MILLE CRETINI di Quim Monzó, recensione

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Mille cretini è una raccolta di racconti di Quim Monzó tradotta da Gina Manieri e pubblicata da Marcos y Marcos. Pensavo di recensirla per la rubrica Raccontami di Sul Romanzo, ma sono stato preceduto e allora ho pensato di scriverne qualcosa direttamente su questo blog (dove ne ho già dato due assaggi).

Mille cretini raccoglie testi brevi e brevissimi per lo più privi di veri e propri sviluppi narrativi (soprattutto nella prima delle due sezioni, a cui appartengono i racconti più lunghi); spesso non si tratta nemmeno di frammenti di storie, come avviene in alcuni scritti di Carver o di Kawabata, ma di dilatazioni del tempo narrativo per focalizzarsi su ossessioni e circostanze, come accade in Palomar di Calvino. L’effetto è quello di rendere manifesta la stolidità umana in ogni sua declinazione: dalla demenza senile dell’anziano che prende a vestirsi da donna senza alcun motivo (o se ce n’è uno non viene reso noto) in Il signor Benest, alla compulsione di una donna a rimuovere ogni traccia del suo uomo, in Sabato; dall’ansia di prevedere tutto, che trova pacifica e temporanea sospensione nella placida osservazione della realtà esterna, nel protagonista di Guardo dalla finestra, all’incapacità di uno scrittore affermato di porre rimedio a una successione di incomprensioni (L’elogio) o di un figlio ormai adulto di gestire le fobie contrapposte dei suoi genitori (L’arrivo della primavera). Sono tutti esempi tratti dalla prima sezione; sulla seconda – dato che generalmente si tratta di storie di due o tre paginette e non tutte particolarmente significative – si potrebbe sorvolare, fatta eccezione almeno per Il sangue del mese venturo, irriverente rivisitazione dell’Annunciazione, e Trenta righe, un magistrale esempio di metaletteratura.

Ad accomunare le due parti di Mille cretini, comunque, oltre alle tare che contraddistinguono un po’ tutti i personaggi (che siano o meno i protagonisti), è lo stile caustico e scanzonato di Monzó che, senza essere frivolo, riesce a far sorridere anche delineando situazioni angoscianti e che rende godibile questa lettura – soprattutto se vi si approccia senza troppe pretese, magari approfittando delle ridotte dimensioni dei brani per riempire le pause della giornata.

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Quim Monzó, TRENTA RIGHE (da MILLE CRETINI)

mille cretini_monzó[incipit del racconto Trenta righe nella raccolta Mille cretini, tradotta da Gina Maneri e pubblicata da Marcos y Marcos]

Lo scrittore comincia a battere sui tasti prevenuto. Deve scrivere un racconto breve. Ultimamente tutti decantano le virtù della narrativa breve, ma lui, se potesse essere sincero, confesserebbe che detesta i racconti in generale e quelli brevi in particolare. Ciò nonostante, per non restare tagliato fuori, si è visto costretto ad aggiungersi all’ondata di bugiardi che millantano una passione per la brevità. Ecco perché lo terrorizza la leggerezza con cui le dita danzano sui tasti, così da inanellare parole su parole che, una in fila all’altra, finiscono per formare una riga, sotto la quale se ne forma un’altra – e un’altra ancora! – senza che lui riesca a mettere a fuoco l’argomento, perché è abituato alle lunghe distanze: a volte gli ci vogliono cento pagine per cominciare a intuire di cosa sta scrivendo, altre volte non ci riesce neppure dopo duecento.

Quim Monzó, L’ELOGIO (da MILLE CRETINI)

mille cretini_monzó[dal racconto L’elogio nella raccolta Mille cretini, tradotta da Gina Maneri e pubblicata da Marcos y Marcos]

E una sera entra in libreria e vede che ora, sul libro di Guillot, hanno messo una fascetta con la scritta: UN LIBRO STRAORDINARIO, DANIEL BROTO.
Lui non ha mai detto che fosse un libro straordinario. Se ben ricorda, alla richiesta di indicare un libro di un altro autore che gli è piaciuto negli ultimi tempi ha risposto: “La bellezza del cadmio, di David Guillot”. Nient’altro. Non ha assolutamente pronunciato le parole “mi è sembrato un bellissimo libro” che il redattore gli ha messo in bocca sul giornale, né quest’altra frase che ora campeggia sulla copertina del libro, a caratteri enormi, persino più grandi del titolo e del nome dell’autore: UN LIBRO STRAORDINARIO, DANIEL BROTO. Ma Broto non si stupisce. Sa bene che le case editrici hanno l’abitudine di estrapolare e storpiare la frasi che si dicono trasformandole in slogan, e non ha intenzione di avvelenarsi il sangue per questo.