PARIGI È UN DESIDERIO di Andrea Inglese, breve recensione e intervista

andrea-ingleseAndrea Inglese in Parigi è un desiderio affronta temi (come l’amore, l’inettitudine, il precariato) e luoghi (Parigi, Milano, Procida) che immagineremmo letterariamente consunti, invece sbaraglia le nostre resistenze in uno dei migliori esordi narrativi di quest’anno – un plauso per l’ottimo lavoro va anche a Ponte alle Grazie e a Vincenzo Ostuni, che con Il Giardino delle mosche di Tarabbia hanno pure sfiorato il Premio Campiello.
Il narratore di Parigi è un desiderio, Andy, confessa subito la propria inquietudine esistenziale e ci racconta la precoce infatuazione per la capitale francese, le velleità accademiche e letterarie, ma soprattutto la sua bulimia sentimentale, trascinando il lettore nel gorgo della sua vita disordinata, conquistandolo con una scrittura incalzante ipotattica e centrifuga, con il sarcasmo e con il coraggio di mostrarsi inerme dinanzi alle proprie fragilità e all’avversione di un sistema in cui chi, come lui, non è classificabile e allineato è perduto. Anche se quello di Andrea Inglese – di vocazione poeta – è uno stile irriverente e originale, i suoi riferimenti sono classici, da Bianciardi, citato in corso d’opera, agli innumerevoli scrittori maledetti come Henry Miller, che hanno fatto di Parigi la propria sede di elezione e del sesso una forma di resistenza. Qui di seguito l’intervista all’autore.

Dopo diverse raccolte di poesie, quali motivazioni e stimoli ti hanno portato alla stesura di questo romanzo?
I libri di poesie sono sei – se si escludono piccole plaquette. Vale la pena, però, di aggiungere a questi due libri “strani” di prosa: Prati (Camera Verde, 2007), poi confluito e ampliato nel volume collettivo Prosa in prosa (Le Lettere, 2009) e Quando Kubrick inventò la fantascienza (La Camera Verde, 2011). Il lavoro sulla poesia, quindi, è stato da tempo affiancato da un lavoro sulla prosa. Questa prosa, prima di Parigi è un desiderio, ha assunto fondamentalmente due forme: una che appartiene alla tradizione novecentesca del racconto e una, di più difficile definizione, che è distante sia dalla prosa d’arte sia dalla narrazione breve. Ma il precedente diretto del romanzo è Commiato da Andromeda (Valigie Rosse, 2011), un prosimetro, la cui parte in prosa è preponderante e ha costituito in qualche modo il nucleo germinativo della scrittura romanzesca successiva.
Naturalmente, queste precisazioni non sono ancora una risposta alla tua domanda. Mettiamola così allora: io non avevo una chiara intenzione di scrivere un romanzo, ma mi sono anche reso conto che non m’interessava scrivere un libro lungo di prose per così dire “sperimentali”. Avevo soprattutto un’esigenza: regolare i conti con la città di Parigi, e affrontare la foresta dei miei fantasmi femminili, che in quella città è sempre stata intricata e lussuriosa. Questo libro parla di come dei luoghi fisici (degli spazi metropolitani) siano infestati di chimere, ossia ricordi, ma anche proiezioni, attese, illusioni, immagini traumatiche, e come noi si viaggi nel mondo della più grande concretezza, ma non riuscendo quasi mai a mettere davvero i piedi per terra. E così vale anche per gli incontri con le persone, le amicizie, gli amori: nuotiamo sempre dentro dei grandi miraggi, degli effetti ottici, anche se poi le sberle che diamo o prendiamo dal prossimo sono del tutto reali e concrete.
Alla fine è quindi successo qualcosa di ovvio: come sempre è il soggetto su cui si vuole scrivere che decide della forma che prenderà la nostra scrittura. Per quello di cui volevo scrivere né una serie di prose né un volume di poesie sarebbero stati adatti. Quindi, dopo un’incubazione di diversi anni, con esperimenti di vario tipo, mi sono lanciato in una stesura “continuata” per un anno e mezzo. Alla fine mi sono reso conto che quello che stavo facendo assomigliava ad un romanzo, e che quindi andava “trattato” in modo romanzesco. Aggiungo solo che il trovarmi risucchiato nella forma romanzo mi ha procurato grandissime paure e incertezze. Lo so che oggi un romanzo non lo si nega a nessuno. Ma io, che ho un passato di studioso e teorico del romanzo, mi porto dietro un’idea nobilissima (e terribile) del genere, legata alle vicissitudini molteplici e spesso estreme del romanzo novecentesco. Quindi avevo il terrore di rimanervi schiacciato sotto. Continua a leggere

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PASSAPAROLA di Simon Lane, recensione

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Passaparola il primo romanzo di Simon Lane tradotto in italiano

Si deve alla casa editrice Ottolibri la prima traduzione italiana di un romanzo di Simon Lane, Passaparola – A murder mystery (con una prefazione di Francesco Forlani). Ma prima di addentrarci nella storia narrata, occorre rendere merito a Eva Clesis, fondatrice della Ottolibri Edizioni, che per portare a compimento questo progetto culturale e finanziare la traduzione (a cura di Cristina Ingiardi) ha utilizzato i proventi delle vendite del libello 99 rimostranze a Dio, che ha coinvolto ben 101 autori. A dimostrazione che, per chi crede nei libri e nelle professionalità che ruotano intorno al mondo editoriale, ancora ci sono dei margini di possibilità, seppur esigui.
Passaparola esalta la capacità di Lane, scrittore giramondo di origine britannica, di mostrare una Parigi multietnica e ipocrita, di alternare ironia e angoscia senza soluzione di continuità: il romanzo si compone di un’unica ininterrotta testimonianza che un carcerato registra per poi consegnarne il nastro al suo avvocato. Continua a leggere