I bestseller del 2016 editore per editore

Bestseller, libri migliori editore per editoreDi articoli sui libri migliori dello scorso anno ne sono apparsi davvero troppi, dopo tre anni (2013, 2014, 2015) ho quindi deciso di cambiare la domanda e di chiedere quale sia stato e come mai il titolo più venduto del 2016 per ciascuna casa editrice. Ecco le risposte di ad est dell’equatore, Atlantide, CasaSirio, Einaudi, e/o, Garzanti, Iperborea, Las Vegas, LiberAria, Longanesi, L’Orma, Marcos y Marcos, minimum fax, Neo, NN, Ponte alle Grazie, Racconti, 66thand2nd, SUR, Tunué, Voland. Continua a leggere

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WORKS di Vitaliano Trevisan, recensione

Vitaliano Trevisan (1)Vitaliano Trevisan racconta il suo accidentato percorso lavorativo e di scrittore in un romanzo-memoir: Works

Francesco Dezio, con Nicola Rubino è entrato in fabbrica, è stato tra i primi ad affrontare il tema del lavoro negli Anni Zero e quando mi ha parlato di Works (Einaudi Stile libero), pur non conoscendo Vitaliano Trevisan, ho accolto senza esitazione il suo suggerimento. Ora, a lettura ultimata, mi trovo nella difficile condizione di chi voglia rimediare a una propria mancanza e insieme cercare non tanto di trasmettere il proprio ammirato entusiasmo, quanto di spiegarne le ragioni.
Trevisan in una nota definisce la sua ultima opera come un memoir: si tratta di un meticoloso resoconto del proprio accidentato percorso nel mondo del lavoro, intrapreso a quindici anni (nel 1976) per potersi comprare una bicicletta da uomo e porre fine all’irrisione degli amici che lo vedevano giungere su quella della sorella. Negli anni sarà geometra, lattoniere, pusher, gelataio, magazziniere, portiere notturno, ma la sua esperienza è soprattutto il pretesto per analizzare una dimensione fondamentale dell’esistenza di ciascuno: «[…] ci si dimentica sempre che il lavoro, se anche non è la vita, trasformando nel tempo l’individuo, sia fisicamente che spiritualmente, la influenza comunque in modo determinante». L’autore rileva come, oggi più che mai, il lavoro si sia spogliato della retorica che lo voleva uno strumento di realizzazione delle proprie aspirazioni, costretti come siamo a impieghi spesso lontani dai nostri interessi, precari e sottopagati; non resta allora che l’imperativo materiale: «[…] avrei sempre detto di sí, non perché abbia mai avuto davvero voglia di lavorare, ma semplicemente perché ho sempre avuto necessità di lavorare per nessun’altra ragione che per guadagnarmi da vivere punto». Continua a leggere

Intervista a Simona Vinci – Professione scrittore 21

Simona VinciSimona Vinci ha esordito nel 1997 con Dei bambini non si sa niente, pubblicato da Einaudi Stile libero come la maggior parte delle sue opere (tra cui: In tutti i sensi come l’amore, Brother and Sister, Strada Provinciale Tre).
La prima verità, opera di sofferta denuncia civile, dalla scrittura intensa e contundente, è tra i cinque finalisti del Premio Campiello 2016. Si tratta di un romanzo dalla struttura ambiziosa e articolata, che si sviluppa tra la metà degli anni ’60 (quando in Grecia si instaurò la dittatura dei colonnelli) e la contemporaneità; tra i personaggi, insieme alla narratrice e a una giovane volontaria, ci sono uomini donne e bambini tacciati di pazzia – come se fosse possibile detenere una “prima verità” e non si fosse tutti fragili e fallaci. L’ambientazione prevalente nelle prime tre parti è l’isola di Leros, dove si sono incontrati prigionieri politici e malati psichici, e nella quarta parte Budrio, paese emiliano in cui la narratrice è cresciuta e ha iniziato a confrontarsi con diverse forme di disturbo mentale, a riconoscerle.

