I bestseller del 2016 editore per editore

Bestseller, libri migliori editore per editoreDi articoli sui libri migliori dello scorso anno ne sono apparsi davvero troppi, dopo tre anni (2013, 2014, 2015) ho quindi deciso di cambiare la domanda e di chiedere quale sia stato e come mai il titolo più venduto del 2016 per ciascuna casa editrice. Ecco le risposte di ad est dell’equatore, Atlantide, CasaSirio, Einaudi, e/o, Garzanti, Iperborea, Las Vegas, LiberAria, Longanesi, L’Orma, Marcos y Marcos, minimum fax, Neo, NN, Ponte alle Grazie, Racconti, 66thand2nd, SUR, Tunué, Voland. Continua a leggere

SIAMO BUONI SE SIAMO BUONI di Paolo Nori, recensione

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Siamo buoni se siamo buoni, il nuovo romanzo di Paolo Nori pubblicato da Marcos y Marcos

Andate in libreria, aprite a caso Siamo buoni se siamo buoni e iniziate a leggere un qualunque paragrafo: se avete già avuto tra la mani qualche altra opera di Paolo Nori, riconoscerete subito il suo stile, lo humour e la capacità di riprodurre un parlato/pensato che sovverte le regole della letterarietà e della grammatica per reinventarne di nuove; se invece il suo nome vi è sconosciuto, procedete per qualche pagina e verrete conquistati dalla sua inventiva linguistica, altrimenti… beh, altrimenti lasciate perdere.
In Siamo buoni se siamo buoni Nori attraversa con leggerezza le nostre ossessioni quotidiane (come la ricerca di conferme che non bastano a confortarci: «dentro di me avevo ben presente la coscienza della mia insignificanza, che era come esaltata dalla significanza che mi attribuivano gli altri»), trasfigura la propria esperienza (la narrazione prende l’abbrivio da un incidente che ha coinvolto il protagonista, Ermanno Baistrocchi, e molti di voi ricorderanno che lo stesso Paolo Nori, nel marzo 2013, ha trascorso alcuni giorni in coma farmacologico dopo essere stato investito da una moto), delinea una pluralità di storie d’amore; ma è ancora una volta nella singolare forma della scrittura che stabilisce il dialogo con il lettore. Un dialogo in cui talvolta il sarcasmo lascia il posto a un quieto sentimentalismo, come già suggerisce il titolo, che trova esplicita spiegazione a pagina 43: «Io non sono buono perché sono buono, sono buono se, sono buono». Continua a leggere

CENTO STRAPPI di Liesl Jobson, recensione – About short stories

Cento strappiCento strappi: le schegge narrative di Liesl Jobson

Cento strappi (Marcos y Marcos) di Liesl Jobson è una formidabile successione di schegge narrative, compiute e taglienti, nata da un laboratorio di traduzione coordinato da Isabella Zani, con la collaborazione di Claudia Tarolo. Il gran numero di traduttori (ventiquattro, più la Zani e la Tarolo) e di racconti (cento, come suggerito dal titolo) potrebbe far pensare a un’opera disomogenea, se non a un campionario: non è affatto così. Ritornano di frequente la dedizione per la musica, l’instabilità relazionale (che spesso diventa anche psichica), il rapporto teso tra genitori e figli, le passioni omosessuali, l’assenza o comunque la distanza degli uomini (mariti, compagni o padri che siano), la natura contrastata del Sudafrica – dove Liesl Jobson è nata e vive – tra richiamo alle origini e modernizzazione; ma non sono tanto queste assonanze tematiche a determinare la compattezza di Cento strappi, quanto la capacità dell’autrice di utilizzare la penna come un bisturi con cui intagliare a fondo la realtà fisica e interiore, con frasi brevi ed economia di parole (senz’altro encomiabile il lavoro complessivo di supervisione di Isabella Zani). Continua a leggere

Intervista a Claudia Tarolo, editor e coeditore della Marcos y Marcos

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Claudia Tarolo, oltre che editor, è anche coeditore e traduttrice della Marcos y Marcos.

Come sei giunta dalla dirigenza di una multinazionale alla conduzione con Marco Zapparoli della Marcos y Marcos?
Leggevo tantissimo fin da bambina, al liceo mi sono innamorata della traduzione; a quindici anni ho conosciuto Marco Zapparoli e abbiamo condiviso per la prima volta l’amore per i libri e le parole, per poi seguire strade differenti.
Al momento di scegliere una facoltà universitaria io ho cercato nuove prospettive, confini di ragionamento rigoroso: il mondo del diritto è stata una scoperta affascinante. Spaziare dalla ricerca universitaria allo studio professionale alla direzione legale di una multinazionale è stato stimolante e formativo, oltre a offrirmi il reddito di cui avevo bisogno per vivere da sola con mia figlia. Per anni, ho coltivato insieme queste due passioni; di giorno l’impegno concreto della grande azienda, di sera, dopo aver messo a letto mia figlia, le traduzioni e le revisioni che non ho mai smesso di fare e che mi offrivano il lusso di una dimensione intima del pensiero che di giorno mi mancava. Poi, nel 1999, il secondo incontro con Marco Zapparoli ha cambiato la mia vita. Lui aveva bisogno di un socio con cui sviluppare nuove idee, io ero finalmente pronta a dedicarmi a tempo pieno alla mia passione fino ad allora clandestina. Meno soldi, impegno totale, ma la bellezza di una nuova avventura in un campo che avevo sempre amato con una persona con cui esisteva una grande intesa. Avremmo scoperto con il tempo quanto le nostre qualità fossero complementari e ci consentissero uno scambio entusiasmante.

