elisa Baglioni e Francesco Ruggiero.

Vi siete accostati al mondo russo attraverso le opere dei suoi scrittori: quanto corrisponde la realtà che avete conosciuto con l’idea che ve ne eravate fatti?
Il rapporto tra letteratura e realtà è ambiguo e complesso. Così come Celati, preferiamo sostituire alla parola reale, i termini di contingenza, inatteso, impensato. Ovvero un contatto con il mondo sensibile che ci permette di conoscere ciò che ancora non sappiamo. Anche nella letteratura russa nessuna realtà, eccetto la realtà, crede di essere la realtà. Il viaggio descritto nel libro vorrebbe confermarlo. Nessun’altra realtà in vista. Solo un orizzonte di neve. Dove la neve è una nave senza rotta, alla deriva tra i flutti del sonno. È stato tutto necessario e irripetibile, perché onirico.

Tanti i letterati menzionati in Viaggiatori nel freddo e l’appendice Personaggi involontari ne dà conto: quali sono coloro le cui opere incarnano meglio la contemporaneità russa?
Per comprendere il recente passato della Russia non si può fare a meno di almeno due classici: Il maestro e Margherita di Michail Bulgakov e Mosca-Petuški di Venedikt Erofeev. Il secondo, composto alla fine degli anni Sessanta e ancora poco conosciuto in Italia, è divenuto un libro di culto, un’enciclopedia del malinconico animo russo, un modo per avvicinarsi al carattere spesso frainteso e incompreso di questo popolo. Tra i poeti, insieme a Josif Brodskij, merita attenzione la generazione a lui coeva – rimasta in ombra per la censura che ne ha condizionato la diffusione anche all’estero – e che ora alcuni editori, tra cui Passigli, cercano di portare in Italia. Continua a leggere