La prima verità presenta almeno tre percorsi di lettura, suggeriti dai tre prologhi: il primo che mette in relazione la narratrice con la storia che sta per raccontare, il secondo che riguarda l’aspetto sociale dell’esclusione dei malati psichici, il terzo che include la vicenda romanzesca vera e propria. Ha lavorato da subito e in contemporanea su questi tre piani narrativi?
Fin da subito ho avuto in mente che sarebbe stato un romanzo complesso, a più piani, ambientato in luoghi diversi e tempi diversi e sapevo che dentro volevo metterci tanti generi (il reportage, il romanzo storico, la ghost story, la detection, la poesia) anche se la paura che il troppo risultasse stucchevole o illeggibile mi ha guidata nel cercare dei fili capaci di tessere un arazzo con un disegno visibile e chiaro. Il memoir – la parte iniziale del libro che il lettore ritroverà verso la fine e che dice IO – è stato l’ultimo ad arrivare ed è stato anche quello verso il quale nutrivo più diffidenza e che ho cercato di sopprimere senza riuscirci. Non mi piace scrivere in prima persona, trovo che IO sia la “persona” più ingannevole di tutte, eppure ho dovuto cedere, perché il libro me la chiedeva.

«La storia del lager di Leros non è una leggenda, non è l’invenzione di un romanziere fantasioso e con il gusto per il macabro, ma una realtà documentata»: quanto è durata la fase preparatoria di quest’opera e come si è svolta?
Avevo idea di scrivere qualcosa che avesse a che fare con il disagio psichico ma ancora non sapevo cosa, andavo a caccia di storie. Sono arrivata all’isola di San Servolo, a Venezia, guidata dall’immagine di una donna che avanzava dentro l’acqua del mare. Volevo un’isola. Ma non sapevo ancora quale e perché. Avevo appena finito di lavorare a Strada Provinciale Tre, il mio ultimo romanzo prima di questo, ed ero ancora lungo il ciglio di una strada, in mezzo ai camion, con questa donna smarrita che non si sa di preciso da dove venga e dove stia andando. La storia di Leros l’ho incontrata per caso, su un forum di psichiatria, nella testimonianza anonima di un uomo (o forse era una donna?) che raccontava la sua esperienza come volontario al manicomio di Leros insieme ai basagliani negli anni ’90. Bum. Quando ho letto quelle pagine ho capito che era quella l’isola e quella la storia. Ho preso un aereo, un traghetto e ci sono andata. Poi, la documentazione in verità è durata fino all’ultima riga di stesura e ancora, durante le infinite revisioni e riletture. Continua a leggere

Intervista a Raul Montanari – Professione scrittore 14

raul montanariL’ultimo romanzo di Raul Montanari, Il Regno degli amici, è una storia di iniziazione all’amore, agli aspetti controversi dell’amicizia, alla violenza – subita e inferta; ci conduce all’inizio degli anni ’80 a Milano, sul naviglio Martesana, dove un gruppo di ragazzini elegge a rifugio una dimora abbandonata: qui, in un crescendo di tensione, i protagonisti smarriranno la propria innocenza. Il Regno degli amici, opera avvincente e ben costruita, è la prima che Montanari pubblica con Einaudi Stile libero; i suoi ultimi romanzi erano usciti con Baldini & Castoldi (tra questi Chiudi gli occhi, L’esordiente, Il tempo dell’innocenza), ma suoi scritti figurano anche nei cataloghi di Feltrinelli, Rizzoli, Marcos y Marcos, Indiana.
Raul Montanari si è anche occupato di traduzioni da lingue classiche e moderne ed è docente di scrittura creativa.
Il suo sito internet è http://www.raulmontanari.it/.

