IL PONTE di Vitaliano Trevisan e i libri e gli scrittori come prodotti di serie

IL PONTE di Trevisan, copertina Einaudi Stile liberoQuando ho scoperto con Works la scrittura di Vitaliano Trevisan, mi sono ripromesso di confrontarmi con altre sue opere, ma ho disatteso a lungo il proposito perché più le aspettative sono alte, maggiore è il rischio di ritrovarsi delusi. Alla fine mi sono però deciso a leggere Il ponte, un breve romanzo-pamphlet pubblicato da Einaudi Stile libero nel 2007, e vi ho ritrovato il suo stile in apparenza delirante ma in realtà sorvegliato e incisivo, le sue osservazioni schiette e destabilizzanti; insomma, la riprova che Trevisan sia uno degli autori più originali e significativi della nostra letteratura. La storia intorno alla quale è costruita quest’opera è quella dell’amicizia tra il narratore e un cugino, che viene definitivamente recisa dalla morte del figlio di quest’ultimo, ma che già nel passaggio dall’infanzia all’età adulta aveva cominciato a incrinarsi; questa tuttavia non è che una traccia dalla quale continuamente si discosta uno strabordante flusso di amare considerazioni sulla politica e la cultura del Belpaese, sull’adolescenza negli anni ’70 e sulla pericolosità dei ricordi, sulle tensioni che avvelenano la vita famigliare e su innumerevoli altri aspetti della contemporaneità – come lo sfracello del panorama letterario che emerge da alcuni brani qui di seguito citati. Continua a leggere

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PARLA, MIA PAURA di Simona Vinci, recensione

Parla, mia paura_Simona Vinci_copertinaDopo La prima verità, con cui ha vinto il Premio Campiello, Simona Vinci si confronta ancora con il disturbo mentale in Parla, mia paura (Einaudi Stile libero)

Che sia o meno autofiction non importa: Parla, mia paura di Simona Vinci trova la chiave per essere un testo intimo ma non privato, poiché l’angoscia e il disagio non riguardano mai solo chi li prova e in qualche misura ci confrontiamo tutti quotidianamente con la nostra e l’altrui fragilità. Sono temi che trovavano già spazio nel suo ultimo romanzo, L’ultima verità, dove all’inizio e alla fine dell’opera la narratrice veniva allo scoperto, rivelava la sua confidenza con la malattia psichica. Continua a leggere

IPOTESI DI UNA SCONFITTA di Giorgio Falco, recensione

Copertina IPOTESI DI UNA SCONFITTA di Giorgio Falco, EinaudiIpotesi di una sconfitta, un bel romanzo che mi ha deluso

Prima di confrontarmi con l’ultimo romanzo di Giorgio Falco, Ipotesi di una sconfitta (Einaudi Stile libero), avevo letto delle recensioni molto lusinghiere di critici di valore e alcuni post entusiasti sui social network, per giunta avevo già apprezzato altre due sue opere, Pausa caffè e Sottofondo italiano, e diversi dei racconti raccolti nell’Ubicazione del bene. Non credo però che le riserve su quest’opera siano ascrivibili esclusivamente all’aspettativa molto alta. Continua a leggere

I bestseller del 2016 editore per editore

Bestseller, libri migliori editore per editoreDi articoli sui libri migliori dello scorso anno ne sono apparsi davvero troppi, dopo tre anni (2013, 2014, 2015) ho quindi deciso di cambiare la domanda e di chiedere quale sia stato e come mai il titolo più venduto del 2016 per ciascuna casa editrice. Ecco le risposte di ad est dell’equatore, Atlantide, CasaSirio, Einaudi, e/o, Garzanti, Iperborea, Las Vegas, LiberAria, Longanesi, L’Orma, Marcos y Marcos, minimum fax, Neo, NN, Ponte alle Grazie, Racconti, 66thand2nd, SUR, Tunué, Voland. Continua a leggere

WORKS di Vitaliano Trevisan, recensione

Vitaliano Trevisan (1)Vitaliano Trevisan racconta il suo accidentato percorso lavorativo e di scrittore in un romanzo-memoir: Works

