Intervista a Rossella Milone – Professione scrittore 18

Il silenzio del lottatore (minimum fax) è la terza raccolta di racconti di Rossella Milone e segue Prendetevi cura delle bambine (Avagliano), con cui ha esordito nel 2007, e La memoria dei vivi (Einaudi); ha inoltre pubblicato con Einaudi il romanzo Poche parole, moltissime cose e con Laterza Nella pancia, sulla schiena, tra le mani. Da poco più di un anno Rossella Milone coordina Cattedrale, un osservatorio online sul racconto.
Il silenzio del lottatore è un’opera incentrata sulla volubilità e sulla conflittualità delle relazioni umane ed è composta da sei storie raccontate in prima persona da donne – che potrebbero anche essere una sola in diverse stagioni della vita.

Tutti i racconti del Silenzio del lottatore (eccetto in parte il primo) sono ambientati in un contesto ordinario: la quotidianità è la prospettiva migliore dalla quale osservare l’evoluzione dei personaggi e le dinamiche dei rapporti di coppia, tra attrazione conforto e insofferenza?
Sì. Almeno, per me lo è. Mi piace scrivere storie che in qualche modo potrebbero appartenermi, che avrei potuto vivere io o chiunque altro – così da poter dedicare al personaggio quanta più empatia possibile. Scovare lo straordinario nell’ordinario, andare ad osservare i nodi nelle situazioni che tutti vivono, aprire un occhio in più su ciò che solitamente diamo per scontato: è il mio modo di fare narrativa. Scomporre e ricomporre, distruggere, costruire e ancora distruggere la realtà in mille frammenti, forse è l’unico modo che ha la narrativa di dare senso alle cose. Continua a leggere

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NARRATORI DEGLI ANNI ZERO a cura di Andrea Cortellessa, recensione

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Narratori degli Anni Zero, antologia a cura di Andrea Cortellessa, «L’illuminista», n. 31-32-33, anno XI, Edizioni Ponte Sisto, 2011, pp. 702.

Dopo l’antologia Poeti degli Anni Zero curata da Vincenzo Ostuni, il quadrimestrale diretto da Walter Pedullà, «L’illuminista», ha assegnato al critico Andrea Cortellessa il compito di tracciare un bilancio della nuova narrativa italiana e di indicarne gli esponenti più rappresentativi: Narratori degli Anni Zero ne prende in considerazione ben venticinque. Cortellessa sottolinea subito che «ci sono infinitamente più cose nella prosa e nella narrazione “reali”, oggi in Italia, di quante ne prescriva l’odierna filosofia del romanzo» (p. 17), in continuità con Alfonso Berardinelli e quanti accusano la tirannia della forma romanzo nella produzione editoriale; vengono così privilegiati i virtuosi della scrittura rispetto ai “creatori di mondi” e, meritoriamente, particolare attenzione è riservata anche ad autori e raccolte di racconti – sebbene come unico criterio di selezione sia stata indicata la qualità letteraria non «limitata all’autosufficienza espressiva dello stile […], la costruzione narrativa non è affatto una variabile accessoria dei testi; né può esserlo per me la loro “trama ideologica”» (p. 25). Viene invece seguito con maggior fedeltà il principio di non osservare «alcun criterio geografico né (anagraficamente) generazionale» (p. 23) nella scelta dei narratori antologizzati; quanto al limite temporale (gli Anni Zero), sono presi in considerazione coloro che hanno raggiunto – talvolta anche solo fatto intravedere… – la propria maturità artistica nel primo decennio del nuovo millennio e, di conseguenza, l’ordine con cui vengono indicizzati è stabilito dall’anno di pubblicazione della loro prima opera letterariamente compiuta.
Alla prefazione di Walter Pedullà, seguono l’introduzione di Andrea Cortellessa e le venticinque sezioni (una per ciascuno scrittore), divise in presentazione critica dell’autore, biografia, assaggi narrativi, dichiarazioni di poetica e silloge di giudizi critici. La mole dell’opera (circa 700 pagine) ha reso possibile offrire al lettore anche ampi estratti delle opere menzionate – che peraltro il curatore ha saputo selezionare con grande pertinenza –, rendendo Narratori degli Anni Zero, più che un testo di semplice consultazione, un’esperienza concreta di lettura attraverso la pluralità della produzione narrativa italiana di questi anni.
Ma veniamo ai venticinque autori e alle specificità che li hanno resi degni di entrare nel novero dei prescelti: Continua a leggere