Il Regno degli amici rientra a pieno titolo in quello che hai contribuito a definire come post-noir, ossia una narrazione in cui gli aspetti oscuri irrompono nella quotidianità di personaggi comuni: quanto c’è di torbido nell’adolescenza? Come nasce lo spunto narrativo di questo romanzo?
Come mi è già capitato di dire, l’adolescenza è un’occasione narrativa formidabile almeno per tre motivi.
Anzitutto è l’età in cui incontriamo noi stessi e la nostra identità. Potranno passare anni, decenni, ma il nocciolo essenziale della nostra identità, con il suo carico di paure, desideri, struggimenti, rimarrà sempre quello.
In secondo luogo l’adolescenza è la vera età filosofica, anzi direi metafisica. È l’età in cui ci poniamo le grandi domande sul destino, sul senso della vita, su Dio, sulla morte – tutte questioni su cui nell’infanzia non eravamo ancora in grado di riflettere, e che diventando adulti passeranno in secondo piano, perché saremo distratti e logorati dal quotidiano, dal lento lavoro implacabile delle minuzie della vita, come già osservava Heidegger.
Infine, l’adolescenza è il campo di battaglia fra l’amicizia e l’amore, i due modi fondamentali con cui ci mettiamo in relazione con gli altri quando usciamo dalla rete affettiva della famiglia. Prima incontriamo l’amicizia e creiamo con alcuni nostri coetanei a noi affini un gruppo che ha le sue ritualità e che si affida essenzialmente alla condivisione: tutto è di tutti. Quando arriva l’amore, e arriva proprio nell’adolescenza, impone una logica opposta: non più la condivisione ma l’esclusività, non più il gruppo ma il rapporto a due.
Non a caso il protagonista del romanzo, Demo, comincia a vedersi di nascosto con la quattordicenne Valli, che con la sua apparizione ha incantato tutti i membri del gruppo. Demo vive l’amore come una colpa, un tradimento verso gli altri, e proprio questi incontri clandestini preparano una svolta drammatica negli eventi raccontati.

il regno degli amici_raul montanariLa vicenda è raccontata in prima persona da uno dei protagonisti, ormai trentenne: questo genera insieme immedesimazione e un parziale distacco, consentendoti di disseminare alcuni indizi di quanto accadrà. È stata una soluzione che avevi ponderato sin dall’inizio?
Certo. Dedico lo stesso tempo alla preparazione e alla scrittura: un mese per fare le ricerche necessarie e mettere a punto storia, intreccio, personaggi, luoghi, tempi, tecnica narrativa e tutto quello che mi serve. Poi un mese per scrivere la prima stesura. Ho la fortuna di avere una scrittura piuttosto precisa, per cui fra la prima e le stesure successive non ci sono mai grossi scarti.
Nel caso del Regno degli amici, il punto di vista narrativo spostato avanti di diciassette anni rispetto alla vicenda raccontata ha una doppia funzione. Anzitutto permette di aumentare la suspense perché, come tu osservi a ragione, il Demo del 2000 sparge nel suo racconto piccole prolessi, anticipazioni soprattutto emotive che promettono al lettore eventi sempre più coinvolgenti. In secondo luogo, il Demo ultratrentenne ha ormai una sapienza della vita che gli permette di commentare le vicende accadute al Demo sedicenne con un’intelligenza e una profondità che all’epoca non poteva avere. Questo per me è importantissimo: trovo imperdonabile che si attribuisca a un personaggio uno sguardo sul mondo troppo complesso per l’età o per la condizione in cui si trova. Quando l’autore fa sentire platealmente la propria voce usando il personaggio come un megafono trasgredisce una delle regole fondamentali dell’arte narrativa. Continua a leggere

Alessandra Sarchi – Professione scrittore 11

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Alessandra Sarchi, studiosa di storia dell’arte con un dottorato di ricerca all’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha esordito nel 2008 con una raccolta di racconti: Segni sottili e clandestini (Diabasis); successivamente sono stati pubblicati da Einaudi Stile libero i romanzi Violazione (vincitore del premio “Paolo Volponi Opera prima”) e L’amore normale.
Il suo sito internet è: http://www.alessandrasarchi.it/.

Quando e perché hai iniziato a scrivere?
Ho scritto fin da quando ero piccola. Quaderni di favole e rielaborazioni di fumetti o cartoni animati che facevo incollando figure e frasi. Scrivere era soprattutto un tentativo di rielaborare il vissuto, o il visto, riprodurne l’essenza a parole, stupendomi ogni volta che fosse così inafferrabile. Credo di aver sempre avuto un’attrazione mimetica per la vita: riprodurla, ricrearla. Ho continuato a scrivere al liceo e all’università. L’intento di scrivere per pubblicare si è manifestato però relativamente tardi, per molto tempo ho schiacciato la scrittura espressiva o creativa dentro le maglie di quella della critica d’arte. Un grave incidente d’auto mi ha messo davanti all’evidenza che non potevo rimandare all’infinito un’urgenza che fino a quel punto ero riuscita a dirottare altrove. Ho capito che il tempo non era infinito davanti a me, e dovevo concentrarmi su quella che mi sembrava la priorità.

