MA TU CHE LAVORO FAI? di Luana Lupo e Stefano Nicosia, recensione

Luana Lupo e Stefano Nicosia raccontano cosa voglia dire fare l’editore oggi attraverso la voce degli addetti ai lavori.

Ma tu chcopertina-ma-tu-che-lavoro-fai-lupo-nicosiae lavoro fai? Storie di editori (Edizioni di passaggio) di Luana Lupo e Stefano Nicosia è un agile libello che spiega con semplicità al lettore comune quali siano i ruoli, le competenze e le problematiche del mondo editoriale italiano e offre una serie di spunti di riflessione a chi questa realtà già la conosce.
Con un abile lavoro di collage, i due autori hanno creato un percorso che si compone delle voci di una selezione di protagonisti dell’editoria: da Claudia Tarolo di Marcos y Marcos a Fausta Orecchio di Orecchio acerbo, da Marco Cassini di minimum fax a Daniela Di Sora di Voland, da Roberto Speziale di :duepunti ad Arcangelo Licinio ed Elena Manzari di CaratteriMobili, da Paolo Canton di Topipittori a Francesca Chiappa di Hacca, da Federico Novaro di FNlibri a Isabella Ferretti e Manuela Paonessa di 66thand2nd; e ancora Giorgio Vasta (scrittore), Maurizio Ceccato (grafico e illustratore), i librai Patrizio Zurru e Fabrizio Piazza.
Si parte dalla definizione di cosa sia un editore – ossia, colui che si assume la responsabilità di operare una selezione, “di decidere che un testo val la pena di farlo conoscere, rispetto a un oceano di proposte” (C. Tarolo) – e si discute dello strapotere di pochi gruppi editoriali che “posseggono il ciclo completo, […] per cui non solo scelgono e stampano il libro ma poi lo distribuiscono, lo mettono in vendita nelle loro catene, e spesso fanno pubblicità sui loro giornali” (D. Di Sora).
Ci si interroga poi sulla sfida del digitale, rilevando come “il mestiere non cambia, se dalla carta si passa ai bit”, poiché “è la cura che ci si mette a fare la differenza tra i prodotti”; non solo, come già si accennava, ogni testo – cartaceo o meno – che entri a far parte del catalogo di un editore è comunque frutto di una selezione, ma questa rischia oggi di essere sempre più condizionata dalle regole del mercato. Il pericolo, come denunciano chiaramente gli autori, non è solo quello di una dirompente omogeneità dettata dalle mode del momento, ma anche di imporre ritmi non sostenibili: Continua a leggere

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