Francesco Dezio, con Nicola Rubino è entrato in fabbrica, è stato tra i primi ad affrontare il tema del lavoro negli Anni Zero e quando mi ha parlato di Works (Einaudi Stile libero), pur non conoscendo Vitaliano Trevisan, ho accolto senza esitazione il suo suggerimento. Ora, a lettura ultimata, mi trovo nella difficile condizione di chi voglia rimediare a una propria mancanza e insieme cercare non tanto di trasmettere il proprio ammirato entusiasmo, quanto di spiegarne le ragioni.
Trevisan in una nota definisce la sua ultima opera come un memoir: si tratta di un meticoloso resoconto del proprio accidentato percorso nel mondo del lavoro, intrapreso a quindici anni (nel 1976) per potersi comprare una bicicletta da uomo e porre fine all’irrisione degli amici che lo vedevano giungere su quella della sorella. Negli anni sarà geometra, lattoniere, pusher, gelataio, magazziniere, portiere notturno, ma la sua esperienza è soprattutto il pretesto per analizzare una dimensione fondamentale dell’esistenza di ciascuno: «[…] ci si dimentica sempre che il lavoro, se anche non è la vita, trasformando nel tempo l’individuo, sia fisicamente che spiritualmente, la influenza comunque in modo determinante». L’autore rileva come, oggi più che mai, il lavoro si sia spogliato della retorica che lo voleva uno strumento di realizzazione delle proprie aspirazioni, costretti come siamo a impieghi spesso lontani dai nostri interessi, precari e sottopagati; non resta allora che l’imperativo materiale: «[…] avrei sempre detto di sí, non perché abbia mai avuto davvero voglia di lavorare, ma semplicemente perché ho sempre avuto necessità di lavorare per nessun’altra ragione che per guadagnarmi da vivere punto». Continua a leggere

Intervista a Simona Vinci – Professione scrittore 21

Simona VinciSimona Vinci ha esordito nel 1997 con Dei bambini non si sa niente, pubblicato da Einaudi Stile libero come la maggior parte delle sue opere (tra cui: In tutti i sensi come l’amore, Brother and Sister, Strada Provinciale Tre).
La prima verità, opera di sofferta denuncia civile, dalla scrittura intensa e contundente, è tra i cinque finalisti del Premio Campiello 2016. Si tratta di un romanzo dalla struttura ambiziosa e articolata, che si sviluppa tra la metà degli anni ’60 (quando in Grecia si instaurò la dittatura dei colonnelli) e la contemporaneità; tra i personaggi, insieme alla narratrice e a una giovane volontaria, ci sono uomini donne e bambini tacciati di pazzia – come se fosse possibile detenere una “prima verità” e non si fosse tutti fragili e fallaci. L’ambientazione prevalente nelle prime tre parti è l’isola di Leros, dove si sono incontrati prigionieri politici e malati psichici, e nella quarta parte Budrio, paese emiliano in cui la narratrice è cresciuta e ha iniziato a confrontarsi con diverse forme di disturbo mentale, a riconoscerle.

La prima verità presenta almeno tre percorsi di lettura, suggeriti dai tre prologhi: il primo che mette in relazione la narratrice con la storia che sta per raccontare, il secondo che riguarda l’aspetto sociale dell’esclusione dei malati psichici, il terzo che include la vicenda romanzesca vera e propria. Ha lavorato da subito e in contemporanea su questi tre piani narrativi?
Fin da subito ho avuto in mente che sarebbe stato un romanzo complesso, a più piani, ambientato in luoghi diversi e tempi diversi e sapevo che dentro volevo metterci tanti generi (il reportage, il romanzo storico, la ghost story, la detection, la poesia) anche se la paura che il troppo risultasse stucchevole o illeggibile mi ha guidata nel cercare dei fili capaci di tessere un arazzo con un disegno visibile e chiaro. Il memoir – la parte iniziale del libro che il lettore ritroverà verso la fine e che dice IO – è stato l’ultimo ad arrivare ed è stato anche quello verso il quale nutrivo più diffidenza e che ho cercato di sopprimere senza riuscirci. Non mi piace scrivere in prima persona, trovo che IO sia la “persona” più ingannevole di tutte, eppure ho dovuto cedere, perché il libro me la chiedeva.

«La storia del lager di Leros non è una leggenda, non è l’invenzione di un romanziere fantasioso e con il gusto per il macabro, ma una realtà documentata»: quanto è durata la fase preparatoria di quest’opera e come si è svolta?
Avevo idea di scrivere qualcosa che avesse a che fare con il disagio psichico ma ancora non sapevo cosa, andavo a caccia di storie. Sono arrivata all’isola di San Servolo, a Venezia, guidata dall’immagine di una donna che avanzava dentro l’acqua del mare. Volevo un’isola. Ma non sapevo ancora quale e perché. Avevo appena finito di lavorare a Strada Provinciale Tre, il mio ultimo romanzo prima di questo, ed ero ancora lungo il ciglio di una strada, in mezzo ai camion, con questa donna smarrita che non si sa di preciso da dove venga e dove stia andando. La storia di Leros l’ho incontrata per caso, su un forum di psichiatria, nella testimonianza anonima di un uomo (o forse era una donna?) che raccontava la sua esperienza come volontario al manicomio di Leros insieme ai basagliani negli anni ’90. Bum. Quando ho letto quelle pagine ho capito che era quella l’isola e quella la storia. Ho preso un aereo, un traghetto e ci sono andata. Poi, la documentazione in verità è durata fino all’ultima riga di stesura e ancora, durante le infinite revisioni e riletture. Continua a leggere