Come sei giunta alla casa editrice del tuo esordio, Diabasis, e quando hai deciso di affidarti all’Agenzia Letteraria Internazionale (Ali)?
Il mio incontro con Diabasis è avvenuto grazie ad Alessandro Scansani che ne è stato direttore editoriale fino a qualche anno fa, quando è venuto mancare. Scansani lesse i miei racconti e decise di pubblicarli senza molti indugi, essendo un piccolo editore con un catalogo solido e ben costruito poteva permettersi scelte personalissime e anche rischiose, come pubblicare i racconti di una esordiente come me. L’agenzia Ali mi ha cercato dopo l’uscita di Violazione, il mio primo romanzo, pubblicato con Einaudi Stile libero. Ali è una delle più antiche agenzie letterarie in Italia, con un numero di autori ‘classici’ moderni notevole, credo che all’epoca e tuttora stessero facendo una campagna di apertura a nuovi autori di cui gestire i diritti.

Cosa ha rappresentato per te pubblicare i successivi due romanzi con Einaudi Stile libero?
L’incontro con Einaudi è avvenuto tramite Giulio Mozzi che all’epoca, 2010, ne era consulente. Giulio, Rosella Postorino, Severino Cesari e Paolo Repetti sono stati, e sono, interlocutori importanti che mi hanno aiutato a misurarmi con i meccanismi della grande editoria. Tutto quello che viene prima e dopo la pubblicazione di un libro. Non è stato tutto rose e fiori, gli autori Einaudi sono tanti e di qualità, talora si avverte la competizione interna, talora si ha l’impressione di essere una delle tante pedine di questa roulette russa che pare essere oggi l’editoria. Ma questo, un po’ come avviene con gli attacchi batterici, dovrebbe rafforzare le difese di chi vuole scrivere e la convinzione in quello che intende fare. Oggi ci sono tanti modi per essere scrittori, spesso legati alla proiezione di una certa immagine di sé, costruita attraverso i media, o fatti extra-letterari. Qualche volta mi trovo a invidiare una scelta come quella di Elena Ferrante che da sempre ha precluso l’accesso alla propria identità e vita privata, si tratta di una scelta estrema e che probabilmente riesce solo laddove l’autore ha una seconda vita. Io che invece ho deciso di essere l’autrice di Violazione e de L’amore normale ho anche scelto, inevitabilmente, di far coincidere buone fette della mia identità con quei romanzi. E questo direi che è il cambiamento più vistoso avvenuto dopo la loro pubblicazione, per chi li ha letti e mi parla: io sono anche i miei libri. Continua a leggere

Intervista a Claudio Ceciarelli, editor Edizioni e/o

eo edizioni logoClaudio Ceciarelli ha collaborato con le case editrici Theoria, Einaudi (collana Stile libero), Adnkronos Libri; ora è l’editor della narrativa italiana delle Edizioni e/o.

Quale percorso professionale ti ha portato a diventare editor e come sei giunto infine alle Edizioni e/o?
Dopo la laurea in Filosofia ero in attesa di entrare nella redazione dell’Enciclopedia delle scienze sociali della Treccani. Conobbi casualmente (era il 1988) Beniamino Vignola, fondatore di Theoria, e feci con lui una lunga chiacchierata alla fine della quale mi propose di “dargli una mano” nelle attività redazionali della casa editrice. Dopo un mese di volontariato nella sede romana di via Severano capii che quella era la cosa che volevo fare da grande. Ebbi la fortuna di imparare “sul campo”, senza scuole particolari, ma con l’esempio e l’aiuto di grandi professionisti come Severino Cesari, Paolo Repetti, Ottavio Fatica e il compianto Malcolm Skey, per citarne solo alcuni. La fine dell’esperienza di Theoria – causata dalle crescenti difficoltà finanziarie che condussero la casa editrice al fallimento – fu per me per molti versi traumatica, ma mi lasciò intatta la voglia di continuare. E così, dopo un paio d’anni passati a fare altro per campare, alla prima occasione (la nascita di Stile libero) mi rituffai nel mondo dell’editoria, dividendomi tra la cura di alcuni titoli della collana e l’attività di direttore editoriale dell’Adnkronos Libri, esperienza chiusasi nel 2001. A quel punto lavorai per alcuni anni a tempo pieno a Stile libero finché nel 2005 non lasciai la redazione della collana – divenuta nel frattempo una vera e propria casa editrice nella casa editrice – per problemi di salute, superati i quali iniziai la felice collaborazione tuttora in essere con Sandro Ferri e Sandra Ozzola di e/o in qualità di editor per la narrativa italiana.

