Piccoli editori, interessanti traduzioni

Una visita serale_Emmanuel Bove, Tutto si muove intorno a me_Dany Laferrière e Non piangere_Lydie Salvayre

Una visita serale e altri racconti di Emmanuel Bove, Tutto si muove intorno a me di Dany Laferrière, Non piangere di Lydie Salvayre: tre interessanti traduzioni di piccoli editori

A dispetto degli allarmismi sullo stato di salute dell’editoria italiana, i piccoli editori hanno ancora la capacità di investire in un ambito difficoltoso come quello delle traduzioni letterarie, affidandole a professionisti di comprovata bravura; peccato, però, che recensori, librai e lettori supportino di rado i loro sforzi (come è accaduto per le belle opere di Mircea Cărtărescu, Annie Ernaux e Kent Haruf). Segnalo qui di seguito tre testi che ho letto con interesse e che suggerisco volentieri alla vostra attenzione, anche per premiare l’impegno e l’ottima cura redazionale degli editori che li hanno pubblicati.

Una visita serale e altri racconti di Emmanuel Bove, Fusta Editore, collana Bassa Stagione (traduzione di Claudio Panella)
Sono sette racconti permeati di amarezza, incentrati sull’instabilità dei legami affettivi, sullo scarto tra desideri o illusioni e realtà; esemplare lo splendido E se mentisse?, in cui un uomo attende tutta la notte il ritorno della moglie: seppur ansioso di ricevere le sue rassicurazioni, non potrà comunque tacitare mai più i sospetti e le congetture scatenate dalla sua assenza. Lo stile è levigato e malinconico, l’impronta è quella di Čechov (penso in particolare al suo Tre anni). Va anche rilevato che, nonostante Emmanuel Bove (1898-1945) abbia suscitato l’ammirazione di autori come Beckett, Gide, Rilke e più recentemente Houellebecq e Vila-Matas, della sua copiosa produzione era stato già tradotto in italiano solo I miei amici (Feltrinelli). Continua a leggere

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La letteratura è come il vento: intervista a Marino Magliani

il canale bracco_marino maglianiL’ultima opera di Marino Magliani è intitolata Il canale bracco (Fusta editore) ed è un racconto sul corso d’acqua artificiale che collega il Mare del Nord ad Amsterdam, sul paesaggio naturale e urbano che attraversa, sulle forme di vita che lo popolano, ma è anche una costante riflessione sulla difficoltà di scrivere intorno a delle acque stagnanti e insieme la storia dell’amicizia intessuta di silenzi tra Piet e il narratore; quest’ultimo, originario della Liguria, vive nei Paesi Bassi come se fosse in esilio ed è forse ciò che intinge di malinconia quest’opera dal ritmo piano e dallo stile sobrio e lirico al contempo.
Magliani vive tra la Liguria e l’Olanda ed è un traduttore, oltre che autore di romanzi e racconti pubblicati su riviste e con diversi editori (tra cui Sironi e Longanesi); di recente ha anche scritto la sceneggiatura per la graphic novel di Sostiene Pereira pubblicata da Tunué.

«Tu non vuoi raccontare i luoghi, te ne servi per le tue storie senza trama, che è ben diverso da scrivere ciò che vedi»: è l’accusa rivolta da Piet al narratore – che coincide in buona parte con l’autore. Il canale bracco è stato anche un pretesto per analizzare il presente e rivivere alcuni episodi della propria biografia? È per questo che si è scelto di non affiancare al testo un apparato iconografico?
A un certo punto mi sono reso conto che l’importanza della Liguria, infanzia e adolescenza, e quella degli anni di vagabondaggio, che sono stati parecchi, col tempo veniva meno, mentre dell’Olanda, e dell’acqua in cui si dileguavano le forme antiche, degli inverni stupendamente grigi, si andavano riempendo sempre più le pagine. Fin quando tutto questo materiale non è confluito in Soggiorno a Zeewijk, che è la strana storia di un quartiere circondato dalle dune, che si trasforma, come se l’assessore all’urbanistica della città di IJmuiden, genialmente, avesse deciso che il quartiere dovesse armonizzare con le dune, anch’esse esempio di trasformazione costante, di scavo e ricomposizione del vento. Poi restava da raccontare l’acqua e allora ho pensato a Il canale bracco.
Sull’apparato iconografico no, inizialmente il progetto era affiancato da una sezione di foto. Alla fine sono rimaste solo quelle dei blocchi di cemento coi testi del tempo, che non volevo si perdessero.

Sarebbe molto difficile attribuire un genere al Canale bracco (romanzo, reportage, prosa lirica?), così come definire la tua scrittura che alterna brani analitici ad altri più poetici e narrativi. Quanto questa commistione è stata frutto di esigenze intrinseche all’opera e quanto invece programmatica?
L’io narrante sembra intenzionato a sostenersi attraverso la scrittura, affiancato da un amico guida, Piet, il quale, al contrario, sembra vivere come una specie di Bartleby. Il risultato non può che confondere, almeno me, è un percorso pieno di giri larghi lungo un canale. Sono i giri larghi a dettare i tempi e la liricità. Le sovrapposizioni, il ritorno dal giro largo, il piede nel presente che è l’esilio e l’altro indietro. Alla domanda, tuttavia, non saprei rispondere.

A proposito dell’esilio, si legge: «uno se ne fa una colpa perché si accorge di provenire da un’acqua in cui non è stato in grado di nuotare». Cosa ti ha portato a lasciare la Liguria e l’Italia?
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