Ecco i migliori blog letterari italiani (2)

classifica blog letterariAl primo post sui migliori blog collettivi italiani che si occupano di libri e cultura segue il secondo, come promesso, e ce ne sarà anche un terzo, dal momento che l’iniziativa ha riscosso consenso e attenzione e alla fine hanno aderito quasi tutti gli interpellati. Ovviamente continuerà a essere una rassegna parziale, ma indicativa di una piazza virtuale in cui a occuparsi di letteratura sono in tanti e spesso lo fanno con grande professionalità e competenza, oltre che con passione. Continua a leggere

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Ecco i migliori blog letterari italiani (1)

literay blogSempre più spesso lo spazio della critica letteraria si è spostato dalla carta stampata al web, dove non ci sono limiti di battute, né costi tali da richiedere investimenti promozionali da parte di aziende e marchi editoriali – di cui si vanno poi a sponsorizzare i testi con pretestuose recensioni. Certo, la democraticità della rete concede la parola anche a chi non ha gli strumenti per esprimere giudizi significativi, ma nel tempo si è andata definendo una costellazione di blog collettivi in cui la discussione su argomenti letterari è spesso seria e approfondita. Qui di seguito il primo di tre post in cui i loro ideatori ci raccontano come questi siti siano nati, cosa li caratterizzi e quanti siano i collaboratori. Continua a leggere

PARIGI È UN DESIDERIO di Andrea Inglese, breve recensione e intervista

andrea-ingleseAndrea Inglese in Parigi è un desiderio affronta temi (come l’amore, l’inettitudine, il precariato) e luoghi (Parigi, Milano, Procida) che immagineremmo letterariamente consunti, invece sbaraglia le nostre resistenze in uno dei migliori esordi narrativi di quest’anno – un plauso per l’ottimo lavoro va anche a Ponte alle Grazie e a Vincenzo Ostuni, che con Il Giardino delle mosche di Tarabbia hanno pure sfiorato il Premio Campiello.
Il narratore di Parigi è un desiderio, Andy, confessa subito la propria inquietudine esistenziale e ci racconta la precoce infatuazione per la capitale francese, le velleità accademiche e letterarie, ma soprattutto la sua bulimia sentimentale, trascinando il lettore nel gorgo della sua vita disordinata, conquistandolo con una scrittura incalzante ipotattica e centrifuga, con il sarcasmo e con il coraggio di mostrarsi inerme dinanzi alle proprie fragilità e all’avversione di un sistema in cui chi, come lui, non è classificabile e allineato è perduto. Anche se quello di Andrea Inglese – di vocazione poeta – è uno stile irriverente e originale, i suoi riferimenti sono classici, da Bianciardi, citato in corso d’opera, agli innumerevoli scrittori maledetti come Henry Miller, che hanno fatto di Parigi la propria sede di elezione e del sesso una forma di resistenza. Qui di seguito l’intervista all’autore.

Dopo diverse raccolte di poesie, quali motivazioni e stimoli ti hanno portato alla stesura di questo romanzo?
I libri di poesie sono sei – se si escludono piccole plaquette. Vale la pena, però, di aggiungere a questi due libri “strani” di prosa: Prati (Camera Verde, 2007), poi confluito e ampliato nel volume collettivo Prosa in prosa (Le Lettere, 2009) e Quando Kubrick inventò la fantascienza (La Camera Verde, 2011). Il lavoro sulla poesia, quindi, è stato da tempo affiancato da un lavoro sulla prosa. Questa prosa, prima di Parigi è un desiderio, ha assunto fondamentalmente due forme: una che appartiene alla tradizione novecentesca del racconto e una, di più difficile definizione, che è distante sia dalla prosa d’arte sia dalla narrazione breve. Ma il precedente diretto del romanzo è Commiato da Andromeda (Valigie Rosse, 2011), un prosimetro, la cui parte in prosa è preponderante e ha costituito in qualche modo il nucleo germinativo della scrittura romanzesca successiva.
Naturalmente, queste precisazioni non sono ancora una risposta alla tua domanda. Mettiamola così allora: io non avevo una chiara intenzione di scrivere un romanzo, ma mi sono anche reso conto che non m’interessava scrivere un libro lungo di prose per così dire “sperimentali”. Avevo soprattutto un’esigenza: regolare i conti con la città di Parigi, e affrontare la foresta dei miei fantasmi femminili, che in quella città è sempre stata intricata e lussuriosa. Questo libro parla di come dei luoghi fisici (degli spazi metropolitani) siano infestati di chimere, ossia ricordi, ma anche proiezioni, attese, illusioni, immagini traumatiche, e come noi si viaggi nel mondo della più grande concretezza, ma non riuscendo quasi mai a mettere davvero i piedi per terra. E così vale anche per gli incontri con le persone, le amicizie, gli amori: nuotiamo sempre dentro dei grandi miraggi, degli effetti ottici, anche se poi le sberle che diamo o prendiamo dal prossimo sono del tutto reali e concrete.
Alla fine è quindi successo qualcosa di ovvio: come sempre è il soggetto su cui si vuole scrivere che decide della forma che prenderà la nostra scrittura. Per quello di cui volevo scrivere né una serie di prose né un volume di poesie sarebbero stati adatti. Quindi, dopo un’incubazione di diversi anni, con esperimenti di vario tipo, mi sono lanciato in una stesura “continuata” per un anno e mezzo. Alla fine mi sono reso conto che quello che stavo facendo assomigliava ad un romanzo, e che quindi andava “trattato” in modo romanzesco. Aggiungo solo che il trovarmi risucchiato nella forma romanzo mi ha procurato grandissime paure e incertezze. Lo so che oggi un romanzo non lo si nega a nessuno. Ma io, che ho un passato di studioso e teorico del romanzo, mi porto dietro un’idea nobilissima (e terribile) del genere, legata alle vicissitudini molteplici e spesso estreme del romanzo novecentesco. Quindi avevo il terrore di rimanervi schiacciato sotto. Continua a leggere