Attraverso quali canali vi arrivano i manoscritti? Noti delle differenze rispetto a qualche anno fa nella qualità e nella quantità degli inediti che vi pervengono?
I manoscritti giungono da ogni canale possibile e immaginabile: Fulvio Ervas è arrivato per posta in una busta di carta riciclata, Giorgio Caponetti ci ha schiaffato il suo dattiloscritto sul tavolo della colazione quando siamo capitati per caso nell’agriturismo (bellissimo) che gestiva con sua moglie; Paolo Nori l’abbiamo conosciuto organizzando uno spettacolo alla Triennale di Milano, Lello Gurrado è arrivato tramite Tecla Dozio, mitica libraia milanese della Libreria del giallo, e Cristiano Cavina l’abbiamo conquistato battendo gli avversari al photo finish dopo una segnalazione della direttrice della scuola Holden.
Dopo il successo di Se ti abbraccio non aver paura di Fulvio Ervas i dattiloscritti arrivano a valanga e come sempre la stragrande maggioranza è frutto di un equivoco, di una banale confusione tra allineamento di parole e letteratura.

Quanto contano nel tuo lavoro i criteri letterari e quanto gli orientamenti del mercato?
L’unica cosa che conta per me è che il testo abbia un valore; che abbia voce, storia, pensiero. Se in questo senso mi colpisce, lo pubblico e faccio il possibile per venderlo. L’aspetto commerciale viene sempre dopo, quando cerchiamo di vendere i libri che abbiamo scelto. Certo, siamo un’azienda che può contare soltanto sulle vendite dei libri, quindi dobbiamo assortire la nostra offerta in modo che libri che vendono di più finanzino i libri che vendono di meno. E dobbiamo essere accorti nelle nostre acquisizioni. Ma al di là di questi accorgimenti, non potrei mai pubblicare un libro che non mi piace solo perché penso che possa vendere. Nessuna casa editrice con una forte impronta personale può farlo. I nostri lettori lo sanno e ci danno fiducia per questo; possono non condividere una nostra scelta ma sanno che è sempre sincera.

Quasi sessantamila testi pubblicati ogni anno, sempre più precari dell’editoria, sempre meno lettori: secondo te come si è arrivati in Italia a questa situazione? È ancora possibile uscirne? Continua a leggere

MILLE CRETINI di Quim Monzó, recensione

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Mille cretini è una raccolta di racconti di Quim Monzó tradotta da Gina Manieri e pubblicata da Marcos y Marcos. Pensavo di recensirla per la rubrica Raccontami di Sul Romanzo, ma sono stato preceduto e allora ho pensato di scriverne qualcosa direttamente su questo blog (dove ne ho già dato due assaggi).

Mille cretini raccoglie testi brevi e brevissimi per lo più privi di veri e propri sviluppi narrativi (soprattutto nella prima delle due sezioni, a cui appartengono i racconti più lunghi); spesso non si tratta nemmeno di frammenti di storie, come avviene in alcuni scritti di Carver o di Kawabata, ma di dilatazioni del tempo narrativo per focalizzarsi su ossessioni e circostanze, come accade in Palomar di Calvino. L’effetto è quello di rendere manifesta la stolidità umana in ogni sua declinazione: dalla demenza senile dell’anziano che prende a vestirsi da donna senza alcun motivo (o se ce n’è uno non viene reso noto) in Il signor Benest, alla compulsione di una donna a rimuovere ogni traccia del suo uomo, in Sabato; dall’ansia di prevedere tutto, che trova pacifica e temporanea sospensione nella placida osservazione della realtà esterna, nel protagonista di Guardo dalla finestra, all’incapacità di uno scrittore affermato di porre rimedio a una successione di incomprensioni (L’elogio) o di un figlio ormai adulto di gestire le fobie contrapposte dei suoi genitori (L’arrivo della primavera). Sono tutti esempi tratti dalla prima sezione; sulla seconda – dato che generalmente si tratta di storie di due o tre paginette e non tutte particolarmente significative – si potrebbe sorvolare, fatta eccezione almeno per Il sangue del mese venturo, irriverente rivisitazione dell’Annunciazione, e Trenta righe, un magistrale esempio di metaletteratura.

Ad accomunare le due parti di Mille cretini, comunque, oltre alle tare che contraddistinguono un po’ tutti i personaggi (che siano o meno i protagonisti), è lo stile caustico e scanzonato di Monzó che, senza essere frivolo, riesce a far sorridere anche delineando situazioni angoscianti e che rende godibile questa lettura – soprattutto se vi si approccia senza troppe pretese, magari approfittando delle ridotte dimensioni dei brani per riempire le pause della giornata.