Marco Rossari, L’UNICO SCRITTORE BUONO È QUELLO MORTO (2)

Editoria, che disastro.
Una delle cose più buffe era che il libro si acquistava in base a una sinossi tra due persone che non l’avevano letto e si vendeva in base a una sinossi tra due persone che non l’avevano nemmeno sfogliato. L’editore straniero proponeva un riassuntino del libro ancora in fieri a quello italiano che poi lo consegnava ai cosiddetti lettori. Costoro – una razza di creature ctonie appena scampate all’università e in attesa di trovare un lavoro decente – davano una scorsa e fornivano un parere. A quel punto il libro veniva girato al traduttore, al quale (“gentilmente”) veniva richiesta una paginetta di presentazione da girare ai promotori. E così i promotori, individui che il libro non l’avevano nemmeno mai annusato, si presentavano con un anticipo di qualche mese ai librai e decidevano insieme a loro […] con quante copie sarebbe stato presente in libreria.

Marco Rossari, L’UNICO SCRITTORE BUONO È QUELLO MORTO

Rossari, L’unico scrittore buono è quello morto

C’era uno scrittore che scriveva solo cose vere, ma tutti gli chiedevano cosa c’era di inventato. Non appena passò a scrivere cose inventate, tutti cominciarono a chiedergli cosa c’era di vero.

C’era uno scrittore che non riusciva a far passare una giornata senza scrivere un rigo. Il problema era che gli altri riuscivano a farne passare innumerevoli senza leggerlo.

Quando parlo col mio lettore cito un autore immaginario dall’impronunciabile cognome slavo e termino con: «…che tu conoscerai senz’altro».

C’era uno scrittore che stroncava montagne e partoriva topolini.

[da L’unico scrittore buono è quello morto (Edizioni e/o): raccolta di aforismi e brevi racconti che compongono un’arguta parodia del mondo editoriale e delle ossessioni degli scrittori.]