Paolo Cognetti – Professione scrittore 3

 Paolo Cognetti

Paolo Cognetti ha pubblicato con minimum fax Manuale per ragazze di successo (2004), Una cosa piccola che sta per esplodere (2007, finalista al Premio Chiara) e Sofia si veste sempre di nero (2012, selezionato al Premio Strega 2013).  Con Laterza è uscito nel 2010 New York è una finestra senza tende. Il suo blog è paolocognetti.blogspot.it. Da non perdere, poi, una sua serie di suoi interventi sulla scrittura su minima&moralia: http://www.minimaetmoralia.it/wp/?s=paolo+cognetti.

Quando e perché hai iniziato a scrivere? Quali sono i tuoi modelli letterari?
Ho iniziato a scrivere verso i diciott’anni, per alcuni buoni motivi: perché ero un timido e parlavo poco, perché leggevo molto, perché mi innamoravo sempre. Così i miei primi generi letterari sono stati le lettere d’amore alle ragazze e le riflessioni esistenziali sul diario di un mio amico. Anche allora leggevo soprattutto scrittori americani, quelli giusti per un diciottenne introverso perché parlavano di sesso, alcol, libertà, vita di strada: da Kerouac a Bukowski, in quegli anni amavo i trasgressivi. Poi ho scoperto che mi piacevano molto i racconti. Prima Carver, poi Grace Paley, poi Flannery O’Connor. Poi ancora Hemingway e Salinger. È stata un’esplorazione entusiasmante ed è durata anni, fino ai grandi scrittori di racconti di oggi come Charles D’Ambrosio e Alice Munro. Tutti questi direi che sono i miei maestri.

Come sei giunto alla minimum fax e che rapporto hai con il tuo editor?
Nel 2003, dopo qualche anno di scrittura, mi pareva di aver messo insieme quattro o cinque buoni racconti e decisi di provare a cercarmi un editore. Minimum fax fu il primo a cui pensai, perché pubblicava Carver e tantissimi scrittori di racconti americani (era da poco uscita un’antologia, Burned Children of America, che per quelli come me è stata una pietra miliare). Io però stavo a Milano e loro a Roma, così approfittai di un evento che organizzavano per andare a conoscerli, feci una specie di dichiarazione d’amore a uno dei due editori, gli lasciai i miei racconti e incredibilmente un anno dopo erano un libro, Manuale per ragazze di successo. Insomma mi è andata bene al primo tentativo, e proprio con il mio editore preferito.
L’editor anche a quei tempi era Nicola Lagioia, che poi mi ha seguito fino ad ora: al terzo libro ormai ci conosciamo bene. Come sapete lui è anche un bravo scrittore e questo conta molto, non mi sembra di confrontarmi con uno che di mestiere pubblica i libri ma con uno che li scrive, e si avvicina al mio lavoro con grande rispetto. Nicola entra nelle mie storie in punta dei piedi ed è capace di spingere le leve giuste (il mio difetto più frequente è che sono sbrigativo, perché ho paura di non saper scrivere alcune scene e allora semplicemente le taglio; lì Nicola mi chiede di fermarmi, approfondire, affrontare i passaggi critici di una storia). Io poi scrivo racconti, quindi non è che ogni tre anni gli mando un romanzo su cui lavorare; succede piuttosto ogni sei mesi, è un rapporto che a modo nostro coltiviamo nel tempo.

Un consiglio agli aspiranti scrittori?
Leggere moltissimo e trovare i propri maestri. Non c’è niente di male nel copiarli spudoratamente, all’inizio. Meglio ancora se sono maestri vivi, perché magari puoi avere la fortuna di incontrarli e perfino partecipare a qualche loro lezione. E poi conoscere i piccoli editori: sono loro che ti pubblicheranno, se tutto va bene. Capire che cosa fanno, seguire il loro lavoro, andare alle fiere a parlarci. Sporcarsi le mani, e consumarsi le suole delle scarpe, con la letteratura. Ho conosciuto troppi aspiranti scrittori che leggevano solo russi morti, poi impacchettavano il loro manoscritto e lo spedivano a Mondadori e si mettevano ad aspettare una risposta: ecco, così direi proprio che non si fa. Cercatevi un editore come andreste a cercare lavoro se aveste le tasche vuote e una gran fame.