Intervista a Raul Montanari – Professione scrittore 14

raul montanariL’ultimo romanzo di Raul Montanari, Il Regno degli amici, è una storia di iniziazione all’amore, agli aspetti controversi dell’amicizia, alla violenza – subita e inferta; ci conduce all’inizio degli anni ’80 a Milano, sul naviglio Martesana, dove un gruppo di ragazzini elegge a rifugio una dimora abbandonata: qui, in un crescendo di tensione, i protagonisti smarriranno la propria innocenza. Il Regno degli amici, opera avvincente e ben costruita, è la prima che Montanari pubblica con Einaudi Stile libero; i suoi ultimi romanzi erano usciti con Baldini & Castoldi (tra questi Chiudi gli occhi, L’esordiente, Il tempo dell’innocenza), ma suoi scritti figurano anche nei cataloghi di Feltrinelli, Rizzoli, Marcos y Marcos, Indiana.
Raul Montanari si è anche occupato di traduzioni da lingue classiche e moderne ed è docente di scrittura creativa.
Il suo sito internet è http://www.raulmontanari.it/.

Il Regno degli amici rientra a pieno titolo in quello che hai contribuito a definire come post-noir, ossia una narrazione in cui gli aspetti oscuri irrompono nella quotidianità di personaggi comuni: quanto c’è di torbido nell’adolescenza? Come nasce lo spunto narrativo di questo romanzo?
Come mi è già capitato di dire, l’adolescenza è un’occasione narrativa formidabile almeno per tre motivi.
Anzitutto è l’età in cui incontriamo noi stessi e la nostra identità. Potranno passare anni, decenni, ma il nocciolo essenziale della nostra identità, con il suo carico di paure, desideri, struggimenti, rimarrà sempre quello.
In secondo luogo l’adolescenza è la vera età filosofica, anzi direi metafisica. È l’età in cui ci poniamo le grandi domande sul destino, sul senso della vita, su Dio, sulla morte – tutte questioni su cui nell’infanzia non eravamo ancora in grado di riflettere, e che diventando adulti passeranno in secondo piano, perché saremo distratti e logorati dal quotidiano, dal lento lavoro implacabile delle minuzie della vita, come già osservava Heidegger.
Infine, l’adolescenza è il campo di battaglia fra l’amicizia e l’amore, i due modi fondamentali con cui ci mettiamo in relazione con gli altri quando usciamo dalla rete affettiva della famiglia. Prima incontriamo l’amicizia e creiamo con alcuni nostri coetanei a noi affini un gruppo che ha le sue ritualità e che si affida essenzialmente alla condivisione: tutto è di tutti. Quando arriva l’amore, e arriva proprio nell’adolescenza, impone una logica opposta: non più la condivisione ma l’esclusività, non più il gruppo ma il rapporto a due.
Non a caso il protagonista del romanzo, Demo, comincia a vedersi di nascosto con la quattordicenne Valli, che con la sua apparizione ha incantato tutti i membri del gruppo. Demo vive l’amore come una colpa, un tradimento verso gli altri, e proprio questi incontri clandestini preparano una svolta drammatica negli eventi raccontati.

il regno degli amici_raul montanariLa vicenda è raccontata in prima persona da uno dei protagonisti, ormai trentenne: questo genera insieme immedesimazione e un parziale distacco, consentendoti di disseminare alcuni indizi di quanto accadrà. È stata una soluzione che avevi ponderato sin dall’inizio?
Certo. Dedico lo stesso tempo alla preparazione e alla scrittura: un mese per fare le ricerche necessarie e mettere a punto storia, intreccio, personaggi, luoghi, tempi, tecnica narrativa e tutto quello che mi serve. Poi un mese per scrivere la prima stesura. Ho la fortuna di avere una scrittura piuttosto precisa, per cui fra la prima e le stesure successive non ci sono mai grossi scarti.
Nel caso del Regno degli amici, il punto di vista narrativo spostato avanti di diciassette anni rispetto alla vicenda raccontata ha una doppia funzione. Anzitutto permette di aumentare la suspense perché, come tu osservi a ragione, il Demo del 2000 sparge nel suo racconto piccole prolessi, anticipazioni soprattutto emotive che promettono al lettore eventi sempre più coinvolgenti. In secondo luogo, il Demo ultratrentenne ha ormai una sapienza della vita che gli permette di commentare le vicende accadute al Demo sedicenne con un’intelligenza e una profondità che all’epoca non poteva avere. Questo per me è importantissimo: trovo imperdonabile che si attribuisca a un personaggio uno sguardo sul mondo troppo complesso per l’età o per la condizione in cui si trova. Quando l’autore fa sentire platealmente la propria voce usando il personaggio come un megafono trasgredisce una delle regole fondamentali dell’arte narrativa. Continua a leggere