Quanti dei testi pubblicati vi pervengono attraverso la procedura indicata sul sito delle Edizioni e/o (http://www.edizionieo.it/proposte.php)?
Un paio all’anno se va bene, ma in compenso il faticoso lavoro di selezione e scrematura ci consente di avere il polso sull’evoluzione dei gusti e delle tendenze letterarie che provengono dalla pancia del Paese che scrive. Per esempio, da due o tre anni a questa parte è aumentato in maniera esponenziale il numero delle sceneggiature-in-forma-di-romanzo, chiaro segno a mio parere di un influsso crescente del cinema e della televisione, con le rispettive sintassi, sul modo di pensare e fare letteratura. Gli esiti sono quasi sempre discutibili, ma è indubbio che la lingua letteraria abbia subìto e stia subendo un processo di trasformazione che potrebbe diventare epocale.

Quanto contano nel tuo lavoro i criteri letterari e quanto gli orientamenti del mercato?
Gli “orientamenti del mercato” non sono una bestemmia, ma sicuramente il gusto personale degli editori e mio determina le scelte dei titoli da pubblicare molto più dell’inseguire le mode del momento. È in questo il DNA della casa editrice, che ne contraddistingue la storia, l’identità attuale e, spero, quella futura. Continua a leggere

Antonella Lattanzi – Professione scrittore 7

???????????????????????????????Antonella Lattanzi ha esordito nel 2004, Col culo scomodo (Coniglio Editore), e raggiunto poi un ampio pubblico e un generale consenso della critica nel 2010 con Devozione (Einaudi Stile libero), storia di degrado e dipendenze. Il suo ultimo romanzo è Prima che tu mi tradisca (Einaudi Stile libero).

Quando e perché hai iniziato a scrivere?
Scrivo da quando mi ricordo. Il mio primo tema di terza elementare diceva: da grande voglio fare la scrittrice, ed era un racconto che finiva con un disegno. C’era la copertina del mio ipotetico primo romanzo, gialla, con su scritto al posto del nome dell’autore Tony Lattanzi (che ero io) e al posto del titolo Il mio primo libro.
Col culo scomodo che hai citato, poi, sarebbe stato davvero giallo.
Penso che qualcosa mi sia venuto dalla grande passione che avevano i miei genitori per i libri, i fumetti, tutto quello che era racconto scritto; qualcos’altro dalla passione che ho sempre avuto io per mia sorella – che una volta, adolescente, scrisse un racconto, e dunque pure io –, qualcos’altro dalla passione di mio padre per la scrittura. Ma molto – e me ne accorgo solo in questi mesi – è venuto dalla capacità narrativa di mia madre. Cosa di cui nessuno in famiglia si è mai accorto, nemmeno io.

Quali sono i tuoi modelli letterari?
Beh, da piccola erano Asterix, Pattini d’argento, La storia infinita (il primo vero romanzo che mi ha fatto pensare io, da grande, voglio creare la magia che intrappola Sebastian nel regno di Fantasia), Violetta la timida. Tutti libri che mi cambiavano, mi rendevano persona diversa e, per me, migliore. Oggi i miei modelli sono tanti – Yehoshua, Roth, Cheever, Goliarda Sapienza, Flaubert, Tolstoj, Ishiguro, Fenoglio, Gadda, Simenon, Böll, S. King, Szabó, Bulgakov, Kafka, Dostoevskij; ma potrei continuare all’infinito. Sono tutti libri che mi cambiano, mi rendono persona e scrittrice diversa e, per me, migliore.

Come hai trovato l’editore con cui hai esordito (Coniglio) e come sei poi giunta alla Einaudi Stile libero? Continua a leggere