CONGEDO, un racconto di Michele Lupo

hopper-morning-sunCongedo è un racconto di Michele Lupo pubblicato nei Fuoriusciti – Storie di fughe, ritorni e trascurabili vendette (collana Nuovelettere, Stilo Editrice).

Insomma, non è una bella storia quella in cui sei sempre lì sul punto di farcela e non ce la fai mai. Non ti va di raccontarla. Alle amiche, per dire. Perché mettiamo un giorno Ebe se ne esce con sua sorella e le dice: lei ormai è senza speranza.
Tu pensi un’amica non parla così. Un’amica che è un’amica, naturalmente. Non dovrebbe. E metti conto invece che l’ha fatto. Che l’ha fatto mica così, per scherzo. No, l’ha detto in un modo che poi, quando il giorno dopo ti telefona, la carogna (perché è di una carogna che stiamo parlando), e ti chiede se finalmente ci vai o no a fare questa passeggiata con loro, tu fai su e giù per casa con un fottuto cordless in mano sperando solo che tutto finisca in fretta.
Perché, diciamo le cose come stanno, io ci ho provato, sul serio, magari sbagliando l’approccio, senza la convinzione necessaria. Ci ho provato, ma questa luna piccola e fredda stampata sul vetro della finestra sta lì a ricordarmi che, prima o poi, arriva quel tinnio, stong, assurdo e sgradevole che suona la fine del tempo a disposizione. Del tuo tempo a disposizione. Un suono all’inizio come un ronzio e poi una specie di stridula campana che sfrangia l’interno dell’orecchio.
Dopo c’è soltanto il tempo dell’attesa – per provare di nuovo. Provare a farcela, intendo. Ad aprire quella porta e uscire. Mica per andare chissà dove. Non riesco neanche a immaginarlo un altrove, io. Sto chiusa qui dentro da troppo tempo per immaginare un luogo preciso, un viale, un’autostrada. Prima mi piaceva girare; in macchina specialmente, perché era come non stare da nessuna parte. Come sospesi. Sospesi ma in moto.
Io non ho paura di aprire quella porta. Se è questo che pensano, Ebe e sua sorella si sbagliano. Vorrei che capissero che non è paura. Non più. Io non ce la faccio ad arrivare fin lì, è diverso. Ho cercato di farlo, di mettermi in moto, di arrivare vicino a quella porta, stringere la maniglia e aprirla.
È che fino a qualche tempo fa io mi vedevo che mi alzavo e andavo. Ora no.
Prima che tu faccia una cosa, dico prima che tu faccia una qualsiasi cosa, spostare una sedia, chiudere il gas, sentirti l’acqua della doccia sulla pelle, un attimo prima, almeno un istante prima tu non solo l’hai pensata quella cosa lì, tu ti sei vista che andavi verso la doccia e aprivi il rubinetto dell’acqua: eri ancora in mezzo al corridoio ma già la mano era protesa sul rubinetto della doccia… Per quello che riesco a intendere, tu la vedi quell’immagine, è lei che ti fa scattare come una molla, ti porta via e ti fa diventare ciò che sei.
Me no, rimango ferma. Quel che si muove lo fa da sé, ma sento tutto, intorno. Quando serro la mano sulla maniglia di una porta, sento che qualcosa non va come dovrebbe. Una specie di freddo nella presa, come se al posto delle mani lavorassero pure giunture metalliche – un corpo astratto, non il mio. Che resto fuori, all’esterno.
A volte questo fa male, altre volte non è niente. Continua a leggere

Michele Lupo, I FUORIUSCITI

[dal racconto Cimento del tempo libero]

Cerca un fazzoletto di carta per asciugarsi la fronte. Resta con gli occhi chiusi per un po’. Poi ripete un gesto che lo accompagna da anni, tirar fuori un libretto dalla tasca della giacca, sprofondarvi il muso e inspirare forte. Quando tutto gli suona violento, sgradevole, questo è il suo modo di salvarsi. Stira la pagina aperta con una mano e porta il libro alla distanza giusta – non ha gli occhiali con sé. Serra gli occhi, insegue le frasi, vi si aggrappa come un disperato.