Presentazione della SCUOLA DEL RACCONTO e intervista a Guido Conti

La scuola del racconto_Guido ContiOggi in allegato con il «Corriere della Sera» L’arte di leggere con i racconti di Anton Čechov, il primo dei dodici volumetti della Scuola del racconto: collana a cura di Guido Conti, a cui ho rivolto qualche domanda.

Sono un’infinità i manuali di scrittura che, attraverso regole ed esercizi, si ripropongono di creare dal nulla un narratore. Diverso e meno velleitario l’assunto di base che ha ispirato Guido Conti, scrittore e docente universitario, nell’ideazione dei dodici volumetti che compongono la collana La scuola del racconto – leggere per imparare a scrivere: in edicola in allegato al «Corriere della Sera» ogni giovedì, da oggi al 22 gennaio. Si parte dal presupposto che occorra leggere, e saperlo fare con consapevolezza, prima di cimentarsi con la scrittura (e forse anche con la vita): «Questo è secondo me l’approccio più interessante allo scrivere: porsi delle domande partendo dai testi e leggere i grandi autori per capire come creano. E il bello è che non ci sono regole a priori perché ognuno di loro insegna sempre qualcosa di nuovo a tutti».
Anton Čechov è il primo scrittore su cui si concentra l’analisi condotta con passione e competenza da Guido Conti, ricca di spunti e di rimandi ad altri autori, in particolare a Isaac B. Singer, a cui è dedicato un apposito capitoletto. Sia Čechov che Singer sono infatti noti soprattutto come autori di racconti ed è questa forma narrativa, così trascurata dal mercato editoriale, che Conti individua come palestra ideale per gli aspiranti scrittori: «Il racconto breve insegna a essere precisi, a non perdersi, a concentrarsi sul cuore tematico della narrazione e a lavorare su di esso, in modo originale. […] ad avere cura delle sfumature».
Dopo l’introduzione e la scomposizione critica dello Specchio deformante di Čechov, vi è la lettura comparata di un testo di Singer che ha anch’esso al centro lo stesso oggetto comune e misterioso e si intitola appunto Lo specchio; si passa poi a qualche indicazione più generica sulla forma racconto, a partire da alcune considerazioni di Čechov e dunque si offrono al lettore tre eccelsi scritti dell’autore russo, senza ulteriori apparati critici: Un uomo di conoscenza, Il grasso e lo smilzo, Uno scherzetto. Chiudono il volume una breve biografia di Anton Čechov e una bibliografia ragionata.
Insomma, è un’apprezzabile esortazione alla lettura e offre gli strumenti per farlo con maggiore consapevolezza tecnica – se poi sia utile anche per migliorare il proprio stile sta agli aspiranti scrittori decretarlo, intanto facciamoci raccontare da Guido Conti com’è nata l’idea.
Leggere per imparare a scrivere: come mai hai deciso di fare di questo invito il fondamento del tuo progetto?
Perché mi hanno sempre insegnato a riconoscere le diverse tipologie di scrittura e gli stili, e io stesso ho imparato a scrivere leggendo in modo particolare. Ci sono abissi tra la scrittura di Gadda e quella di Bilenchi, per esempio, o tra quella di Arbasino e quella di Fenoglio. Parise è uno scrittore delle reticenze e quindi è più ciò che non dice di quello che racconta. In questo progetto ho raccolto esperienze di anni di didattica e di riflessione sul rapporto che si deve avere con un testo, sui diversi modi di leggere. A Bologna negli anni Ottanta, alla Facoltà di Lettere, con il prof. Fabrizio Frasnedi, si facevano seminari e si leggevano pagine molto diverse, senza conoscere l’autore, cercando di capire come questi autori scrivessero. Ad un certo punto è come leggere la musica, senti la lingua, il ritmo, la costruzione della frase, quello che sta raccontando nasce sulla pagina in un certo modo, e ti accorgi subito se quello è uno scrittore vero. Oggi basta leggere tre pagine di un manoscritto e lo si butta nel cestino per almeno il 90% dei casi. La gente non sa scrivere perché non sa leggere bene, non impara dai grandi scrittori, e se ha una scrittura più o meno buona, spesso non ha nulla da dire e si sente che non ha un mondo letterario alle spalle. Io ho avuto grandi maestri più o meno noti ma soprattutto erano grandi lettori che mi hanno insegnato a capire la scrittura degli altri. Ho messo in questi libri anche il loro lavoro. Qui ho scelto di insegnare a leggere per imparare a scrivere, e spero che sia utile per qualcuno che voglia aggiornarsi nelle letture, nei modi di affrontare un testo, con strumenti e materiali scritti con semplicità ma mai banali nella sostanza e nelle idee che abbiamo voluto trasmettere con questo progetto allegato a un quotidiano importante come il «Corriere della Sera». Continua a leggere

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Intervista a Jacopo De Michelis, responsabile narrativa Marsilio

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Intervista a Jacopo De Michelis, responsabile della narrativa Marsilio Editori

Alcuni scrittori non perdono occasione per ringraziare il proprio editor, altri per lanciargli critiche più o meno velate; taluni lo considerano un coautore, altri poco più che un redattore o un semplice lettore professionista… Chi è per te l’editor e qual è il suo ruolo?
Per me l’editor ha, o dovrebbe avere, un ruolo sostanzialmente socratico, maieutico: dovrebbe indicare all’autore da una parte eventuali limiti e difetti di un testo e dall’altra le sue potenzialità ancora inespresse, e cercare di convincerlo ad effettuare determinati interventi di revisione e modifica che lo aiuterebbero ad attingere una totalità di esiti letterari e narrativi. Se si persuade l’autore, bene, se no, non si può costringerlo, anche se si è fermamente convinti che sia un errore.
Personalmente, non credo molto negli editor che intervengono direttamente in maniera pesante su un testo altrui, finché si tratta di limare e rifinire la scrittura o effettuare qualche taglio, va bene, ma andare oltre rischia di essere più dannoso che utile. Così come non credo affatto che siano mai gli editor a mettere in un testo che ciò che ne determina la fortuna o il successo. Noi possiamo, come un allenatore con un atleta, aiutarlo a raggiungere la sua forma migliore, ma l’essenziale c’era già in partenza. Se così non fosse, i libri ce li scriveremmo da soli e non avremmo bisogno degli autori!
In ogni caso, la funzione più importante che un editor svolge in una casa editrice non ha a che fare tanto con il lavoro sui testi che si è deciso di pubblicare, quanto piuttosto con la decisione stessa di pubblicare o meno un determinato libro. È in quella scelta, nel saper riconoscere il talento e fiutare le potenzialità editoriali di un dattiloscritto, che sta il cuore e l’essenza del nostro lavoro.

Qual è stato il percorso che ti ha portato a svolgere questa professione?
Io ho iniziato a occuparmi di letteratura ed editoria durante l’università. Con alcuni amici ho fondato nel 1994 fabula.it, il primo circolo letterario telematico italiano, quando Internet praticamente non esisteva ancora ma c’erano le BBS, Bulletin Board System, di cui oggi ormai nessuno praticamente si ricorda più. Poi ho fatto molti anni di gavetta a Milano, collaborando come free lance con diverse case editrici grandi e piccole come lettore di dattiloscritti, correttore di bozze, curatore di antologie e collane, traduttore. A un certo punto l’attrazione familiare ha prevalso e mi sono trasferito a Venezia cominciando a lavorare a tempo pieno in Marsilio, la casa editrice fondata da mio zio, dove sono il responsabile della narrativa. Continua a leggere