Qui le precedenti interviste a Omar Di Monopoli ed Elisa Ruotolo:
https://giovannituri.wordpress.com/category/professione-scrittore/

Antonio Moresco e la letteratura

antonio moresco

Da una replica di Antonio Moresco a Nicola Lagioia

La letteratura incide, può incidere nella polpa dei viventi e del mondo. Può essere anche senza mediazioni, frontale. Può portare dolore, e questo dolore può tornare indietro anche in chi ne scrive. Ma non è questo il suo solo orizzonte e il suo limite. Alcune delle cose scritte nero su bianco in Lettere a nessuno sono pesanti e gravi, lo so, ma le penso sinceramente e profondamente e allora le ho dette con chiarezza e senza nascondermi, sapendo ciò cui andavo incontro. Lo so, bisognerebbe essere meno appassionati e implicati, più prudenti, più equilibrati. Ma guarda che a forza di equilibrio si finisce per diventare equilibristi, a forza di essere prudenti si finisce per diventare consenzienti. Io almeno riesco a vivere solo così, come uomo e come scrittore, anche se so che non è la strada più facile, anche se so che probabilmente non c’è speranza, che le battaglie vere sono quasi sempre perdute, che a comportarmi così non andrò in paradiso, non mi faranno andare in paradiso. Lo sapevo, scrivendo questo libro prima di gettarmi nella conclusione di Canti del caos, che non si deve fare, che non conviene, che il mondo in cui viviamo non funziona così, che il mondo della cultura non funziona così, che persino gli scrittori – e persino adesso – pensano di avere qualcosa da perdere. […] Certe volte la vita sanguina. Anche la letteratura non è senza sangue.

Qui trovate sia la lettera di Lagioia, sia la risposta completa di Moresco:
http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2008/12/10/caro-antonio-caro-nicola/

Intervista a Nicola Lagioia, editor minimum fax

La prima di una serie di interviste inedite a editor di narrativa italiana è quella a Nicola Lagioia, editor minimum fax e condirettore della collana Nichel.

Alcuni scrittori non perdono occasione per ringraziare il proprio editor, altri per lanciargli critiche più o meno velate; taluni lo considerano un coautore, altri poco più che un redattore o un semplice lettore professionista… Chi è per te l’editor e qual è il suo ruolo?
L’editor è lo sparring partner dell’autore, e meglio ancora dello scrittore. Non è il co-autore di alcunché, se mai gli venisse la fantasia di credersi tale, ma una figura (oggi professionalizzata, ma pensa a Pound con Eliot o alla Stein con tutti gli altri) in grado di leggere un testo letterario, capire come si dovrebbe lavorare perché ciò che si vede in potenza venga fuori, e riferirlo con la giusta empatia, serietà e partecipazione all’autore di quel testo. L’editor è colui che, insomma, aiuta lo scrittore a far diventare il suo libro ciò che è. Il “come diventare ciò che si è” per la letteratura è insomma la sua stella polare. Questo, per il lavoro sul testo. L’editor è poi spesso colui che decide quali testi pubblicare tra tutti quelli che vengono sottoposti al suo giudizio. Quindi dovrebbe essere una persona abbastanza sensibile e preparata da prendersi questa responsabilità.

Qual è stato il percorso che ti ha portato a svolgere questa professione?
Ero e sono un lettore maniacale. Ero e sono uno scrittore maniacale. In più, ho grande rispetto del talento altrui. Quando vedo la cosa ben fatta, se non addirittura la cosa veramente bella (circondati come siamo da cose brutte o fatte con pressappochismo) ne resto sempre ammirato, mi migliora proprio la giornata. Il mio percorso si è costruito sulla base di questi tre punti, in modo abbastanza spontaneo, insomma. Continua a leggere