In Italia fare cultura significa prepararsi a soccombere: un’intervista a Giacomo Sartori

Giacomo Sartori, agronomo di formazione, è uno dei redattori di Nazione Indiana e vive tra Trento e Parigi. Ha esordito nel 1996 con la raccolta di racconti Di solito mi telefona il giorno prima (ilSaggiatore); la sua ultima opera, pubblicata da CartaCanta editore, è il romanzo Rogo, in cui si alternano tre protagoniste: Lucilla, che vive alla fine degli anni ’70 il passaggio alla vita adulta e la relazione sentimentale con Ilio, prestante maestro di sci; Anna, che soffre di disturbi dell’alimentazione e affronta la prova più difficile per il proprio corpo nel 2012; la Gheta, accusata di stregoneria nel ’600. Le loro sono storie di drammatica maternità che dialogano attraverso il tempo e Sartori le intreccia con una scrittura sorvegliata e pregna di sofferenza.
Qui di seguito un’intervista sulla sua opera e sulla situazione editoriale e culturale italiana.

copertina rogo giacomo sartoriDa dove nasce l’ambizione di raccontare l’aspetto angoscioso della maternità, intorno al quale ruota Rogo? Non è stato un azzardo per uno scrittore uomo?
Sì, certo, un enorme e anche tracotante azzardo, per cominciare dalla seconda parte della domanda. Io sono un maschio, non ho figli, non ho mai vissuto di persona le problematiche del romanzo. Questa risposta vale però se resto sul piano della mia via privata, nella quale mi piace ascoltare e cercare di capire, ma dove non mi sembra di avere nulla di originale da dire, e a dire la verità nemmeno alcun interesse a farlo. La scrittura invece è tutt’altra cosa, lì provo un feroce bisogno di dire, di confrontarmi con tematiche anche non legate al mio vissuto per esprimere una mia visione, anche se forse non univoca o addirittura contraddittoria. E spesso il punto di partenza è un fatto del quale sono venuto a conoscenza, o ho letto sui giornali, come è successo in questo caso.

Mentre emerge con forza la complessità interiore delle tre protagoniste, gli altri personaggi possono apparire un po’ rigidi nei propri ruoli: era tua intenzione concentrare lo sguardo del narratore – e di conseguenza quello del lettore – solo su Lucilla, Anna e la Gheta?
Tutti i miei testi sono sempre centrati attorno al punto di vista di un personaggio, anche se molto spesso uso la terza persona (una terza persona che quindi si avvicina per certi versi a una prima). E gli altri personaggi sono meno importanti, spesso sono ridotti a pochi tratti, in certi casi a macchiette. Questa riduzione non è il risultato della mia visione, ma di quella del protagonista, e corrisponde a quell’ermeneutica dei rapporti che tutti noi sperimentiamo quotidianamente nelle nostre vite. Noi non sappiamo quasi nulla degli altri, ci costruiamo a loro proposito rozze narrazioni di comodo. In Rogo le storie sono tre, ognuna con una sua protagonista, ma il procedimento è lo stesso. Attenzione però, a ben guardare anche nelle protagoniste ci sono deformazioni e diffrazioni che nulla hanno a che fare con un intento piattamente mimetico. Certo nelle prime l’illusione di realtà è maggiore, ma la costruzione del personaggio è altrettanto arbitraria e distorta. Mi stupisce sempre che i miei testi vengano letti in chiave pedissequamente naturalistica, anche da critici che io immaginavo essere ben scafati, solo perché quella che descrivo sembra per certi versi essere una fotografia oggettiva di una data realtà. È una lettura completamente in contraddizione con la miriade di indizi sparsi nel testo, che dicono che quella rappresentata non è una visione oggettiva, e anzi a ben vedere non è una rappresentazione. Davvero faccio fatica a concepire che non si veda questa elementare complessità del testo, inevitabile dopo che i tanti giganti del Novecento hanno polverizzato la possibilità di raccontare la pretesa di essere oggettivi. Mi sembra che la difficoltà maggiore che incontrano i miei romanzi, il muro di cemento armato contro cui vanno a sbattere, penso in particolare a quello su Galeazzo Ciano, Cielo nero, sia proprio questa. E paradossalmente ho continue riprove che molti lettori comuni, parlo beninteso di lettori forti e esigenti, li capiscano molto meglio di quanto facciano molti addetti ai lavori, anche molto noti, i quali evidentemente danno per scontati stilemi che non sono i miei, e che io considero desueti e non interessanti. Continua a leggere