CATTIVI di Maurizio Torchio, recensione e intervista

CATTIVI, Maurizio Torchio, copertina, EinaudiLo sguardo straniante del recluso: Cattivi, l’ultimo romanzo di Maurizio Torchio

Sin dalle prime pagine di Cattivi (Einaudi) di Maurizio Torchio si resta colpiti dalla scrittura lacerante e densa, dallo sguardo straniante del recluso che narra in prima persona e affronta una quotidianità svuotata di tutto e dunque riempita di voci e dicerie, di brandelli delle esistenze altrui, di variazioni minime delle consuetudini, di ricordi: «Io fra cinque anni, se sarò ancora vivo, avrò passato più tempo dentro che fuori. Dal fuori ormai ho raschiato il raschiabile. Sono andato nell’immondizia a frugare. Pezzi di vita che all’inizio mi erano sembrati inutili, o schifosi, li ho ripescati con gioia».
Comandante e le guardie, Toro e il suo protetto (il ragazzo) o gli Enne con cui deve contende la gerarchia tra i prigionieri, la professoressa e la Principessa: nessuno o quasi ha un nome in Cattivi, perché un mondo chiuso e parallelo deve darsi le sue regole e ribattezzare ciascuno. Non conosciamo nemmeno il nome di chi racconta, ma familiarizziamo presto con lui, sebbene sia in una cella di isolamento «lunga quattro passi e larga un paio di braccia distese», sebbene abbia ammazzato un uomo: «Io sono qui per un sequestro di persona. […] Finché non ho ucciso la guardia c’era chi mi considerava un detenuto di serie B». In fondo, però, non ci sembra un delinquente ed è lui stesso a suggerirci che «magari hai ucciso una volta, ma sei assassino per sempre. Un istante dà il nome a tutta la tua vita. Ma chiunque ne esce male, a ricordarlo soltanto per la cosa peggiore che ha fatto». Continua a leggere

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